Riemergendo da alcune settimane di assenza dal blog (ahimè, per impegni multipli), ecco alcune news su interessanti appuntamenti e seminari del prossimo periodo:
1. Dal 1 al 3 Luglio, nella bella locazione di Cisano sul Neva (vicino ad Albenga), Psicologi per i Popoli Torino organizza un seminario intensivo con Erik De Soir, noto psicotraumatologo belga, sul tema del classico Modello Crash e del - attuale - supporto psicologico a rifugiati e richiedenti asilo. Tre giorni di lavoro intensivo, con la partecipazione di diverse organizzazioni di soccorso e sessioni didattiche articolate. Maggiori informazioni qui.
2. Il 9 e 10 luglio, a Bologna, Psicologi per i Popoli - Emilia Romagna organizza un workshop sul Lutto e Lutto Mancato: due giorni di formazione specializzata sui principali temi dell'elaborazione del lutto, con particolare attenzione ai temi tipici dell'emergenza (il lutto traumatico, complicato e mancato). Informazioni e schede informative sul sito di PxP ER.
3. Per settembre, è già in preparazione la nuova edizione del Campo Nazionale di Psicologia dell'Emergenza di Rovereto... aggiornamenti a breve.
Per scusarmi del ritardo di aggiornamento di queste ultime settimane, a breve inserirò una serie di news e approfondimenti piuttosto... interessanti !
Un saluto,
Luca
3.
23 giugno 2011
19 aprile 2011
Maggio convegnistico, da Sondrio alla Sicilia
Per chi è interessato alla psicologia dell'emergenza, maggio si presenta come un mese ricco di appuntamenti. Ne segnalo due in particolare, agli "antipodi" del paese, ed organizzati da Psicologi per i Popoli.
1. Sondrio, 6 maggio
Il primo, che si terrà il 6 maggio a Sondrio, è il convegno "Le Azioni dello Psicologo nelle Emergenze": una giornata intensa di scambi e riflessioni sul senso operativo e l'articolazione tecnica delle attività psicologiche nei contesti emergenziali. Il Convegno vedrà al mattino una serie di riflessioni teoriche, ed al pomeriggio una forte partecipazione di rappresentanti ed operatori tecnici dei diversi versanti del sistema del soccorso, che porteranno le loro testimonianze esperienziali. Il Convegno è organizzato da PxP Sondrio. Maggiori informazioni qui.
2. Giornate Siciliane di Psicotraumatologia, 21-22 maggio
La seconda edizione, dopo quella del 2009, delle Giornate Italiane di Psicotraumatologia si terrà nella bella cornice di Piazza Armerina (EN), il 21-22 maggio.
Il Convegno, dall'elevato profilo di partecipazioni internazionali (interverranno alcuni dei più noti e prestigiosi esponenti della tradizione psicotraumatologica europea, in particolare francese), si focalizzerà sul delicato e complesso tema "Trauma, memoria e narrazione": ovvero, il "dare senso" agli eventi che deprivano di senso l'esperienza di vita.
Il Convegno si aprirà il primo giorno con la lectio magistralis di F. Lebigot, si svilupperà attraverso una serie di interventi interdisciplinari, e si concluderà il secondo giorno con due workshops tecnici avanzati, tenuti da E. De Soir e F. Ducrocq, in merito al supporto psicologico in emergenza a vittime e soccorritori secondo i protocolli francesi e belgi.
Le "Giornate", organizzate da Psicologi per i Popoli - Sicilia, si propongono quindi come uno dei principali eventi congressuali del settore psicotraumatologico nazionale di quest'anno. Maggiori informazioni qui.
Saluti,
Luca Pezzullo
1. Sondrio, 6 maggio
Il primo, che si terrà il 6 maggio a Sondrio, è il convegno "Le Azioni dello Psicologo nelle Emergenze": una giornata intensa di scambi e riflessioni sul senso operativo e l'articolazione tecnica delle attività psicologiche nei contesti emergenziali. Il Convegno vedrà al mattino una serie di riflessioni teoriche, ed al pomeriggio una forte partecipazione di rappresentanti ed operatori tecnici dei diversi versanti del sistema del soccorso, che porteranno le loro testimonianze esperienziali. Il Convegno è organizzato da PxP Sondrio. Maggiori informazioni qui.
2. Giornate Siciliane di Psicotraumatologia, 21-22 maggio
La seconda edizione, dopo quella del 2009, delle Giornate Italiane di Psicotraumatologia si terrà nella bella cornice di Piazza Armerina (EN), il 21-22 maggio.
Il Convegno, dall'elevato profilo di partecipazioni internazionali (interverranno alcuni dei più noti e prestigiosi esponenti della tradizione psicotraumatologica europea, in particolare francese), si focalizzerà sul delicato e complesso tema "Trauma, memoria e narrazione": ovvero, il "dare senso" agli eventi che deprivano di senso l'esperienza di vita.
Il Convegno si aprirà il primo giorno con la lectio magistralis di F. Lebigot, si svilupperà attraverso una serie di interventi interdisciplinari, e si concluderà il secondo giorno con due workshops tecnici avanzati, tenuti da E. De Soir e F. Ducrocq, in merito al supporto psicologico in emergenza a vittime e soccorritori secondo i protocolli francesi e belgi.
Le "Giornate", organizzate da Psicologi per i Popoli - Sicilia, si propongono quindi come uno dei principali eventi congressuali del settore psicotraumatologico nazionale di quest'anno. Maggiori informazioni qui.
Saluti,
Luca Pezzullo
29 marzo 2011
Ancora sul Giappone, ed alcuni approfondimenti tecnici
La significativa, pessima, evoluzione della questione Giapponese pone nuovi interrogativi, rispetto a quello che poteva sembrare lo scenario delle prime ore.
La complessità dei NaTechs, le loro difficoltà gestionali, e le loro enormi implicazioni a livello di pianificazione e prevenzione del rischio territoriale, sono stati ampiamente confermati in quello che purtroppo diverrà sicuramente IL caso di studio per eccellenza per i decenni a venire in questo settore.
Consiglio, per una buona introduzione tecnica al tema dei NaTech, l'ampia sintesi del JRC (ottima, come è del resto sempre ottimo il livello qualitativo medio della ricerca e della documentazione dell'Istituzione europea di Ispra).
La "risk communication", invece, sembra essersi degradata significativamente da parte degli attori istituzionali e dagli stakeholders tecnici. La TEPCO purtroppo ha assunto un atteggiamento estremamente difensivo, ed il governo a sua volta si è trovato a fare da "catena di trasmissione" di informazioni spesso smentite poche ore dopo: il comportamento negativo classico, che causa - in poche ore o giorni - la deplezione di tutto l'essenziale patrimonio di "Trust" accumulato davanti al corpo sociale in mesi o anni.
Il problema è che per cercare di gestire in maniera tranquillizzante - in modo fallimentare - poche ore di processo comunicativo pubblico, così facendo si va a ipotecare l'intera affidabilità dei messaggi successivi e della veicolazione informativa nei giorni/settimane successiva, con rapido degrado della fiducia pubblica nei decisori ed attori istituzionali.
Un autogoal strategico di comunicazione del rischio, che si è visto troppe volte in questi anni in tutto il mondo, e che sembra ripetersi, deprimentemente, anche in contesti come quello giapponese, in cui la dimensione della previsione/prevenzione è ai massimi livelli internazionali.
Sul tema, ampiamente studiato dalla psicologia sociale dell'emergenza, rimando all'interessante approfondimento tecnico del Department of Energy Statunitense:
(ma si trovano numerosi riferimenti in letteratura scientifica, basta fare una breve review con Google Scholar).
Resilienza e coping di comunità: dopo i primi giorni di emergenza, dove la solida preparedness pregressa e la disciplina sociale del paese hanno retto bene, si è diffusa molta insicurezza a livello collettivo (da un lato - ovviamente -, per la marcata evolutività del rischio di contaminazione da radionuclidi, ma dall'altro anche a seguito dei processi di risk communication malgestiti con l'evolversi della situazione, e della relativa perdita di trust). Questo potrebbe avere effetti a medio-lungo termine sulla resilienza di comunità, soprattutto adesso che sembra che siano state riscontrate le prime fughe di Plutonio dall'impianto (con tutti i "fantasmi" e le profonde rappresentazioni sociali di rischio che questo può ovviamente attivare a livello comunitario, aldilà della generica rassicurazione "di default" dell'istituzione di riferimento).
Luca Pezzullo
La complessità dei NaTechs, le loro difficoltà gestionali, e le loro enormi implicazioni a livello di pianificazione e prevenzione del rischio territoriale, sono stati ampiamente confermati in quello che purtroppo diverrà sicuramente IL caso di studio per eccellenza per i decenni a venire in questo settore.
Consiglio, per una buona introduzione tecnica al tema dei NaTech, l'ampia sintesi del JRC (ottima, come è del resto sempre ottimo il livello qualitativo medio della ricerca e della documentazione dell'Istituzione europea di Ispra).
La "risk communication", invece, sembra essersi degradata significativamente da parte degli attori istituzionali e dagli stakeholders tecnici. La TEPCO purtroppo ha assunto un atteggiamento estremamente difensivo, ed il governo a sua volta si è trovato a fare da "catena di trasmissione" di informazioni spesso smentite poche ore dopo: il comportamento negativo classico, che causa - in poche ore o giorni - la deplezione di tutto l'essenziale patrimonio di "Trust" accumulato davanti al corpo sociale in mesi o anni.
Il problema è che per cercare di gestire in maniera tranquillizzante - in modo fallimentare - poche ore di processo comunicativo pubblico, così facendo si va a ipotecare l'intera affidabilità dei messaggi successivi e della veicolazione informativa nei giorni/settimane successiva, con rapido degrado della fiducia pubblica nei decisori ed attori istituzionali.
Un autogoal strategico di comunicazione del rischio, che si è visto troppe volte in questi anni in tutto il mondo, e che sembra ripetersi, deprimentemente, anche in contesti come quello giapponese, in cui la dimensione della previsione/prevenzione è ai massimi livelli internazionali.
Sul tema, ampiamente studiato dalla psicologia sociale dell'emergenza, rimando all'interessante approfondimento tecnico del Department of Energy Statunitense:
(ma si trovano numerosi riferimenti in letteratura scientifica, basta fare una breve review con Google Scholar).
Resilienza e coping di comunità: dopo i primi giorni di emergenza, dove la solida preparedness pregressa e la disciplina sociale del paese hanno retto bene, si è diffusa molta insicurezza a livello collettivo (da un lato - ovviamente -, per la marcata evolutività del rischio di contaminazione da radionuclidi, ma dall'altro anche a seguito dei processi di risk communication malgestiti con l'evolversi della situazione, e della relativa perdita di trust). Questo potrebbe avere effetti a medio-lungo termine sulla resilienza di comunità, soprattutto adesso che sembra che siano state riscontrate le prime fughe di Plutonio dall'impianto (con tutti i "fantasmi" e le profonde rappresentazioni sociali di rischio che questo può ovviamente attivare a livello comunitario, aldilà della generica rassicurazione "di default" dell'istituzione di riferimento).
Luca Pezzullo
15 marzo 2011
Giappone
E’ difficile analizzare tutte le complesse, enormi implicazioni – anche per la psicologia dell’emergenza, e per lo studio dei processi psicologici e psicosociali – degli eventi tragici che stanno avvenendo in Giappone.
La contemporanea attuazione di gravi rischi naturali e tecnologici (quelli che nei disaster studies sono chiamati, da anni, NATECH, Natural-induced Technological Disasters) sta configurando un evento catastrofico di proporzioni epocali, che ha e avrà enormi impatti a lungo termine sociali, economici, culturali, psicologici.
Uno dei più grandi terremoti della storia (9 Richter significa infatti – anche se è difficile solo immaginarlo – un’intensità sismica di quasi 27.000 volte, ventisettemila, di quella del Sisma dell’Aquila) ha causato un gigantesco maremoto su un fronte di 300 km, che ha sua volta ha fatto saltare i sistemi di sicurezza di una complessa serie di impianti nucleari già danneggiati dal sisma.
Difficile immaginare la complessità gestionale di un evento macroemergenziale come questo, che mette ovviamente a dura prova anche un sistema di emergency management avanzatissimo e completo come quello giapponese.
Sembra uno di quegli scenari "WTC" (Worst-Case Scenarios) che, quando vengono utilizzati nelle simulazioni degli enti di soccorso, vengono a volte liquidati da molti soccorritori stessi come "state esagerando, dai".
E invece, questo LPHC Event (Low-Probability, High-Consequences) è avvenuto, e sta avendo conseguenze ancor più ampie e gravi di quanto si potesse pensare.
Alcune osservazioni di base si impongono, e si potranno sviluppare in seguito, con l’evoluzione della situazione.
In primo luogo, la popolazione locale ha reagito fin dal primo momento in maniera straordinaria, adattativa e resiliente. L’enfasi nipponica, quasi ossessiva, sulla costruzione di una “cultura della sicurezza” davanti al rischio sismico (elevatissimo da sempre, in Giappone) ha permesso probabilmente di salvare centinaia di migliaia di vite.
Costruzioni e infrastrutture costruite con grande rigore e materiali di altissima qualità, secondo alcuni dei criteri antisismici più restrittivi del pianeta; una popolazione pronta, preparata e profondamente sensibilizzata al problema della sicurezza, dai bambini agli anziani; una “cultura dell’emergenza” diffusa in tutte le realtà organizzative; un’enfasi unica al mondo sulla prevenzione/preparazione al sisma (con esercitazioni continue, addestramenti e controlli); sistemi di allerta, early warning, e coordinamento avanzati; una rete di soccorso complessa e articolata hanno permesso di ridurre in maniera enorme quello che poteva essere l’impatto potenziale di un multievento complesso di simile entità, magnitudine, diffusione spaziale, articolazione funzionale.
Una situazione del genere in altri paesi avrebbe verosimilmente creato danni estremamente più diffusi.
L’empowerment e la resilienza di comunità sono altri due elementi essenziali, di forte interesse per una comprensione dei processi psicologico-emergenziali coinvolti nella situazione in progress.
La grande disciplina della popolazione nelle aree affette, la sua “preparazione” (anche psicologica) all’emergenza, lo stimolo all’attivazione delle risorse locali in congiunzione con quelle nazionali e sovranazionali sono fattori fondamentali in merito a quello che stiamo vedendo a livello di emergency management sul territorio, ed ha permesso un forte sostegno ad azioni e comportamenti finalistici, strutturati e strutturanti di tipo auto- ed eteroprotettivo nella collettività sociale.
Sul tema della comunicazione sociale del rischio, seppur con molte critiche (inevitabili, in una situazione del genere), il governo sembra comunque aver assunto una logica informativa “sufficientemente” adeguata a quelli che dovrebbero essere gli standard ideali in situazione emergenziale, con informazioni continue ed in tempo reale condivise con la popolazione.
Altri punti importanti emergono palesemente.
Da un lato, il “fantasma delle radiazioni”, è un tipo di pericolo che ovviamente tutte le ricerche in ambito di “risk perception” hanno sempre considerato essere tra i più forti, anche perché ha proprio quelle specifiche “caratteristiche funzionali” che la tradizione di ricerca sperimentale del cosiddetto “paradigma psicometrico” (Fischhoff, Slovic, Finucane, etc.) ha mostrato essere correlate alla massima varianza nella rappresentazione di maggiore rischiosità: ovvero, primariamente i fattori di “Dread”, e poi quelli di “invisibilità”, “non controllabilità” e (secondo Sjoberg) di “Innaturality” dello stimolo pericoloso.
Ma questa analisi di tipo “cognitivo” non può dimenticarsi della dimensione simbolico-rappresentativa ed affettiva profonda del pericolo nucleare che si materializza per una popolazione come quella Giapponese, che del “nucleare” e delle “radiazioni” ha ovviamente una fortissima stratificazione rappresentativa *reale* dopo la seconda guerra mondiale. E’ un “fantasma” che, in quel contesto, può quindi fare addirittura molti più danni psichici e psicosociali che in qualunque altro paese del mondo.
Altro punto, su un altro versante, è quello relativo ai processi protettivi di empowerment sociale diffuso, che certe modalità di condivisione informativa (anche legate alle nuove tecnologie 2.0) potrebbero aver contribuito ad attivare in strati significativi della popolazione. Ma di questo cercherò di scrivere in un post successivo.
La contemporanea attuazione di gravi rischi naturali e tecnologici (quelli che nei disaster studies sono chiamati, da anni, NATECH, Natural-induced Technological Disasters) sta configurando un evento catastrofico di proporzioni epocali, che ha e avrà enormi impatti a lungo termine sociali, economici, culturali, psicologici.
Uno dei più grandi terremoti della storia (9 Richter significa infatti – anche se è difficile solo immaginarlo – un’intensità sismica di quasi 27.000 volte, ventisettemila, di quella del Sisma dell’Aquila) ha causato un gigantesco maremoto su un fronte di 300 km, che ha sua volta ha fatto saltare i sistemi di sicurezza di una complessa serie di impianti nucleari già danneggiati dal sisma.
Difficile immaginare la complessità gestionale di un evento macroemergenziale come questo, che mette ovviamente a dura prova anche un sistema di emergency management avanzatissimo e completo come quello giapponese.
Sembra uno di quegli scenari "WTC" (Worst-Case Scenarios) che, quando vengono utilizzati nelle simulazioni degli enti di soccorso, vengono a volte liquidati da molti soccorritori stessi come "state esagerando, dai".
E invece, questo LPHC Event (Low-Probability, High-Consequences) è avvenuto, e sta avendo conseguenze ancor più ampie e gravi di quanto si potesse pensare.
Alcune osservazioni di base si impongono, e si potranno sviluppare in seguito, con l’evoluzione della situazione.
In primo luogo, la popolazione locale ha reagito fin dal primo momento in maniera straordinaria, adattativa e resiliente. L’enfasi nipponica, quasi ossessiva, sulla costruzione di una “cultura della sicurezza” davanti al rischio sismico (elevatissimo da sempre, in Giappone) ha permesso probabilmente di salvare centinaia di migliaia di vite.
Costruzioni e infrastrutture costruite con grande rigore e materiali di altissima qualità, secondo alcuni dei criteri antisismici più restrittivi del pianeta; una popolazione pronta, preparata e profondamente sensibilizzata al problema della sicurezza, dai bambini agli anziani; una “cultura dell’emergenza” diffusa in tutte le realtà organizzative; un’enfasi unica al mondo sulla prevenzione/preparazione al sisma (con esercitazioni continue, addestramenti e controlli); sistemi di allerta, early warning, e coordinamento avanzati; una rete di soccorso complessa e articolata hanno permesso di ridurre in maniera enorme quello che poteva essere l’impatto potenziale di un multievento complesso di simile entità, magnitudine, diffusione spaziale, articolazione funzionale.
Una situazione del genere in altri paesi avrebbe verosimilmente creato danni estremamente più diffusi.
L’empowerment e la resilienza di comunità sono altri due elementi essenziali, di forte interesse per una comprensione dei processi psicologico-emergenziali coinvolti nella situazione in progress.
La grande disciplina della popolazione nelle aree affette, la sua “preparazione” (anche psicologica) all’emergenza, lo stimolo all’attivazione delle risorse locali in congiunzione con quelle nazionali e sovranazionali sono fattori fondamentali in merito a quello che stiamo vedendo a livello di emergency management sul territorio, ed ha permesso un forte sostegno ad azioni e comportamenti finalistici, strutturati e strutturanti di tipo auto- ed eteroprotettivo nella collettività sociale.
Sul tema della comunicazione sociale del rischio, seppur con molte critiche (inevitabili, in una situazione del genere), il governo sembra comunque aver assunto una logica informativa “sufficientemente” adeguata a quelli che dovrebbero essere gli standard ideali in situazione emergenziale, con informazioni continue ed in tempo reale condivise con la popolazione.
Altri punti importanti emergono palesemente.
Da un lato, il “fantasma delle radiazioni”, è un tipo di pericolo che ovviamente tutte le ricerche in ambito di “risk perception” hanno sempre considerato essere tra i più forti, anche perché ha proprio quelle specifiche “caratteristiche funzionali” che la tradizione di ricerca sperimentale del cosiddetto “paradigma psicometrico” (Fischhoff, Slovic, Finucane, etc.) ha mostrato essere correlate alla massima varianza nella rappresentazione di maggiore rischiosità: ovvero, primariamente i fattori di “Dread”, e poi quelli di “invisibilità”, “non controllabilità” e (secondo Sjoberg) di “Innaturality” dello stimolo pericoloso.
Ma questa analisi di tipo “cognitivo” non può dimenticarsi della dimensione simbolico-rappresentativa ed affettiva profonda del pericolo nucleare che si materializza per una popolazione come quella Giapponese, che del “nucleare” e delle “radiazioni” ha ovviamente una fortissima stratificazione rappresentativa *reale* dopo la seconda guerra mondiale. E’ un “fantasma” che, in quel contesto, può quindi fare addirittura molti più danni psichici e psicosociali che in qualunque altro paese del mondo.
Altro punto, su un altro versante, è quello relativo ai processi protettivi di empowerment sociale diffuso, che certe modalità di condivisione informativa (anche legate alle nuove tecnologie 2.0) potrebbero aver contribuito ad attivare in strati significativi della popolazione. Ma di questo cercherò di scrivere in un post successivo.
10 febbraio 2011
Medaglia della Protezione Civile Nazionale a Psicologi per i Popoli
Positivo riconoscimento pubblico alla psicologia dell'emergenza italiana: il Dipartimento di Protezione Civile nazionale ha assegnato la Medaglia di Prima Classe per Benemerenze di Protezione Civile alla Federazione Psicologi per i Popoli, per la lunga opera prestata a seguito del Terremoto de L'Aquila del 2009.
Il riconoscimento va a tutte le centinaia di psicologi italiani che hanno generosamente prestato la propria opera volontaria in tale complesso contesto, in decine di campi, per migliaia di giorni/lavoro.
(nella foto, il Capo Dipartimento della Protezione Civile nazionale Franco Gabrielli consegna l'onorificenza al Presidente di Psicologi per i Popoli, Luigi Ranzato)
Luca
Il riconoscimento va a tutte le centinaia di psicologi italiani che hanno generosamente prestato la propria opera volontaria in tale complesso contesto, in decine di campi, per migliaia di giorni/lavoro.
(nella foto, il Capo Dipartimento della Protezione Civile nazionale Franco Gabrielli consegna l'onorificenza al Presidente di Psicologi per i Popoli, Luigi Ranzato)
Luca
07 febbraio 2011
Aggiornamenti: Lancet, NCPTSD e CRED
Alcuni brevi aggiornamenti e news internazionali...
1. Da leggere, sull'ultimo numero di Lancet, un interessante editoriale sulle problematiche organizzative e di sanità pubblica legate ai disastri naturali. Riflettendo sulla ben nota problematica del "disaster divide", ovvero del fatto che, solitamente, nei paesi sviluppati i danni dei disastri impattano maggiormente a livello economico-finanziario, mentre nei paesi in via di sviluppo soprattutto a livello di vite umane, e evidenziando alcuni paradossi legati ai recenti avvenimenti mondiali (Haiti, Cile, Pakistan, etc.), Lancet rilancia gli appelli ad una migliore azione di prevenzione strutturale ed a lungo termine degli impatti negativi nei PVS, oltre ad una - da tanti richiesta da anni - attività di coordinamento / accreditamento delle ONG internazionali, operanti in maniera spesso generosa ma troppo confusa e scoordinata, in seguito ai grandi disastri mondiali.
2. Interessanti news dal NCPTSD, sul versante psicotraumatologico: dal sito sono accessibili update sull'efficacia di alcuni trattamenti psicofarmacologici del PTSD strutturato, e comparazioni sul tasso di efficacia delle due uniche forme di psicoterapia cognitivo-comportamentale che il NCPTSD eroga tramite le sue strutture:
la Prolonged Exposure (di derivazione comportamentista) e la Cognitive Processing Therapy (di derivazione cognitivista); tali forme di psicoterapia risulterebbero più efficaci del solo trattamento farmacologico.
3. Segnalo inoltre, in collegamento con la prima notizia, il sito del CRED belga, il Centre for Research on the Epidemiology of Disasters. Il sito è un "classico" del settore, consultato dagli studiosi di disaster studies di tutto il mondo, e che ho già segnalato tempo fa sul blog; la nuova versione del sito è molto più "ergonomica", facilmente navigabile, e permette di avere accesso ad un'ampia serie di datasets e materiali informativi - continuamente aggiornati - sui disastri e le grandi emergenze a livello internazionale.
A presto, con il calendario delle prossime iniziative scientifiche e convegnistiche italiane nell'ambito della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia !
Luca Pezzullo
1. Da leggere, sull'ultimo numero di Lancet, un interessante editoriale sulle problematiche organizzative e di sanità pubblica legate ai disastri naturali. Riflettendo sulla ben nota problematica del "disaster divide", ovvero del fatto che, solitamente, nei paesi sviluppati i danni dei disastri impattano maggiormente a livello economico-finanziario, mentre nei paesi in via di sviluppo soprattutto a livello di vite umane, e evidenziando alcuni paradossi legati ai recenti avvenimenti mondiali (Haiti, Cile, Pakistan, etc.), Lancet rilancia gli appelli ad una migliore azione di prevenzione strutturale ed a lungo termine degli impatti negativi nei PVS, oltre ad una - da tanti richiesta da anni - attività di coordinamento / accreditamento delle ONG internazionali, operanti in maniera spesso generosa ma troppo confusa e scoordinata, in seguito ai grandi disastri mondiali.
2. Interessanti news dal NCPTSD, sul versante psicotraumatologico: dal sito sono accessibili update sull'efficacia di alcuni trattamenti psicofarmacologici del PTSD strutturato, e comparazioni sul tasso di efficacia delle due uniche forme di psicoterapia cognitivo-comportamentale che il NCPTSD eroga tramite le sue strutture:
la Prolonged Exposure (di derivazione comportamentista) e la Cognitive Processing Therapy (di derivazione cognitivista); tali forme di psicoterapia risulterebbero più efficaci del solo trattamento farmacologico.
3. Segnalo inoltre, in collegamento con la prima notizia, il sito del CRED belga, il Centre for Research on the Epidemiology of Disasters. Il sito è un "classico" del settore, consultato dagli studiosi di disaster studies di tutto il mondo, e che ho già segnalato tempo fa sul blog; la nuova versione del sito è molto più "ergonomica", facilmente navigabile, e permette di avere accesso ad un'ampia serie di datasets e materiali informativi - continuamente aggiornati - sui disastri e le grandi emergenze a livello internazionale.
A presto, con il calendario delle prossime iniziative scientifiche e convegnistiche italiane nell'ambito della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia !
Luca Pezzullo
04 gennaio 2011
Buon anno ! ...e alcune news !
Buon anno a tutti i lettori del blog !
Col nuovo anno, e ad emergenze idrogeologiche concluse in Veneto, riuscirò finalmente a effettuare un aggiornamento regolare dello stesso.
Come avvio di 2011, alcune brevi ma interessanti news di settore !
1. Siete su Facebook ? Vi segnalo un interessante gruppo di aggiornamento informativo e cultura di protezione civile: Mattinale di Protezione Civile. Aggiornamenti regolari; allerte; articoli, notizie e approfondimenti tecnici di settore con cadenza quotidiana. Fortemente consigliato :-)
2. Convegno EGU di Vienna
L'EGU, European Geoscience Union (una delle principali associazioni scientifiche europee nell'ambito geologico e geografico) organizza ad aprile a Vienna il suo prossimo Convegno Europeo, comprendendovi un'importante sezione dedicata ai Rischi territoriali ed ai Natural Hazards: informazioni qui.
3. Diffusione dei trattamenti psicotraumatologici in ambito NCPTSD
Il NCPTSD Statunitense, forse il principale ente pubblico di ricerca psicotraumatologica mondiale, ha diffuso la notizia della pubblicazione sul Journal of Traumatic Stress (Journal of Traumatic Stress, 2010, 23, 663-673) e su Psychiatric Services (Psychiatric Services, 2010, 61, 1153-1156), ad opera di alcuni suoi esponenti, di alcuni dati interessanti sulla diffusione ed efficacia clinica dei protocolli cognitivo-comportamentali usati nel trattamento del PTSD dei veterani delle Forze Armate Statunitensi, rientranti dai teatri operativi di Afghanistan e Iraq (OEF/OIF).
I trattamenti selezionati e disseminati dal NCPTSD sono la Cognitive Processing Therapy e la Prolonged Exposure, strutturazioni aggiornate dei classici approcci cognitivi e comportamentali alla gestione della sintomatologia post-traumatica.
4. Ipotesi di eventuali collegamenti epidemiologici tra PTSD e Demenza ?
Alcuni recenti studi epidemiologici suggerirebbero (anche se non vi è allo stato una certezza conclusiva in tal senso, ed alcuni aspetti di tali studi necessitano indubbiamente ulteriori approfondimenti) l'ipotesi di un possibile collegamento tra PTSD e rilievo di una maggiore prevalenza ed incidenza di demenze in tarda età nei veterani statunitensi (Qureshi et al., (2010). Greater prevalence and incidence of dementia in older veterans with posttraumatic stress disorder. Journal of the American Geriatrics Society, 58, 1627-1633).
Il dato ovviamente è da considerare con la massima prudenza e cautela, ma potrebbe spingere allo svolgimento di futuri studi focalizzati sull'approfondimento degli eventuali correlati neurofisiologici delle sindromi post-traumatiche strutturate, e dei loro possibili effetti psicosociali e/o neurobiologici nel lungo termine.
A presto,
Luca
Col nuovo anno, e ad emergenze idrogeologiche concluse in Veneto, riuscirò finalmente a effettuare un aggiornamento regolare dello stesso.
Come avvio di 2011, alcune brevi ma interessanti news di settore !
1. Siete su Facebook ? Vi segnalo un interessante gruppo di aggiornamento informativo e cultura di protezione civile: Mattinale di Protezione Civile. Aggiornamenti regolari; allerte; articoli, notizie e approfondimenti tecnici di settore con cadenza quotidiana. Fortemente consigliato :-)
2. Convegno EGU di Vienna
L'EGU, European Geoscience Union (una delle principali associazioni scientifiche europee nell'ambito geologico e geografico) organizza ad aprile a Vienna il suo prossimo Convegno Europeo, comprendendovi un'importante sezione dedicata ai Rischi territoriali ed ai Natural Hazards: informazioni qui.
3. Diffusione dei trattamenti psicotraumatologici in ambito NCPTSD
Il NCPTSD Statunitense, forse il principale ente pubblico di ricerca psicotraumatologica mondiale, ha diffuso la notizia della pubblicazione sul Journal of Traumatic Stress (Journal of Traumatic Stress, 2010, 23, 663-673) e su Psychiatric Services (Psychiatric Services, 2010, 61, 1153-1156), ad opera di alcuni suoi esponenti, di alcuni dati interessanti sulla diffusione ed efficacia clinica dei protocolli cognitivo-comportamentali usati nel trattamento del PTSD dei veterani delle Forze Armate Statunitensi, rientranti dai teatri operativi di Afghanistan e Iraq (OEF/OIF).
I trattamenti selezionati e disseminati dal NCPTSD sono la Cognitive Processing Therapy e la Prolonged Exposure, strutturazioni aggiornate dei classici approcci cognitivi e comportamentali alla gestione della sintomatologia post-traumatica.
4. Ipotesi di eventuali collegamenti epidemiologici tra PTSD e Demenza ?
Alcuni recenti studi epidemiologici suggerirebbero (anche se non vi è allo stato una certezza conclusiva in tal senso, ed alcuni aspetti di tali studi necessitano indubbiamente ulteriori approfondimenti) l'ipotesi di un possibile collegamento tra PTSD e rilievo di una maggiore prevalenza ed incidenza di demenze in tarda età nei veterani statunitensi (Qureshi et al., (2010). Greater prevalence and incidence of dementia in older veterans with posttraumatic stress disorder. Journal of the American Geriatrics Society, 58, 1627-1633).
Il dato ovviamente è da considerare con la massima prudenza e cautela, ma potrebbe spingere allo svolgimento di futuri studi focalizzati sull'approfondimento degli eventuali correlati neurofisiologici delle sindromi post-traumatiche strutturate, e dei loro possibili effetti psicosociali e/o neurobiologici nel lungo termine.
A presto,
Luca
19 novembre 2010
Aggiornamenti
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti nell'ultimo periodo; purtroppo, il forte impegno di PxP nell'emergenza alluvionale del Veneto nelle ultime settimane ha richiesto un investimento a tempo pieno nelle attività operative.
A breve, comunque, posterò gli aggiornamenti preparati già un pò di tempo fa.
Un saluto a tutti i lettori,
Luca
A breve, comunque, posterò gli aggiornamenti preparati già un pò di tempo fa.
Un saluto a tutti i lettori,
Luca
13 settembre 2010
Psicologia dell'emergenza in Russia e in Italia (Workshop internazionale a Milano)
Ricevo, e pubblico volentieri, l'annuncio del prossimo Workshop Internazionale Italia - Russia sul tema della psicologia dell'emergenza, ospitato presso l'Università Cattolica di Milano il prossimo 23 settembre 2010.
Si tratta di un'occasione unica: per la prima volta in Italia vi sarà la possibilità di conoscere e confrontare le metodologie usate dagli psicologi russi in emergenza.
L'evento è promosso dalla Federazione Italiana Psicologi per i Popoli, e dall'Unità di ricerca in Psicologia dell'emergenza dell'Università Cattolica di Milano, con il patrocinio del Dipartimento nazionale della Protezione Civile - Presidenza Consiglio dei Ministri, della Provincia di Milano e dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia.
L'ingresso è gratuito, ma il numero di posti è limitato: è importate confermare la propria presenza; è previsto un attestato di presenza.
INTERVENGONO:
Maria Luisa De Natale, Luigi Ranzato, Mauro Grimoldi, Agostino Miozzo, Stefano Bolognini, Paolo Castelletti, Maria Kartseva, Antonina Lyashenko, Fabio Sbattella, Antonio Restori, Irina Kozlova, Sergey Tiunov, Rachele Baudino, Marisa Portoni, Rina Galeaz, Davide Piovesan.
Ulteriori informazioni qui.
Luca
Si tratta di un'occasione unica: per la prima volta in Italia vi sarà la possibilità di conoscere e confrontare le metodologie usate dagli psicologi russi in emergenza.
L'evento è promosso dalla Federazione Italiana Psicologi per i Popoli, e dall'Unità di ricerca in Psicologia dell'emergenza dell'Università Cattolica di Milano, con il patrocinio del Dipartimento nazionale della Protezione Civile - Presidenza Consiglio dei Ministri, della Provincia di Milano e dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia.
L'ingresso è gratuito, ma il numero di posti è limitato: è importate confermare la propria presenza; è previsto un attestato di presenza.
INTERVENGONO:
Maria Luisa De Natale, Luigi Ranzato, Mauro Grimoldi, Agostino Miozzo, Stefano Bolognini, Paolo Castelletti, Maria Kartseva, Antonina Lyashenko, Fabio Sbattella, Antonio Restori, Irina Kozlova, Sergey Tiunov, Rachele Baudino, Marisa Portoni, Rina Galeaz, Davide Piovesan.
Ulteriori informazioni qui.
Luca
31 agosto 2010
Ripresa ! :-)
Benritrovati !
Dopo una lunga pausa, prima per motivi lavorativi e poi per una lunga pausa estiva, ripartono gli aggiornamenti regolari del blog !
Quest'anno, tramite il blog, cercherò anche di effettuare un aggiornamento informativo sulle principali attività e incontri internazionali di settore, e svolgere un pò di review dei principali risultati della ricerca scientifica nell'ambito della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia.
Parto, con una segnalazione telegrafica: se siete vigili del fuoco, o avete subito un evento emergenziale (incendi, terremoti, alluvioni) negli ultimi anni, avete la possibilità di partecipare ad una grossa ricerca internazionale sul comportamento umano in situazioni di emergenza: il progetto europeo BeSeCu, di cui partner italiano è l'Università di Bologna.
I partecipanti, volontari ed anonimi, potranno compilare un ampio questionario online sul tipo di esperienza personale o professionale vissuta: partecipandovi, potete fornire un utile contributo alla ricerca sui principali fattori comportamentali e culturali che si attivano in situazioni emergenziali.
Maggiori informazioni e link per partecipare alla ricerca:
Behaviour Security and Culture
A presto per i primi aggiornamenti post-estivi sulla letteratura scientifica !
Luca
Dopo una lunga pausa, prima per motivi lavorativi e poi per una lunga pausa estiva, ripartono gli aggiornamenti regolari del blog !
Quest'anno, tramite il blog, cercherò anche di effettuare un aggiornamento informativo sulle principali attività e incontri internazionali di settore, e svolgere un pò di review dei principali risultati della ricerca scientifica nell'ambito della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia.
Parto, con una segnalazione telegrafica: se siete vigili del fuoco, o avete subito un evento emergenziale (incendi, terremoti, alluvioni) negli ultimi anni, avete la possibilità di partecipare ad una grossa ricerca internazionale sul comportamento umano in situazioni di emergenza: il progetto europeo BeSeCu, di cui partner italiano è l'Università di Bologna.
I partecipanti, volontari ed anonimi, potranno compilare un ampio questionario online sul tipo di esperienza personale o professionale vissuta: partecipandovi, potete fornire un utile contributo alla ricerca sui principali fattori comportamentali e culturali che si attivano in situazioni emergenziali.
Maggiori informazioni e link per partecipare alla ricerca:
Behaviour Security and Culture
A presto per i primi aggiornamenti post-estivi sulla letteratura scientifica !
Luca
26 aprile 2010
Per iniziare: seconda parte. Bibliografia ragionata.
SECONDA PARTE
Cosa studiare, per formarsi ?
Leggere libri non basta per diventare psicologi, tanto meno psicologi dell'emergenza. E del resto ovviamente non basta essere psicologi pur preparati, leggere un buon manuale, e trovarsi dall'oggi al domani esperto "psicologo dell'emergenza".
Un medico, pur laureato brillantemente, studiandosi solo a tavolino un manuale di medicina d'urgenza o frequentando un seminario formativo di un weekend, non potrebbe mai diventare dall'oggi al domani un esperto di medicina d'emergenza cui affideremmo le nostre vite; allo stesso modo, per essere esperti in psicologia dell'emergenza serve molta pratica, servono esperienze dirette, serve molta formazione approfondita, servono frequenti esercitazioni realistiche, serve andare "sul campo".
Ed è solo così che si diventa realmente "esperti" in qualcosa. Le scorciatoie non esistono, soprattutto quando ci si occupa di salute pubblica in situazioni di emergenza.
Ovviamente, questo non implica che lo studio teorico o i seminari formativi non possano essere utili; anzi, lo studio teorico approfondito è sempre base e fondamento di una corretta pratica professionale.
Solo, queste forme di apprendimento vanno considerate correttamente, valutando bene quello che possono fornire e quello che ovviamente non possono fornire.
Dire "sono un bravo psicologo, leggo un libro/faccio un seminario di due giorni, e poi vado a propormi come esperto di emergenze" sarebbe ovviamente paradossale; ma, giustamente, gli alti standard professionali ed etici a cui tutti gli psicologi sono tenuti impongono molto più che la lettura di un libro o l'ascolto di un paio di conferenze per potersi definire "esperti di qualcosa".
Ciò detto e precisato, esistono alcuni testi, abbastanza diffusi, che presentano in maniera adeguata i concetti fondamentali della teoria e della pratica della psicologia dell'emergenza; testi utili ai colleghi che vogliono avvicinarsi al settore, aggiornarsi, o valutare se approfondire la loro formazione in merito.
Ne elenco alcuni, senza pretesa di esaustività, ma indicandone alcuni che a mio parere possono essere di buona utilità intoduttiva. Quelli in inglese sono facilmente reperibili tramite Amazon o librerie internazionali.
Li suddivido per grandi aree tematiche; un buon psicologo dell'emergenza necessita - davvero - di una competenza di base in ciascuna di queste aree. Anche qui, non esistono scorciatoie !
Psicologia dell'Emergenza:
- Manuale di Psicologia dell'Emergenza. Fabio Sbattella. FrancoAngeli, 2009.
Un manuale eccellente, che introduce i concetti fondamentali teorico-applicativi della psicologia dell'emergenza in maniera chiara e rigorosa; analisi di letteratura, numerose indicazioni operative, e soprattutto un'approfondita riflessione critica sui temi e l'identità della psicologia dell'emergenza (aspetti che vengono presentati spesso in maniera un pò troppo stereotipata nella vecchia letteratura di settore), lo rendono un ottimo testo di partenza per avvicinarsi alla psicologia dell'emergenza, della quale aiuta a comprendere molto bene la "logica implicita", gli "spazi di pensiero" e le modalità applicative sul campo.
- Psicologia dell'Emergenza. Luca Pietrantoni, Luigi Prati. Il Mulino, 2009.
Il miglior manuale accademico attualmente disponibile in italiano sul tema della psicologia dell'emergenza. Il testo (che ho recensito un anno fa su questo stesso blog) affronta tutti i principali temi del settore, proponendone un'eccellente review della letteratura scientifica di merito, molto rigorosa ed aggiornata. Il testo fornisce soprattutto un'inquadramento teorico e scientifico, che permette di apprezzare anche la profondità della "ricerca-in-azione" in questo delicato contesto.
- L'Assistenza Psicologica nelle Emergenze. Bruce Young (et al.). Erickson, 2002.
Un testo classico, su cui molti della "vecchia guardia" si sono formati. Si tratta della traduzione italiana di un manuale operativo dell'Esercito Statunitense. Come tale, presenta utili indicazioni operative, ed una logica espositiva semplice e molto schematica. Ottimo per farsi rapidamente un'idea delle principali tecniche e modalità operative usate nel post-disastro, si presenta oggi come un testo un pò invecchiato, il cui limite maggiore risiede forse nell'assenza di riflessione teorica o critica: essendo un testo molto "operativo", non presenta spazi di elaborazione o approfondimento di merito. Consigliato come complemento allo Sbattella o al Pietrantoni.
Primo Soccorso Psicologico:
- Il primo soccorso psicologico nella maxi-emergenze e nei disastri. Luca Pietrantoni, Gabriele Prati, Luigi Palestini. CLUEB, 2008.
Il "Psychological First Aid", o "Primo Soccorso Psicologico", rappresenta una modalità di organizzazione degli interventi di sostegno psicologico nell'immediatezza del post-evento critico. Utile in particolare per fornire indicazioni operative semplici e chiare a soccorritori e personale operativo, è stato sviluppato in ambito anglosassone nell'ultimo decennio. Il breve testo di Pietrantoni e Prati ne espone in maniera chiara e articolata i concetti fondamentali e le modalità applicative. Come tale, si presenta come un ottimo complemento "pratico" per lo specifico degli interventi di supporto immediato nelle maxiemergenze (che comunque, come detto, è solo una piccola parte della psicologia dell'emergenza).
Psicologia della Sopravvivenza:
- The Unthinkable. Amanda Ripley. Three Rivers Press, 2009.
Un libro introduttivo, ma assolutamente eccellente, sul tema della psicologia in emergenza: tutti i principali processi psicologici di adattamento, sopravvivenza e gestione individuale e gruppale degli eventi critici sono descritti in maniera eccellente, scientificamente rigorosa ed al contempo molto articolata anche a livello di case-studies e "storie di vita". Scritto in maniera molto interessante, con continui rimandi tra analisi di caso e ricerca scientifica, il volume analizza molto bene tutto il range di risposte cognitive, psicosociali e comportamentali davanti ad eventi estremi, crisi ed incidenti. Testo obbligatorio per ogni psicologo dell'emergenza degno di questo nome !
- Deep Survival. Laurence Gonzales. W. W. Norton, 2004.
Un testo di introduzione e discussione sul tema della psicologia della sopravvivenza in contesti estremi, ricco di approfondimenti e case-studies. Un volume molto utile e interessante, ideale per avvicinarsi a questo settore specifico.
Psicologia del Rischio:
- Nuovi Rischi, Vecchie Paure. Rino Rumiati, Lucia Savadori. Il Mulino, 2005.
Un'introduzione chiara, sintetica ed aggiornata al tema della "percezione del rischio", fondamentale tema scientifico-professionale a cavallo tra psicologia cognitiva, ambientale e dell'emergenza. Il testo si basa prevalentemente sulle modellizzazioni di Paul Slovic e del cosiddetto "paradigma psicometrico della risk perception", che è stato di particolare rilievo nella storia dei "risk studies" internazionali.
Psicotraumatologia:
- Principles of Trauma Therapy. John Briere. Sage, 2006.
Un eccellente testo clinico: aggiornato, chiaro, scientificamente rigoroso, ricco di indicazioni clinico-professionali. Il volume copre tutti i principali temi concettuali e metodologici della "Trauma Therapy", in maniera a tratti sintetica ma sempre chiarissima ed esauriente.
Assolutamente consigliato, sia per i "novizi" che per i terapeuti esperti che vogliano bene introdursi all'argomento.
- Disturbo Post-Traumatico da Stress. William Yule. McGraw-Hill, 2002.
Lo Yule è un classico della moderna psicopatologia e nosologia del PTSD: il testo, di impronta fortemente cognitivo-comportamentale e di taglio clinico, è un'ottima introduzione all'argomento. La sua edizione originale è del 1999, quindi è leggermente invecchiato - ma rimane comunque una delle migliori trattazioni del tema disponibili in italiano.
- Nuove vie per uscire dal Trauma. Gottfried Fischer. Edizioni del Cerro, 2009.
Il testo di Fischer, uno dei principali psicotraumatologi europei, è un'interessante guida alla gestione clinica delle sindromi traumatiche, scritto in maniera veramente chiara, semplice e coerente. Pensato specificatamente per il giovane terapeuta che si avvicina per la prima volta all'argomento, presenta sinteticamente - e con forte taglio clinico-operativo - una serie di considerazioni, indicazioni e semplici tecniche per la facilitazione dell'elaborazione dei vissuti conseguenti all'evento traumatico. La semplicità e scorrevolezza dello scritto non è però disgiunta da un forte rigore teorico e professionale di fondo.
Data la sua notevole chiarezza espositiva, la sua relativa brevità, ed il suo taglio concreto, molte parti di questo testo possono essere utilmente usate (con le dovute accortezze, ovviamente) anche come testo di informazione/supporto per i pazienti ed i loro famigliari.
- Les Traumatismes Psychiques. Michel De Clercq, Francois Lebigot. Masson, 2001.
Un grandissimo classico della letteratura psicotraumatologica/emergenziale europea, è forse uno dei migliori testi mai scritti sull'argomento: solidità concettuale, completezza espositiva, ricchezza di notazioni cliniche unite ad una profondissima (e rara, in letteratura) riflessione teorico-critica sulla metapsicologia del trauma, è forse il testo-principe della scuola psicotraumatologica militare francese, una delle più importanti del mondo. Mentre solitamente la letteratura psicotraumatologica ha un forte orientamento cognitivo-comportamentale, questo testo si apre significativamente, e con grande rigore concettuale, anche a tematiche di tipo psicodinamico.
Attualmente non è più reperibile in commercio, ma gran parte del testo è fortunatamente consultabile online tramite Google Books.
- Comprendere il Trauma. Caroline Garland. Bruno Mondadori Editore, 2001.
Tra i recenti testi di orientamento dinamico sulla gestione clinica del trauma, questo è particolarmente significativo e di interesse: un'ottima trattazione della teoria dinamica del trauma psichico acuto, con numerose esemplificazioni cliniche, e rigorose riflessioni applicative derivate dalla più recente tradizione di ricerca ed intervento della prestigiosa Tavistock Clinic, sui temi di incidenti, eventi acuti, situazioni di crisi.
- Il Mondo Interiore del Trauma. Donald Kalsched. Moretti e Vitali, 2001.
In questo eccellente testo ad orientamento psicologico-analitico, Kalsched elabora un modello estremamente ricco e psicoterapeuticamente interessante sulle "situazioni traumatiche" (a partire dall'età evolutiva), che portano poi a strutturare, nel tempo, forme di sofferenza interna riattivabili anche da eventi acuti. L'elaborazione teorico-clinica di Kalsched è particolarmente rigorosa, innovativa e brillante, ed il testo è realmente di grande interesse per tutti i terapeuti che operino nell'ambito della psicoterapia traumatologica.
Psicologia del Lutto e della Morte:
- Il Lutto in Psicologia Clinica e Psicoterapia. Maura Sgarro. Centro Scientifico Editore, 2008.
Un testo chiaro e ben articolato sui temi della gestione clinica del lutto; i suoi diversi capitoli, ad opera di diversi contributori, coprono tutti i principali ambiti professionali e temi applicativi legati agli eventi luttuosi. E' il volume di riferimento per chi ha interesse professionale nell'area, ed è fortemente consigliato anche per clinici esperti.
- Imparare a dirsi addio. Eliana Adler Segre. Proedi Editore, 2005.
Un testo semplice e sintetico, ma mai banale, sull'accompagnamento alla "perdita dell'altro" ed all'avvio dell'elaborazione del lutto. Testo introduttivo, rivolto non solo a psicologi, ma anche a parenti ed altri operatori sociosanitari dell'area terminale, si presenta come molto utile - per chiarezza ed esemplificazioni operative - per i colleghi che si avvicinano per la prima volta all'argomento.
- La Nera Signora. Alfonso Maria di Nola. Newton-Compton, 2009.
Un'utile lettura complementare: è una trattazione amplissima, ricca e molto dettagliata del tema dell'antropologia della morte e del lutto. Il voluminoso testo tratta in maniera molto articolata degli aspetti simbolici, culturali e sociali - sia famigliari che comunitari - della morte, del cordoglio e del lutto. Ottimo per porre in prospettiva più ampia le letture specificatamente cliniche.
Psicologia culturale, immigrazione e violenze organizzate:
- L'Assistenza Terapeutica ai Rifugiati. Renos K. Papadopoulos. Magi Editore, 2006.
La necessità di comprensione degli aspetti culturali del trauma, e della specificità e complessità dell'intervento con rifugiati, profughi e richiedenti asilo (spesso vittime di tortura, abusi, lutti) è in rapida crescita anche in Italia. Il testo di Papadopoulos, uno dei massimi esperti internazionali del tema, presenta un'introduzione ricca e chiara all'argomento, con indicazioni operative e riflessioni teoriche di non poco spessore. Ottimo anche per chi si avvicina per la prima volta a tali questioni.
- Oltre la tortura. Aldo Morrone (a cura di). Magi Editore, 2008.
Un testo specifico, che deriva dalla grande esperienza del gruppo dell'IRCCS "San Gallicano" di Roma in merito alla presa in carico ed al trattamento dei rifugiati vittime di tortura. Tema assai delicato e difficile, che spesso è di faticosa gestione anche per i clinici più esperti; il libro descrive in maniera sintetica ma attenta i principali problemi del lavoro in questo setting duro e difficile, anche attraverso l'esperienza del San Gallicano stesso, delineando indicazioni molto utili per il clinico e le èquipe di cura che si trovano ad interfacciarsi con pazienti con queste drammatiche storie personali.
Psicologia militare e del terrorismo:
- Military Psychology. Carrie H. Kennedy, Eric Zillmer. Guilford Press, 2006.
Attualmente, lo standard internazionale nella manualistica sulla psicologia militare è rappresentato proprio da questo volume. Il testo si focalizza sulla presentazione e discussione della letteratura scientifica e professionale più aggiornata su tutte le sotto-aree della psicologia militare, sviluppando linee di lavoro molto interessanti, sia nel classico ambito clinico (la prima parte) che nella psicologia operativa (la seconda parte). Questo focus bivalente, unito al forte aggiornamento della letteratura di riferimento, lo rende un unicum nei testi di settore, ed un volume di estremo interesse per chi operi in questo contesto.
- Psychology of Terrorism. Bongar, Brown, Zimbardo et al., Oxford University Press, 2007.
Si tratta forse del miglior testo attualmente disponibile, a livello internazionale, sugli aspetti psicologici e psicosociali legati al terrorismo.
La prima parte fornisce così un'ampia introduzione teorica al problema del terrorismo, studiandone gli antecedenti storici, le forme di articolazione, e gli aspetti sociali, comunicativi e culturali in senso lato. Si approfondiscono poi i temi della "psicologia del terrorista", del terrorismo suicida e del percorso di costruzione di un'identità personale come "terrorista".
Si passa quindi ad analizzare gli effetti psicologici degli atti di terrorismo, visti sia a livello collettivo che a livello individuale. Interessanti, e del resto sempre più presenti in letteratura scientifica, i temi della resilienza individuale e di comunità davanti ad eventi critici, che ricevono ampia attenzione nell'ultima parte del testo.
Psicologia degli operatori del soccorso:
- In the Line of Fire. C. Regher, T.Bober. Oxford University Press, 2005.
Un volume denso e di ottimo livello nell'analisi e comprensione dei processi psicologici, di stress e trauma nel personale del sistema del soccorso. Il trauma secondario, ovvero quello che colpisce i soccorritori professionisti o volontari, può essere di difficile riconoscimento e gestione, e spesso viene sistematicamente sottovalutato dai soccorritori stessi. Il testo della Regher e di Bober è la migliore e più aggiornata sintesi internazionale sulla problematica, avente un particolare focus sui soccorritori professionali. La ricca analisi dei dati, il collegamento con case-studies e testimonianze sul campo, e l'ampio ventaglio di situazioni studiate lo rendono un testo utilissimo per chiunque operi, da un punto di vista psicologico, con gruppi di soccorritori.
Prossimamente, nuove aggiunte alla bibliografia tematica.
Buone letture !
Luca Pezzullo
Cosa studiare, per formarsi ?
Leggere libri non basta per diventare psicologi, tanto meno psicologi dell'emergenza. E del resto ovviamente non basta essere psicologi pur preparati, leggere un buon manuale, e trovarsi dall'oggi al domani esperto "psicologo dell'emergenza".
Un medico, pur laureato brillantemente, studiandosi solo a tavolino un manuale di medicina d'urgenza o frequentando un seminario formativo di un weekend, non potrebbe mai diventare dall'oggi al domani un esperto di medicina d'emergenza cui affideremmo le nostre vite; allo stesso modo, per essere esperti in psicologia dell'emergenza serve molta pratica, servono esperienze dirette, serve molta formazione approfondita, servono frequenti esercitazioni realistiche, serve andare "sul campo".
Ed è solo così che si diventa realmente "esperti" in qualcosa. Le scorciatoie non esistono, soprattutto quando ci si occupa di salute pubblica in situazioni di emergenza.
Ovviamente, questo non implica che lo studio teorico o i seminari formativi non possano essere utili; anzi, lo studio teorico approfondito è sempre base e fondamento di una corretta pratica professionale.
Solo, queste forme di apprendimento vanno considerate correttamente, valutando bene quello che possono fornire e quello che ovviamente non possono fornire.
Dire "sono un bravo psicologo, leggo un libro/faccio un seminario di due giorni, e poi vado a propormi come esperto di emergenze" sarebbe ovviamente paradossale; ma, giustamente, gli alti standard professionali ed etici a cui tutti gli psicologi sono tenuti impongono molto più che la lettura di un libro o l'ascolto di un paio di conferenze per potersi definire "esperti di qualcosa".
Ciò detto e precisato, esistono alcuni testi, abbastanza diffusi, che presentano in maniera adeguata i concetti fondamentali della teoria e della pratica della psicologia dell'emergenza; testi utili ai colleghi che vogliono avvicinarsi al settore, aggiornarsi, o valutare se approfondire la loro formazione in merito.
Ne elenco alcuni, senza pretesa di esaustività, ma indicandone alcuni che a mio parere possono essere di buona utilità intoduttiva. Quelli in inglese sono facilmente reperibili tramite Amazon o librerie internazionali.
Li suddivido per grandi aree tematiche; un buon psicologo dell'emergenza necessita - davvero - di una competenza di base in ciascuna di queste aree. Anche qui, non esistono scorciatoie !
Psicologia dell'Emergenza:
- Manuale di Psicologia dell'Emergenza. Fabio Sbattella. FrancoAngeli, 2009.
Un manuale eccellente, che introduce i concetti fondamentali teorico-applicativi della psicologia dell'emergenza in maniera chiara e rigorosa; analisi di letteratura, numerose indicazioni operative, e soprattutto un'approfondita riflessione critica sui temi e l'identità della psicologia dell'emergenza (aspetti che vengono presentati spesso in maniera un pò troppo stereotipata nella vecchia letteratura di settore), lo rendono un ottimo testo di partenza per avvicinarsi alla psicologia dell'emergenza, della quale aiuta a comprendere molto bene la "logica implicita", gli "spazi di pensiero" e le modalità applicative sul campo.
- Psicologia dell'Emergenza. Luca Pietrantoni, Luigi Prati. Il Mulino, 2009.
Il miglior manuale accademico attualmente disponibile in italiano sul tema della psicologia dell'emergenza. Il testo (che ho recensito un anno fa su questo stesso blog) affronta tutti i principali temi del settore, proponendone un'eccellente review della letteratura scientifica di merito, molto rigorosa ed aggiornata. Il testo fornisce soprattutto un'inquadramento teorico e scientifico, che permette di apprezzare anche la profondità della "ricerca-in-azione" in questo delicato contesto.
- L'Assistenza Psicologica nelle Emergenze. Bruce Young (et al.). Erickson, 2002.
Un testo classico, su cui molti della "vecchia guardia" si sono formati. Si tratta della traduzione italiana di un manuale operativo dell'Esercito Statunitense. Come tale, presenta utili indicazioni operative, ed una logica espositiva semplice e molto schematica. Ottimo per farsi rapidamente un'idea delle principali tecniche e modalità operative usate nel post-disastro, si presenta oggi come un testo un pò invecchiato, il cui limite maggiore risiede forse nell'assenza di riflessione teorica o critica: essendo un testo molto "operativo", non presenta spazi di elaborazione o approfondimento di merito. Consigliato come complemento allo Sbattella o al Pietrantoni.
Primo Soccorso Psicologico:
- Il primo soccorso psicologico nella maxi-emergenze e nei disastri. Luca Pietrantoni, Gabriele Prati, Luigi Palestini. CLUEB, 2008.
Il "Psychological First Aid", o "Primo Soccorso Psicologico", rappresenta una modalità di organizzazione degli interventi di sostegno psicologico nell'immediatezza del post-evento critico. Utile in particolare per fornire indicazioni operative semplici e chiare a soccorritori e personale operativo, è stato sviluppato in ambito anglosassone nell'ultimo decennio. Il breve testo di Pietrantoni e Prati ne espone in maniera chiara e articolata i concetti fondamentali e le modalità applicative. Come tale, si presenta come un ottimo complemento "pratico" per lo specifico degli interventi di supporto immediato nelle maxiemergenze (che comunque, come detto, è solo una piccola parte della psicologia dell'emergenza).
Psicologia della Sopravvivenza:
- The Unthinkable. Amanda Ripley. Three Rivers Press, 2009.
Un libro introduttivo, ma assolutamente eccellente, sul tema della psicologia in emergenza: tutti i principali processi psicologici di adattamento, sopravvivenza e gestione individuale e gruppale degli eventi critici sono descritti in maniera eccellente, scientificamente rigorosa ed al contempo molto articolata anche a livello di case-studies e "storie di vita". Scritto in maniera molto interessante, con continui rimandi tra analisi di caso e ricerca scientifica, il volume analizza molto bene tutto il range di risposte cognitive, psicosociali e comportamentali davanti ad eventi estremi, crisi ed incidenti. Testo obbligatorio per ogni psicologo dell'emergenza degno di questo nome !
- Deep Survival. Laurence Gonzales. W. W. Norton, 2004.
Un testo di introduzione e discussione sul tema della psicologia della sopravvivenza in contesti estremi, ricco di approfondimenti e case-studies. Un volume molto utile e interessante, ideale per avvicinarsi a questo settore specifico.
Psicologia del Rischio:
- Nuovi Rischi, Vecchie Paure. Rino Rumiati, Lucia Savadori. Il Mulino, 2005.
Un'introduzione chiara, sintetica ed aggiornata al tema della "percezione del rischio", fondamentale tema scientifico-professionale a cavallo tra psicologia cognitiva, ambientale e dell'emergenza. Il testo si basa prevalentemente sulle modellizzazioni di Paul Slovic e del cosiddetto "paradigma psicometrico della risk perception", che è stato di particolare rilievo nella storia dei "risk studies" internazionali.
Psicotraumatologia:
- Principles of Trauma Therapy. John Briere. Sage, 2006.
Un eccellente testo clinico: aggiornato, chiaro, scientificamente rigoroso, ricco di indicazioni clinico-professionali. Il volume copre tutti i principali temi concettuali e metodologici della "Trauma Therapy", in maniera a tratti sintetica ma sempre chiarissima ed esauriente.
Assolutamente consigliato, sia per i "novizi" che per i terapeuti esperti che vogliano bene introdursi all'argomento.
- Disturbo Post-Traumatico da Stress. William Yule. McGraw-Hill, 2002.
Lo Yule è un classico della moderna psicopatologia e nosologia del PTSD: il testo, di impronta fortemente cognitivo-comportamentale e di taglio clinico, è un'ottima introduzione all'argomento. La sua edizione originale è del 1999, quindi è leggermente invecchiato - ma rimane comunque una delle migliori trattazioni del tema disponibili in italiano.
- Nuove vie per uscire dal Trauma. Gottfried Fischer. Edizioni del Cerro, 2009.
Il testo di Fischer, uno dei principali psicotraumatologi europei, è un'interessante guida alla gestione clinica delle sindromi traumatiche, scritto in maniera veramente chiara, semplice e coerente. Pensato specificatamente per il giovane terapeuta che si avvicina per la prima volta all'argomento, presenta sinteticamente - e con forte taglio clinico-operativo - una serie di considerazioni, indicazioni e semplici tecniche per la facilitazione dell'elaborazione dei vissuti conseguenti all'evento traumatico. La semplicità e scorrevolezza dello scritto non è però disgiunta da un forte rigore teorico e professionale di fondo.
Data la sua notevole chiarezza espositiva, la sua relativa brevità, ed il suo taglio concreto, molte parti di questo testo possono essere utilmente usate (con le dovute accortezze, ovviamente) anche come testo di informazione/supporto per i pazienti ed i loro famigliari.
- Les Traumatismes Psychiques. Michel De Clercq, Francois Lebigot. Masson, 2001.
Un grandissimo classico della letteratura psicotraumatologica/emergenziale europea, è forse uno dei migliori testi mai scritti sull'argomento: solidità concettuale, completezza espositiva, ricchezza di notazioni cliniche unite ad una profondissima (e rara, in letteratura) riflessione teorico-critica sulla metapsicologia del trauma, è forse il testo-principe della scuola psicotraumatologica militare francese, una delle più importanti del mondo. Mentre solitamente la letteratura psicotraumatologica ha un forte orientamento cognitivo-comportamentale, questo testo si apre significativamente, e con grande rigore concettuale, anche a tematiche di tipo psicodinamico.
Attualmente non è più reperibile in commercio, ma gran parte del testo è fortunatamente consultabile online tramite Google Books.
- Comprendere il Trauma. Caroline Garland. Bruno Mondadori Editore, 2001.
Tra i recenti testi di orientamento dinamico sulla gestione clinica del trauma, questo è particolarmente significativo e di interesse: un'ottima trattazione della teoria dinamica del trauma psichico acuto, con numerose esemplificazioni cliniche, e rigorose riflessioni applicative derivate dalla più recente tradizione di ricerca ed intervento della prestigiosa Tavistock Clinic, sui temi di incidenti, eventi acuti, situazioni di crisi.
- Il Mondo Interiore del Trauma. Donald Kalsched. Moretti e Vitali, 2001.
In questo eccellente testo ad orientamento psicologico-analitico, Kalsched elabora un modello estremamente ricco e psicoterapeuticamente interessante sulle "situazioni traumatiche" (a partire dall'età evolutiva), che portano poi a strutturare, nel tempo, forme di sofferenza interna riattivabili anche da eventi acuti. L'elaborazione teorico-clinica di Kalsched è particolarmente rigorosa, innovativa e brillante, ed il testo è realmente di grande interesse per tutti i terapeuti che operino nell'ambito della psicoterapia traumatologica.
Psicologia del Lutto e della Morte:
- Il Lutto in Psicologia Clinica e Psicoterapia. Maura Sgarro. Centro Scientifico Editore, 2008.
Un testo chiaro e ben articolato sui temi della gestione clinica del lutto; i suoi diversi capitoli, ad opera di diversi contributori, coprono tutti i principali ambiti professionali e temi applicativi legati agli eventi luttuosi. E' il volume di riferimento per chi ha interesse professionale nell'area, ed è fortemente consigliato anche per clinici esperti.
- Imparare a dirsi addio. Eliana Adler Segre. Proedi Editore, 2005.
Un testo semplice e sintetico, ma mai banale, sull'accompagnamento alla "perdita dell'altro" ed all'avvio dell'elaborazione del lutto. Testo introduttivo, rivolto non solo a psicologi, ma anche a parenti ed altri operatori sociosanitari dell'area terminale, si presenta come molto utile - per chiarezza ed esemplificazioni operative - per i colleghi che si avvicinano per la prima volta all'argomento.
- La Nera Signora. Alfonso Maria di Nola. Newton-Compton, 2009.
Un'utile lettura complementare: è una trattazione amplissima, ricca e molto dettagliata del tema dell'antropologia della morte e del lutto. Il voluminoso testo tratta in maniera molto articolata degli aspetti simbolici, culturali e sociali - sia famigliari che comunitari - della morte, del cordoglio e del lutto. Ottimo per porre in prospettiva più ampia le letture specificatamente cliniche.
Psicologia culturale, immigrazione e violenze organizzate:
- L'Assistenza Terapeutica ai Rifugiati. Renos K. Papadopoulos. Magi Editore, 2006.
La necessità di comprensione degli aspetti culturali del trauma, e della specificità e complessità dell'intervento con rifugiati, profughi e richiedenti asilo (spesso vittime di tortura, abusi, lutti) è in rapida crescita anche in Italia. Il testo di Papadopoulos, uno dei massimi esperti internazionali del tema, presenta un'introduzione ricca e chiara all'argomento, con indicazioni operative e riflessioni teoriche di non poco spessore. Ottimo anche per chi si avvicina per la prima volta a tali questioni.
- Oltre la tortura. Aldo Morrone (a cura di). Magi Editore, 2008.
Un testo specifico, che deriva dalla grande esperienza del gruppo dell'IRCCS "San Gallicano" di Roma in merito alla presa in carico ed al trattamento dei rifugiati vittime di tortura. Tema assai delicato e difficile, che spesso è di faticosa gestione anche per i clinici più esperti; il libro descrive in maniera sintetica ma attenta i principali problemi del lavoro in questo setting duro e difficile, anche attraverso l'esperienza del San Gallicano stesso, delineando indicazioni molto utili per il clinico e le èquipe di cura che si trovano ad interfacciarsi con pazienti con queste drammatiche storie personali.
Psicologia militare e del terrorismo:
- Military Psychology. Carrie H. Kennedy, Eric Zillmer. Guilford Press, 2006.
Attualmente, lo standard internazionale nella manualistica sulla psicologia militare è rappresentato proprio da questo volume. Il testo si focalizza sulla presentazione e discussione della letteratura scientifica e professionale più aggiornata su tutte le sotto-aree della psicologia militare, sviluppando linee di lavoro molto interessanti, sia nel classico ambito clinico (la prima parte) che nella psicologia operativa (la seconda parte). Questo focus bivalente, unito al forte aggiornamento della letteratura di riferimento, lo rende un unicum nei testi di settore, ed un volume di estremo interesse per chi operi in questo contesto.
- Psychology of Terrorism. Bongar, Brown, Zimbardo et al., Oxford University Press, 2007.
Si tratta forse del miglior testo attualmente disponibile, a livello internazionale, sugli aspetti psicologici e psicosociali legati al terrorismo.
La prima parte fornisce così un'ampia introduzione teorica al problema del terrorismo, studiandone gli antecedenti storici, le forme di articolazione, e gli aspetti sociali, comunicativi e culturali in senso lato. Si approfondiscono poi i temi della "psicologia del terrorista", del terrorismo suicida e del percorso di costruzione di un'identità personale come "terrorista".
Si passa quindi ad analizzare gli effetti psicologici degli atti di terrorismo, visti sia a livello collettivo che a livello individuale. Interessanti, e del resto sempre più presenti in letteratura scientifica, i temi della resilienza individuale e di comunità davanti ad eventi critici, che ricevono ampia attenzione nell'ultima parte del testo.
Psicologia degli operatori del soccorso:
- In the Line of Fire. C. Regher, T.Bober. Oxford University Press, 2005.
Un volume denso e di ottimo livello nell'analisi e comprensione dei processi psicologici, di stress e trauma nel personale del sistema del soccorso. Il trauma secondario, ovvero quello che colpisce i soccorritori professionisti o volontari, può essere di difficile riconoscimento e gestione, e spesso viene sistematicamente sottovalutato dai soccorritori stessi. Il testo della Regher e di Bober è la migliore e più aggiornata sintesi internazionale sulla problematica, avente un particolare focus sui soccorritori professionali. La ricca analisi dei dati, il collegamento con case-studies e testimonianze sul campo, e l'ampio ventaglio di situazioni studiate lo rendono un testo utilissimo per chiunque operi, da un punto di vista psicologico, con gruppi di soccorritori.
Prossimamente, nuove aggiunte alla bibliografia tematica.
Buone letture !
Luca Pezzullo
Alcune indicazioni "per iniziare": Prima parte
Tra le domande via mail che mi arrivano più di frequente da parte dei colleghi che si avvicinano per la prima volta a questo settore, vi è quella sul... "come iniziare/cosa leggere/come formarsi" in psicologia dell'emergenza.
Siccome mi trovo a rispondere spesso alla stessa domanda, ecco qui un sunto "una volta per tutte", diviso in tre parti ! :-)
In questa prima parte, alcune questioni preliminari e concettuali del settore, che è importante conoscere per avvicinarlo in maniera corretta; nella seconda parte, che sarà postata nei prossimi giorni, una lunga serie di indicazioni bibliografiche ragionate, sui diversi ambiti della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia; nella terza parte - in preparazione - una serie di consigli operativi sui diversi contesti operativi ed associativi di settore.
PRIMA PARTE
1. Non confondete la psicotraumatologia con la psicologia dell'emergenza.
La psicologia dell'emergenza è qualcosa di più "vasto" e molto diverso rispetto alla psicotraumatologia, e troppo spesso si fa una certa confusione in merito (purtroppo, a volte anche tra gli addetti ai lavori). Questo non significa certo che uno dei due settori sia "migliore o più importante dell'altro"; ma è necessario comprendere bene le diverse aree teorico-metodologiche cui fanno riferimento.
La psicologia dell'emergenza infatti non è solo "psicologia clinica", ma è anche (e spesso soprattutto) psicologia sociale, psicologia dei gruppi, psicologia della comunicazione, psicologia delle organizzazioni, psicologia di comunità - tutte applicate, trasversalmente e integrativamente, all'ambito delle "situazioni di crisi".
Dunque, si tratta di un ambito complesso e variegato, "orizzontale" rispetto ai diversi ambiti, teorie e linee di lavoro psicologiche, e assolutamente non riducibile alla sola "clinica del post-emergenza", che ne è solo una piccola parte (per quanto significativa).
La psicotraumatologia, invece, è una declinazione specifica della psicoterapia nell'ambito dei traumi psichici. Dunque, un tema molto più specifico, e clinicamente orientato. Solitamente, inoltre, la psicotraumatologia si applica nel caso di disturbi clinicamente significativi (che solitamente sono più rari di quanto si pensa, anche in contesti di emergenza), a distanza di settimane o mesi dagli eventi critici, ed in setting individuali.
Ovviamente vi sono diversi punti di contatto e di "continuità operativa" tra intervento psicologico-emergenziale e intervento psicotraumatologico, ma bisogna evitare di confonderli indebitamente, proprio per massima chiarezza operativa, scientifica e professionale.
Mentre sicuramente non tutte le persone coinvolte da un evento critico necessiteranno infatti di un supporto specialistico psicoterapeutico-psicotraumatologico (anzi, dai dati statistici internazionali solo una piccola minoranza ne necessita clinicamente), forme di sostegno psicologico-emergenziale, e gli interventi "organizzativi" derivati dalla psicologia dell'emergenza, possono essere dirette a gran parte delle persone coinvolte da un evento critico - a livello individuale, gruppale e comunitario.
In altri termini: la sofferenza emotiva, avanti a situazioni critiche, è frequente e normale - e ce ne se ne può e deve prendere cura; ma questo non implica che la sofferenza sia o diventerà automaticamente una "malattia": la pur acuta sofferenza personale in situazioni di emergenza, diventa infatti una psicopatologia strutturata solo in rari casi (meno del 10% in media, secondo le rilevazioni epidemiologiche del NCPTSD, il più importante centro internazionale di ricerca in merito), nel qual caso può allora essere utile ed importante un intervento psicoterapeutico-psicotraumatologico.
2. Non basta saperne di psicologia, per essere bravi psicologi dell'emergenza.
Sembra ovvio, ma va sottolineato espressamente.
Essere psicologi competenti e preparati è ovviamente la base necessaria, ma non è sufficiente per essere un bravo psicologo dell'emergenza. Sono infatti anche altre le competenze professionali ed extraprofessionali che sono fondamentali per poter operare in maniera efficace e sicura in questo specifico contesto, così delicato, trasversale e complesso. Sul campo, contano molto anche competenze operative non ascrivibili alla sola psicologia dell'emergenza, o anche solo alla psicologia in generale.
Essere in grado di orientarsi nel sistema dei soccorsi; conoscere le sigle, le logiche, i linguaggi e le procedure di base di Protezione Civile e soccorso sanitario; sapersi interfacciare correttamente con le istituzioni, associazioni ed Enti preposti alla gestione dei soccorsi; conoscere e saper mettere in atto le regole di sicurezza operativa sul campo, o l'uso di DPI, etc., sono tutte conoscenze e competenze essenziali per lo psicologo dell'emergenza, che si trova ad operare, per definizione, in un contesto fisico e relazionale profondamente diverso da quello cui magari si è abituato nella sua pratica professionale "ordinaria". E la buona volontà non è in questo caso sufficiente: è necessaria una preparazione specifica, che parte anche da basi formative ed esperienziali non solo psicologiche.
Ad esempio, seguire integralmente un buon corso-base per volontari di Protezione Civile e/o soccorritore sanitario (con brevetto BLS/D), fornisce allo psicologo quella base "operativa" e di conoscenze/esperienze dirette del sistema di soccorso/emergenza che gli permetteranno poi di operare in maniera molto più orientata, consapevole ed efficace quando in emergenza si troverà sul serio. Se si vuole fornire una prestazione professionale rigorosa e di alto livello in questi contesti speciali, è questa una tappa formativa fondamentale.
Dunque, queste competenze e questa "identità" di soccorritore" -prima ancora che di psicologo - sono non solo utili, ma forse anche un vero e proprio pre-requisito fondamentale per poter poi andare a fare lo psicologo dell'emergenza, e saper interoperare efficacemente con tutti gli altri "attori funzionali" del sistema del soccorso.
3. In che aree psicologiche formarsi ?
Per fare gli psicologi dell'emergenza, non basta assolutamente saperne solo di "psicologia", o di "psicologia clinica", o essere psicoterapeuti.
Un vecchio e sbagliato luogo comune voleva che un bravo psicologo potesse essere ipso facto anche un bravo psicologo dell'emergenza, magari dopo essersi solo letto qualche libro, o seguito un breve seminario, in merito. Errore da matita blu !
Esattamente come il nostro tranquillo medico di famiglia non diventa automaticamente un superesperto da E.R. dopo aver seguito un breve seminario di pronto soccorso, uno psicologo (o psicoterapeuta) pur bravo difficilmente può trasformarsi in un grande esperto di emergenze dal giorno alla notte. Questo, pur essendo magari un ottimo psicologo, o un ottimo psicoterapeuta (anche migliore, in contesti non-emergenziali, di quanto sarebbe magari uno psicologo dell'emergenza).
Essere un buon psicologo, ed eventualmente un buon psicologo clinico e/o psicoterapeuta, è però ovviamente una base essenziale per essere poi un buon psicologo dell'emergenza. Insomma, la buona competenza di base è una condizione necessaria, ma da sola insufficiente.
Del resto, per fare poi buona psicologia dell'emergenza, non basta affatto saperne solo di psicologia dell'emergenza. Bisogna saperne (e bene) di psicologia generale, di psicologia sociale, di psicologia dello sviluppo, di psicologia clinica. E bisogna quindi approfondire, specificatamente, aree professionali di settore, quali: l'organizzazione dei servizi di emergenza, la psicologia della crisi emotiva, la psicologia del rischio, la psicologia della comunicazione di massa, le dinamiche organizzative in emergenza, la psicologia culturale, la clinica dei traumi, la psicologia delle comunità in situazioni di crisi, la gestione del lutto. Temi numerosi e complessi, ma non di meno essenziali nella gestione integrata ed efficace dei diversi aspetti dello scenario emergenziale.
Insomma, si necessita di una serie di competenze su tre livelli: in primis, competenze extrapsicologiche, sul sistema dei soccorsi e l'organizzazione delle emergenze. Poi, competenze psicologiche "di base", con una forte expertise trasversalmente ai diversi settori clinici e sociali "classici" della psicologia. Quindi, una serie di competenze molto specifiche ed applicative, sui versanti peculiari della psicologia dell'emergenza e degli eventi acuti.
Una formazione lunga, come si vede; non a caso, i corsi formativi di settore più seri e strutturati durano solitamente almeno un anno o due, per poter veicolare adeguatamente le principali competenze di merito. E sono assolutamente necessarie, nel tempo, anche numerose esercitazioni ed esperienze pratiche supervisionate, per poter tradurre in pratica l'apprendimento teorico (ed in questo settore, il contatto diretto con la complessità ed imprevedibilità dell'ambiente operativo è essenziale, forse ancor più che in altri campi).
Segue a breve la "seconda parte": bibliografie tematiche ragionate per avvicinarsi al settore.
Saluti a tutti,
Luca Pezzullo
Siccome mi trovo a rispondere spesso alla stessa domanda, ecco qui un sunto "una volta per tutte", diviso in tre parti ! :-)
In questa prima parte, alcune questioni preliminari e concettuali del settore, che è importante conoscere per avvicinarlo in maniera corretta; nella seconda parte, che sarà postata nei prossimi giorni, una lunga serie di indicazioni bibliografiche ragionate, sui diversi ambiti della psicologia dell'emergenza e della psicotraumatologia; nella terza parte - in preparazione - una serie di consigli operativi sui diversi contesti operativi ed associativi di settore.
PRIMA PARTE
1. Non confondete la psicotraumatologia con la psicologia dell'emergenza.
La psicologia dell'emergenza è qualcosa di più "vasto" e molto diverso rispetto alla psicotraumatologia, e troppo spesso si fa una certa confusione in merito (purtroppo, a volte anche tra gli addetti ai lavori). Questo non significa certo che uno dei due settori sia "migliore o più importante dell'altro"; ma è necessario comprendere bene le diverse aree teorico-metodologiche cui fanno riferimento.
La psicologia dell'emergenza infatti non è solo "psicologia clinica", ma è anche (e spesso soprattutto) psicologia sociale, psicologia dei gruppi, psicologia della comunicazione, psicologia delle organizzazioni, psicologia di comunità - tutte applicate, trasversalmente e integrativamente, all'ambito delle "situazioni di crisi".
Dunque, si tratta di un ambito complesso e variegato, "orizzontale" rispetto ai diversi ambiti, teorie e linee di lavoro psicologiche, e assolutamente non riducibile alla sola "clinica del post-emergenza", che ne è solo una piccola parte (per quanto significativa).
La psicotraumatologia, invece, è una declinazione specifica della psicoterapia nell'ambito dei traumi psichici. Dunque, un tema molto più specifico, e clinicamente orientato. Solitamente, inoltre, la psicotraumatologia si applica nel caso di disturbi clinicamente significativi (che solitamente sono più rari di quanto si pensa, anche in contesti di emergenza), a distanza di settimane o mesi dagli eventi critici, ed in setting individuali.
Ovviamente vi sono diversi punti di contatto e di "continuità operativa" tra intervento psicologico-emergenziale e intervento psicotraumatologico, ma bisogna evitare di confonderli indebitamente, proprio per massima chiarezza operativa, scientifica e professionale.
Mentre sicuramente non tutte le persone coinvolte da un evento critico necessiteranno infatti di un supporto specialistico psicoterapeutico-psicotraumatologico (anzi, dai dati statistici internazionali solo una piccola minoranza ne necessita clinicamente), forme di sostegno psicologico-emergenziale, e gli interventi "organizzativi" derivati dalla psicologia dell'emergenza, possono essere dirette a gran parte delle persone coinvolte da un evento critico - a livello individuale, gruppale e comunitario.
In altri termini: la sofferenza emotiva, avanti a situazioni critiche, è frequente e normale - e ce ne se ne può e deve prendere cura; ma questo non implica che la sofferenza sia o diventerà automaticamente una "malattia": la pur acuta sofferenza personale in situazioni di emergenza, diventa infatti una psicopatologia strutturata solo in rari casi (meno del 10% in media, secondo le rilevazioni epidemiologiche del NCPTSD, il più importante centro internazionale di ricerca in merito), nel qual caso può allora essere utile ed importante un intervento psicoterapeutico-psicotraumatologico.
2. Non basta saperne di psicologia, per essere bravi psicologi dell'emergenza.
Sembra ovvio, ma va sottolineato espressamente.
Essere psicologi competenti e preparati è ovviamente la base necessaria, ma non è sufficiente per essere un bravo psicologo dell'emergenza. Sono infatti anche altre le competenze professionali ed extraprofessionali che sono fondamentali per poter operare in maniera efficace e sicura in questo specifico contesto, così delicato, trasversale e complesso. Sul campo, contano molto anche competenze operative non ascrivibili alla sola psicologia dell'emergenza, o anche solo alla psicologia in generale.
Essere in grado di orientarsi nel sistema dei soccorsi; conoscere le sigle, le logiche, i linguaggi e le procedure di base di Protezione Civile e soccorso sanitario; sapersi interfacciare correttamente con le istituzioni, associazioni ed Enti preposti alla gestione dei soccorsi; conoscere e saper mettere in atto le regole di sicurezza operativa sul campo, o l'uso di DPI, etc., sono tutte conoscenze e competenze essenziali per lo psicologo dell'emergenza, che si trova ad operare, per definizione, in un contesto fisico e relazionale profondamente diverso da quello cui magari si è abituato nella sua pratica professionale "ordinaria". E la buona volontà non è in questo caso sufficiente: è necessaria una preparazione specifica, che parte anche da basi formative ed esperienziali non solo psicologiche.
Ad esempio, seguire integralmente un buon corso-base per volontari di Protezione Civile e/o soccorritore sanitario (con brevetto BLS/D), fornisce allo psicologo quella base "operativa" e di conoscenze/esperienze dirette del sistema di soccorso/emergenza che gli permetteranno poi di operare in maniera molto più orientata, consapevole ed efficace quando in emergenza si troverà sul serio. Se si vuole fornire una prestazione professionale rigorosa e di alto livello in questi contesti speciali, è questa una tappa formativa fondamentale.
Dunque, queste competenze e questa "identità" di soccorritore" -prima ancora che di psicologo - sono non solo utili, ma forse anche un vero e proprio pre-requisito fondamentale per poter poi andare a fare lo psicologo dell'emergenza, e saper interoperare efficacemente con tutti gli altri "attori funzionali" del sistema del soccorso.
3. In che aree psicologiche formarsi ?
Per fare gli psicologi dell'emergenza, non basta assolutamente saperne solo di "psicologia", o di "psicologia clinica", o essere psicoterapeuti.
Un vecchio e sbagliato luogo comune voleva che un bravo psicologo potesse essere ipso facto anche un bravo psicologo dell'emergenza, magari dopo essersi solo letto qualche libro, o seguito un breve seminario, in merito. Errore da matita blu !
Esattamente come il nostro tranquillo medico di famiglia non diventa automaticamente un superesperto da E.R. dopo aver seguito un breve seminario di pronto soccorso, uno psicologo (o psicoterapeuta) pur bravo difficilmente può trasformarsi in un grande esperto di emergenze dal giorno alla notte. Questo, pur essendo magari un ottimo psicologo, o un ottimo psicoterapeuta (anche migliore, in contesti non-emergenziali, di quanto sarebbe magari uno psicologo dell'emergenza).
Essere un buon psicologo, ed eventualmente un buon psicologo clinico e/o psicoterapeuta, è però ovviamente una base essenziale per essere poi un buon psicologo dell'emergenza. Insomma, la buona competenza di base è una condizione necessaria, ma da sola insufficiente.
Del resto, per fare poi buona psicologia dell'emergenza, non basta affatto saperne solo di psicologia dell'emergenza. Bisogna saperne (e bene) di psicologia generale, di psicologia sociale, di psicologia dello sviluppo, di psicologia clinica. E bisogna quindi approfondire, specificatamente, aree professionali di settore, quali: l'organizzazione dei servizi di emergenza, la psicologia della crisi emotiva, la psicologia del rischio, la psicologia della comunicazione di massa, le dinamiche organizzative in emergenza, la psicologia culturale, la clinica dei traumi, la psicologia delle comunità in situazioni di crisi, la gestione del lutto. Temi numerosi e complessi, ma non di meno essenziali nella gestione integrata ed efficace dei diversi aspetti dello scenario emergenziale.
Insomma, si necessita di una serie di competenze su tre livelli: in primis, competenze extrapsicologiche, sul sistema dei soccorsi e l'organizzazione delle emergenze. Poi, competenze psicologiche "di base", con una forte expertise trasversalmente ai diversi settori clinici e sociali "classici" della psicologia. Quindi, una serie di competenze molto specifiche ed applicative, sui versanti peculiari della psicologia dell'emergenza e degli eventi acuti.
Una formazione lunga, come si vede; non a caso, i corsi formativi di settore più seri e strutturati durano solitamente almeno un anno o due, per poter veicolare adeguatamente le principali competenze di merito. E sono assolutamente necessarie, nel tempo, anche numerose esercitazioni ed esperienze pratiche supervisionate, per poter tradurre in pratica l'apprendimento teorico (ed in questo settore, il contatto diretto con la complessità ed imprevedibilità dell'ambiente operativo è essenziale, forse ancor più che in altri campi).
Segue a breve la "seconda parte": bibliografie tematiche ragionate per avvicinarsi al settore.
Saluti a tutti,
Luca Pezzullo
17 marzo 2010
Haiti, aggiornamenti dagli operatori sul campo
Kristian Talamonti è un giovane psicologo che ha operato nel contesto del sisma Abruzzese. Attualmente si trova ad Haiti, nell'ambito delle attività di supporto alla popolazione colpita dal terremoto di gennaio.
Sempre ad Haiti, sul campo, ci sono da giorni i colleghi Fabio Sbattella e Paolo Castelletti, cui va un pensiero ed un augurio forte di buon lavoro.
Kristian ha inviato questa impressionante email di aggiornamento delle sue attività alcuni giorni fa a Fabio Rossi, Presidente di Psicologi per i Popoli Abruzzo; mail fatta poi circolare nell'ambito della Federazione Psicologi per i Popoli, e che pubblico qui col suo consenso (ed alcuni fix), al fine di dargli massima visibilità.
E' un pò lunga, ma credo che renda molto bene la drammaticità della situazione, soprattutto ora che "i riflettori si sono abbassati". Come spesso succede, la fase di "ripristino" e "recovery" a medio termine diviene molto più drammatica e complessa di quella del soccorso immediato, proprio perchè l'attenzione internazionale viene meno nel momento in cui invece servirebbero risorse specifiche e costanti.
Leggetela tutta. Non credo che servano altri commenti.
______________
Caro Fabio,
sono arrivato da una settimana e non nascondo che l’impatto con la situazione locale è molto duro.
Arrivando ad Haiti la situazione appariva devastante, ma solo il giorno dopo andando in giro in macchina per visitare le missioni delle suore Salesiane le dimensioni della tragedia si sono rivelate in tutta la loro grandezza, la città è una gigantesca tendopoli con oltre 900.000 senza-tetto che vivono alla giornata.
Oltre alle tende classiche arrivate da tutto il mondo e di tutte le dimensioni, ci sono tende fatte con i più svariati mezzi di fortuna, spesso sono lenzuola e cartoni appoggiati su pali di legno conficcati nella terra e ti lascio immaginare con la pioggia torrenziale di questi giorni cosa succede.
Quelli che non hanno una buona tenda o un riparo hanno poca scelta: o si bagnano o si rifugiano nelle case pericolanti che sono tantissime, sparse per tutta la capitale e molto pericolose. Le scosse continuano, per questo prima o poi ci saranno nuove vittime. I campi che sono nati spontaneamente intorno alle missioni delle suore sono 5 e tutti molto organizzati e più puliti degli altri, per questo continuano ad arrivare persone tutti i giorni. Gli aiuti promessi non sono sempre costanti, per esempio gli spagnoli che ci portano l’acqua potabile una volta a settimana sono in ritardo di 4 giorni!!!
Sono stato al campo del DPC (Dipartimento di Protezione Civile italiano) al Saint Damien dove ho incontrato molte facce note!!! Devo ringraziare molto Luigi D’Angelo che il giorno dopo che sono passato ci ha richiamato e ci ha mandato al magazzino della Marina Militare, dove la farmacista ci ha riempito tre jeep con scatoloni di medicinali e disinfettanti e li abbiamo portati ai nostri medici che ora hanno un'autonomia di almeno tre mesi.
La brutta notizia è che il DPC smobilita tra dieci giorni perché il loro compito era solo di dare sostegno alle ONG internazionali nelle prime fasi dell’emergenza.
Le suore salesiane vivono di donazioni e provvidenza e valorizzano ogni aiuto ricevuto con una grande esperienza, per questo sono molto rispettate dalla popolazione, anche perché sono presenti ad Haiti dal 1935, perfettamente integrate con la cultura e la lingua ed i risultati del loro lavoro nei campi appare subito evidente, rispetto ad altri dove non ci sono e non hanno la gestione. Inoltre la maggior parte sono di Haiti. Perfino a Petion-Ville dove c’era una grande struttura salesiana con laboratori scientifici e aule della scuola primaria e secondaria, che sono crollati, le suore vivono insieme a 70 famiglie che sono state accolte, curate e sfamate in un campo da calcetto il giorno stesso del terremoto.
Nel collegio Marie Regine, la direttrice è la mia compagna di università Haitiana, suor Anci che gestisce il campo da sola con altre 5 suore alle quali ora si aggiungono 2 volontari italiani di cui uno sono io. In più per fortuna da poco tempo si sono uniti anche alcuni collaboratori giovani del posto come animatori per le attività pomeridiane con i bambini e gli adolescenti. Il campo poco prima che arrivassi io aveva 8/9.000 persone, ora sono più di 10.000 e ci sono molte attività con i bambini di tutte le età, in tutto circa 2.000, di cui 300 sono da 0 a 5 anni, 7 sono nati nel campo dopo il terremoto.
Per fortuna il cibo e l’acqua ora li preparano con una cucina mobile i soldati dell’esercito Messicano, ma spesso durante la distribuzione dei pasti capitano problemi ed è pericoloso perché le persone sono cosi tante che spesso nascono liti durante la fila. Nella Citè Militare le suore gestiscono il campo con 3500 persone, organizzando assistenza generale, distribuzione di cibo e acqua ed è incredibile perché li sono solo 4!!!
Nella missione Maria Ausiliatrice ci sono 300 persone a dormire, più bambini che partecipano alle attività pomeridiane. Le suore tengono molto a queste attività perché aiutano ad impegnare il tempo e tenere lontano i giovani dalla strada, diminuendo il contatto con la criminalità, responsabilizzandoli e coinvolgendoli anche in microprogetti formativi.
Le baby gang sono numerose e quando assaltano una macchina lo fanno in gruppo e sono armati con pistole e machete e sono molto rapidi e violenti. L’unica cosa che resta da fare è lasciare tutto e allontanarsi rapidamente. Per questo motivo spesso si gira
scortati dai soldati dell’Onu quando si trasportano aiuti umanitari e non si distribuiscono più alimenti all’interno delle tendopoli.
Sono in programma anche attività psicosociali e di socializzazione per i bambini, per farli ambientare e a breve verranno organizzate attività manuali ed educative ma servono i principali materiali didattici che sono andati perduti con il terremoto. Il governo preme per la riapertura delle scuole anche se sono quasi tutte distrutte o inagibili, perché sa che tenendo impegnati i bambini e i ragazzi si gestisce meglio la criminalità, ma in un paese dove l’85% dell'educazione è privata e uno studente deve pagare il suo maestro, se si va a scuola quel giorno non si mangia.
Nel campo della missione della Casa provinciale, ci sono 924 persone.
Il cibo e l’acqua vengono distribuiti in pacchi per famiglie ogni 4 giorni, tutto viene rigorosamente registrato, per evitare sbagli, tipo doppie consegne. Viene data assistenza spirituale e sanitaria, in più ci sono i medici portoghesi sempre presenti nella casa con un PMA (Posto Medico Avanzato) fisso che visitano tutti i giorni e medicano i feriti. Sono stati fatti i vaccini a tutti gli adulti e ai bambini sia per il tetano che per la difterite. Questa mattina abbiamo distribuito 200 pacchi a mano tra le tende. In questo campo che è piccolino si può ancora fare.
Dopo la pioggia di questa notte il cibo in decomposizione e gli escrementi umani e animali nelle strade si sono liquefatti e hanno creato pozzanghere maleodoranti ovunque. Molte persone hanno dormito sul terreno bagnato e mentre qualcuno si preparava da mangiare, altri cercavano di lavarsi alla meglio utilizzando la stessa acqua per più persone, la cosa straordinaria è che queste persone dopo tutto hanno sempre il sorriso e una parola gentile.
Quello che colpisce invece sono gli occhi di alcuni bambini che sembrano spenti e lontani. Il silenzio con cui ti guardano fa più male di mille parole. Sono i più maltrattati, spesso abbandonati, quando non si riesce a sfamarli. I più grandi li picchiano per rubargli da mangiare, per questo se gli dai un pezzo di pane scappano a mangiarlo di nascosto.
All’interno della missione le suore hanno accolto 33 orfani che sono stati inseriti in un progetto educativo che si sostiene anche con le adozioni a distanza.
I principali generi di prima necessità mancanti sono sopratutto l’acqua potabile e occorrono urgentemente depuratori e ipoclorito. Il problema principale comunque resta sempre quello delle tende molto urgente!!! Ieri ho montato insieme a Michele, l’altro volontario italiano, alcune delle tende che abbiamo portato dall’Italia con la raccolta fondi. Molte tende sono da 2/3 posti e altre da 5/6 posti e non vi dico la gioia delle persone. Ma anche la speranza degli altri che guardavano e speravano di poter ricevere anche loro una tenda al più presto.
Quando arrivano delle donazioni di tende vengono consegnate solo alle famiglie o alle coppie che hanno deciso e promettono di convivere insieme, ma prima le suore si consultano con un comitato creato appositamente e composto dai rappresentanti del campo (ragazzi dell’Università di Haiti) che indica chi si è messo d’accordo ed ha più urgenza di una tenda, in questo modo si responsabilizzano le persone facendogli anche firmare un simbolico documento, dove si impegnano a non danneggiare la tenda perché è un prestito che un giorno dovranno restituire.
La cosa che fa più male in questo momento è vedere che da quando i riflettori dei media non sono più puntati su Haiti, gli aiuti umanitari sono calati drasticamente proprio ora che l’emergenza è più forte.
Inoltre questo è il paese della disorganizzazione e dello spreco. Ci sono centinaia di ONG di tutto il mondo che funzionano più o meno bene, ma non sono coordinate tra loro e ognuno si fa gli affari suoi portando avanti i suoi progetti. Quindi la sensazione forte che si prova è si potrebbero fare grandi cose e invece si rimane sempre in emergenza senza un programma e delle scadenze fisse perché nessuno dialoga.
Ho pubblicato qualche foto su Facebook e ho intenzione di aggiornare l’album una volta a settimana. Ti mando un grande abbraccio...
Kristian
Sempre ad Haiti, sul campo, ci sono da giorni i colleghi Fabio Sbattella e Paolo Castelletti, cui va un pensiero ed un augurio forte di buon lavoro.
Kristian ha inviato questa impressionante email di aggiornamento delle sue attività alcuni giorni fa a Fabio Rossi, Presidente di Psicologi per i Popoli Abruzzo; mail fatta poi circolare nell'ambito della Federazione Psicologi per i Popoli, e che pubblico qui col suo consenso (ed alcuni fix), al fine di dargli massima visibilità.
E' un pò lunga, ma credo che renda molto bene la drammaticità della situazione, soprattutto ora che "i riflettori si sono abbassati". Come spesso succede, la fase di "ripristino" e "recovery" a medio termine diviene molto più drammatica e complessa di quella del soccorso immediato, proprio perchè l'attenzione internazionale viene meno nel momento in cui invece servirebbero risorse specifiche e costanti.
Leggetela tutta. Non credo che servano altri commenti.
______________
Caro Fabio,
sono arrivato da una settimana e non nascondo che l’impatto con la situazione locale è molto duro.
Arrivando ad Haiti la situazione appariva devastante, ma solo il giorno dopo andando in giro in macchina per visitare le missioni delle suore Salesiane le dimensioni della tragedia si sono rivelate in tutta la loro grandezza, la città è una gigantesca tendopoli con oltre 900.000 senza-tetto che vivono alla giornata.
Oltre alle tende classiche arrivate da tutto il mondo e di tutte le dimensioni, ci sono tende fatte con i più svariati mezzi di fortuna, spesso sono lenzuola e cartoni appoggiati su pali di legno conficcati nella terra e ti lascio immaginare con la pioggia torrenziale di questi giorni cosa succede.
Quelli che non hanno una buona tenda o un riparo hanno poca scelta: o si bagnano o si rifugiano nelle case pericolanti che sono tantissime, sparse per tutta la capitale e molto pericolose. Le scosse continuano, per questo prima o poi ci saranno nuove vittime. I campi che sono nati spontaneamente intorno alle missioni delle suore sono 5 e tutti molto organizzati e più puliti degli altri, per questo continuano ad arrivare persone tutti i giorni. Gli aiuti promessi non sono sempre costanti, per esempio gli spagnoli che ci portano l’acqua potabile una volta a settimana sono in ritardo di 4 giorni!!!
Sono stato al campo del DPC (Dipartimento di Protezione Civile italiano) al Saint Damien dove ho incontrato molte facce note!!! Devo ringraziare molto Luigi D’Angelo che il giorno dopo che sono passato ci ha richiamato e ci ha mandato al magazzino della Marina Militare, dove la farmacista ci ha riempito tre jeep con scatoloni di medicinali e disinfettanti e li abbiamo portati ai nostri medici che ora hanno un'autonomia di almeno tre mesi.
La brutta notizia è che il DPC smobilita tra dieci giorni perché il loro compito era solo di dare sostegno alle ONG internazionali nelle prime fasi dell’emergenza.
Le suore salesiane vivono di donazioni e provvidenza e valorizzano ogni aiuto ricevuto con una grande esperienza, per questo sono molto rispettate dalla popolazione, anche perché sono presenti ad Haiti dal 1935, perfettamente integrate con la cultura e la lingua ed i risultati del loro lavoro nei campi appare subito evidente, rispetto ad altri dove non ci sono e non hanno la gestione. Inoltre la maggior parte sono di Haiti. Perfino a Petion-Ville dove c’era una grande struttura salesiana con laboratori scientifici e aule della scuola primaria e secondaria, che sono crollati, le suore vivono insieme a 70 famiglie che sono state accolte, curate e sfamate in un campo da calcetto il giorno stesso del terremoto.
Nel collegio Marie Regine, la direttrice è la mia compagna di università Haitiana, suor Anci che gestisce il campo da sola con altre 5 suore alle quali ora si aggiungono 2 volontari italiani di cui uno sono io. In più per fortuna da poco tempo si sono uniti anche alcuni collaboratori giovani del posto come animatori per le attività pomeridiane con i bambini e gli adolescenti. Il campo poco prima che arrivassi io aveva 8/9.000 persone, ora sono più di 10.000 e ci sono molte attività con i bambini di tutte le età, in tutto circa 2.000, di cui 300 sono da 0 a 5 anni, 7 sono nati nel campo dopo il terremoto.
Per fortuna il cibo e l’acqua ora li preparano con una cucina mobile i soldati dell’esercito Messicano, ma spesso durante la distribuzione dei pasti capitano problemi ed è pericoloso perché le persone sono cosi tante che spesso nascono liti durante la fila. Nella Citè Militare le suore gestiscono il campo con 3500 persone, organizzando assistenza generale, distribuzione di cibo e acqua ed è incredibile perché li sono solo 4!!!
Nella missione Maria Ausiliatrice ci sono 300 persone a dormire, più bambini che partecipano alle attività pomeridiane. Le suore tengono molto a queste attività perché aiutano ad impegnare il tempo e tenere lontano i giovani dalla strada, diminuendo il contatto con la criminalità, responsabilizzandoli e coinvolgendoli anche in microprogetti formativi.
Le baby gang sono numerose e quando assaltano una macchina lo fanno in gruppo e sono armati con pistole e machete e sono molto rapidi e violenti. L’unica cosa che resta da fare è lasciare tutto e allontanarsi rapidamente. Per questo motivo spesso si gira
scortati dai soldati dell’Onu quando si trasportano aiuti umanitari e non si distribuiscono più alimenti all’interno delle tendopoli.
Sono in programma anche attività psicosociali e di socializzazione per i bambini, per farli ambientare e a breve verranno organizzate attività manuali ed educative ma servono i principali materiali didattici che sono andati perduti con il terremoto. Il governo preme per la riapertura delle scuole anche se sono quasi tutte distrutte o inagibili, perché sa che tenendo impegnati i bambini e i ragazzi si gestisce meglio la criminalità, ma in un paese dove l’85% dell'educazione è privata e uno studente deve pagare il suo maestro, se si va a scuola quel giorno non si mangia.
Nel campo della missione della Casa provinciale, ci sono 924 persone.
Il cibo e l’acqua vengono distribuiti in pacchi per famiglie ogni 4 giorni, tutto viene rigorosamente registrato, per evitare sbagli, tipo doppie consegne. Viene data assistenza spirituale e sanitaria, in più ci sono i medici portoghesi sempre presenti nella casa con un PMA (Posto Medico Avanzato) fisso che visitano tutti i giorni e medicano i feriti. Sono stati fatti i vaccini a tutti gli adulti e ai bambini sia per il tetano che per la difterite. Questa mattina abbiamo distribuito 200 pacchi a mano tra le tende. In questo campo che è piccolino si può ancora fare.
Dopo la pioggia di questa notte il cibo in decomposizione e gli escrementi umani e animali nelle strade si sono liquefatti e hanno creato pozzanghere maleodoranti ovunque. Molte persone hanno dormito sul terreno bagnato e mentre qualcuno si preparava da mangiare, altri cercavano di lavarsi alla meglio utilizzando la stessa acqua per più persone, la cosa straordinaria è che queste persone dopo tutto hanno sempre il sorriso e una parola gentile.
Quello che colpisce invece sono gli occhi di alcuni bambini che sembrano spenti e lontani. Il silenzio con cui ti guardano fa più male di mille parole. Sono i più maltrattati, spesso abbandonati, quando non si riesce a sfamarli. I più grandi li picchiano per rubargli da mangiare, per questo se gli dai un pezzo di pane scappano a mangiarlo di nascosto.
All’interno della missione le suore hanno accolto 33 orfani che sono stati inseriti in un progetto educativo che si sostiene anche con le adozioni a distanza.
I principali generi di prima necessità mancanti sono sopratutto l’acqua potabile e occorrono urgentemente depuratori e ipoclorito. Il problema principale comunque resta sempre quello delle tende molto urgente!!! Ieri ho montato insieme a Michele, l’altro volontario italiano, alcune delle tende che abbiamo portato dall’Italia con la raccolta fondi. Molte tende sono da 2/3 posti e altre da 5/6 posti e non vi dico la gioia delle persone. Ma anche la speranza degli altri che guardavano e speravano di poter ricevere anche loro una tenda al più presto.
Quando arrivano delle donazioni di tende vengono consegnate solo alle famiglie o alle coppie che hanno deciso e promettono di convivere insieme, ma prima le suore si consultano con un comitato creato appositamente e composto dai rappresentanti del campo (ragazzi dell’Università di Haiti) che indica chi si è messo d’accordo ed ha più urgenza di una tenda, in questo modo si responsabilizzano le persone facendogli anche firmare un simbolico documento, dove si impegnano a non danneggiare la tenda perché è un prestito che un giorno dovranno restituire.
La cosa che fa più male in questo momento è vedere che da quando i riflettori dei media non sono più puntati su Haiti, gli aiuti umanitari sono calati drasticamente proprio ora che l’emergenza è più forte.
Inoltre questo è il paese della disorganizzazione e dello spreco. Ci sono centinaia di ONG di tutto il mondo che funzionano più o meno bene, ma non sono coordinate tra loro e ognuno si fa gli affari suoi portando avanti i suoi progetti. Quindi la sensazione forte che si prova è si potrebbero fare grandi cose e invece si rimane sempre in emergenza senza un programma e delle scadenze fisse perché nessuno dialoga.
Ho pubblicato qualche foto su Facebook e ho intenzione di aggiornare l’album una volta a settimana. Ti mando un grande abbraccio...
Kristian
08 marzo 2010
Psicologi dell'emergenza citati come esempio all'Udienza Papale
Sabato scorso si è svolta l'Udienza Papale per i volontari di Protezione Civile di tutta Italia.
Oltre settemila volontari, di tutte le associazioni ed organizzazioni del sistema nazionale di Protezione Civile, sono stati ricevuti dal Papa in San Pietro.
Nel suo saluto, il Papa ha ricordato la professionalità e la forte valenza sociale dell'impegno esplicato dai volontari anche in occasione del sisma abruzzese.
L'aspetto che riguarda gli Psicologi categoria è semplice, ma significativo al tempo stesso: Bertolaso, nel suo discorso pubblico davanti al Papa, ha voluto ricordare l'impegno di tutti i volontari di protezione civile; ma di tutte le categorie professionali che hanno lungamente partecipato agli interventi di soccorso (medici, geologi, ingegneri...), ha scelto di citarne e ricordarne esplicitamente una... ovvero, proprio gli Psicologi.
In seguito, quando il Papa ha ricevuto personalmente una piccola rappresentanza di soccorritori (un volontario per ciascuna delle principali associazioni nazionali del soccorso), si è soffermato, assieme a Bertolaso, con la collega di Psicologi per i Popoli, rimarcandole di nuovo l'apprezzamento per quanto gli psicologi del volontariato nazionale di protezione civile avevano fatto a supporto dei cittadini colpiti dal sisma.
Si è trattato di un importante riconoscimento pubblico, di alto livello e molto positivo, per tutti gli Psicologi in quanto categoria professionale; un riconoscimento di stima e d'immagine ottenuto anche grazie all'impegno di tutti i numerosi colleghi che operano volontariamente, con preparazione, discrezione e serietà, nel sistema nazionale dell'emergenza.
Luca
Oltre settemila volontari, di tutte le associazioni ed organizzazioni del sistema nazionale di Protezione Civile, sono stati ricevuti dal Papa in San Pietro.
Nel suo saluto, il Papa ha ricordato la professionalità e la forte valenza sociale dell'impegno esplicato dai volontari anche in occasione del sisma abruzzese.
L'aspetto che riguarda gli Psicologi categoria è semplice, ma significativo al tempo stesso: Bertolaso, nel suo discorso pubblico davanti al Papa, ha voluto ricordare l'impegno di tutti i volontari di protezione civile; ma di tutte le categorie professionali che hanno lungamente partecipato agli interventi di soccorso (medici, geologi, ingegneri...), ha scelto di citarne e ricordarne esplicitamente una... ovvero, proprio gli Psicologi.
In seguito, quando il Papa ha ricevuto personalmente una piccola rappresentanza di soccorritori (un volontario per ciascuna delle principali associazioni nazionali del soccorso), si è soffermato, assieme a Bertolaso, con la collega di Psicologi per i Popoli, rimarcandole di nuovo l'apprezzamento per quanto gli psicologi del volontariato nazionale di protezione civile avevano fatto a supporto dei cittadini colpiti dal sisma.
Si è trattato di un importante riconoscimento pubblico, di alto livello e molto positivo, per tutti gli Psicologi in quanto categoria professionale; un riconoscimento di stima e d'immagine ottenuto anche grazie all'impegno di tutti i numerosi colleghi che operano volontariamente, con preparazione, discrezione e serietà, nel sistema nazionale dell'emergenza.
Luca
11 febbraio 2010
Draft DSM-V: cosa cambia per il PTSD ?
Come anticipato nel post precedente, passo ad un'analisi più dettagliata, seppur preliminare, delle evoluzioni nosografiche nel Draft del DSM-V in relazione alle tematiche di maggior interesse psicotraumatologico.
Cosa cambierebbe per il PTSD, se il Draft fosse approvato così come è ?
In rapida sintesi, ecco i principali cambiamenti nosografici:
In primo luogo, la ridefinizione di "cosa è potenzialmente traumatico".
Un tema in effetti ampiamente discusso in letteratura, a volte anche in maniera vivace. La nuova definizione, da un lato, estende i criteri definitori (ricomprendendo e chiarificando in maniera utilmente esplicita - soprattutto a fini di certificazioni medico-legali - alcuni aspetti legati ad esempio alle violenze sessuali), dall'altro amplia (molto) i criteri di esposizione indiretta. Da un lato questo è positivo, aprendosi alla ricomprensione della "traumatizzazione dello spazio rappresentazionale" e non solo dell'esposizione diretta all'evento come potenziale fattore causale; dall'altro, rischia forse di estendere un pò troppo il criterio, che così diventa molto ampio.
Poi, una ristrutturazione dei Cluster sintomatologici.
In primo luogo, trasversalmente ai tre macrocluster (Intrusione - Evitamento/Numbing - Hyperarousal), vi è una riduzione media del numero di sintomi richiesti per l'identificazione positiva della sindrome. Da un lato questo è positivo, perchè permette di evitare certe rigidità pregresse nel caso di sintomatologie palesi su quasi tutti i criteri, ma con l'assenza di un solo sintomo di sottocluster per la possibilità di porre la diagnosi formale; dall'altro, questa maggiore flessibilità clinica (in particolare per l'età evolutiva), rischia di creare un leggero rischio di falso positivo, in particolare per quanto riguarda i cluster Intrusione e Evitamento.
A questo proposito, il vecchio cluster Evitamento/Numbing è stato finalmente (e questo è ottimo) suddiviso nelle due aree funzionali di "evitamento" e di "alterazioni cognitive ed emotive significative" (ex-Numbing), forse più clinicamente e nosograficamente utili. Quest'ultima area assume tra l'altro un rilievo significativo nella "quantificazione relativa" dei sintomi positivi che sono richiesti per porre la diagnosi.
Ottimo finalmente l'inserimento chiaro e netto del discorso "self-blame" (autocolpevolizzazione), e degli stati emotivi negativi persistenti (assimilabili, seppur con molte differenze, al costrutto di "nevrosi traumatica" della scuola psicotraumatologica francese; ed in minima parte di DESNOS - vedi dopo).
Il criterio E vede due inserimenti potenzialmente molto positivi (centrali ed un pò troppo neglette finora, e forse anche focalizzate meglio nell'attenzione dei clinici dai problemi dei veterani militari statunitensi di questi anni): l'inserimento dei comportamenti "auto-distruttivi" (all'interno dei quali si potranno probabilmente annoverare o collegare anche i comportamenti di abuso di sostanze - così frequenti nelle situazioni post-traumatiche, e però non espressamente citati in collegamento a questi nel DSM, forse per il desiderio di evitare sovrapposizioni funzionali nosografiche), e la chiarificazione esplicita delle "condotte aggressive" (molto spesso espresse in ambito famigliare e sociale).
In sintesi, si tratta una ristrutturazione dei cluster in gran parte interessante e condivisibile, che va anzi finalmente a restituire un ruolo importante ad una serie di corredi sintomatologici centrali nell'osservazione clinica, ma che erano rimasti un pò in secondo piano nelle classiche schematizzazioni nosografiche.
Sulla struttura generale delle sindromi post-traumatiche: è stata eliminata la distinzione PTSD Acuto / Cronico, per la ridotta evidenza empirica di tale distinzione formale. Rimane invece il costrutto nosografico di PTSD Delayed Onset, leggermente meglio chiarito (seppur anch'esso è stato oggetto di dibattito critico-scientifiche in passato).
Non è stato introdotto invece il DESNOS (Disorder of Extreme Stress Not Otherwise Specified), che era stato proposto per l'ìnserimento alcuni anni fa: forse per la sua eccessiva "continuity" rispetto agli aspetti Borderline su Asse 2, e per il dibattito critico ancora irrisolto rispetto alla sua precisa definibilità clinica; alcuni suoi aspetti sono forse riassumibili (seppur molto parzialmente) con l'inserimento del criterio degli stati emotivi negativi persistenti.
Insomma, pur con tutti i suoi possibili limiti, sembra che il DSM-V faccia un piccolo ma significativo passo avanti nella direzione di una migliore formalizzazione descrittiva della clinica dei disturbi post-traumatici.
Un saluto,
Luca Pezzullo
Cosa cambierebbe per il PTSD, se il Draft fosse approvato così come è ?
In rapida sintesi, ecco i principali cambiamenti nosografici:
In primo luogo, la ridefinizione di "cosa è potenzialmente traumatico".
Un tema in effetti ampiamente discusso in letteratura, a volte anche in maniera vivace. La nuova definizione, da un lato, estende i criteri definitori (ricomprendendo e chiarificando in maniera utilmente esplicita - soprattutto a fini di certificazioni medico-legali - alcuni aspetti legati ad esempio alle violenze sessuali), dall'altro amplia (molto) i criteri di esposizione indiretta. Da un lato questo è positivo, aprendosi alla ricomprensione della "traumatizzazione dello spazio rappresentazionale" e non solo dell'esposizione diretta all'evento come potenziale fattore causale; dall'altro, rischia forse di estendere un pò troppo il criterio, che così diventa molto ampio.
Poi, una ristrutturazione dei Cluster sintomatologici.
In primo luogo, trasversalmente ai tre macrocluster (Intrusione - Evitamento/Numbing - Hyperarousal), vi è una riduzione media del numero di sintomi richiesti per l'identificazione positiva della sindrome. Da un lato questo è positivo, perchè permette di evitare certe rigidità pregresse nel caso di sintomatologie palesi su quasi tutti i criteri, ma con l'assenza di un solo sintomo di sottocluster per la possibilità di porre la diagnosi formale; dall'altro, questa maggiore flessibilità clinica (in particolare per l'età evolutiva), rischia di creare un leggero rischio di falso positivo, in particolare per quanto riguarda i cluster Intrusione e Evitamento.
A questo proposito, il vecchio cluster Evitamento/Numbing è stato finalmente (e questo è ottimo) suddiviso nelle due aree funzionali di "evitamento" e di "alterazioni cognitive ed emotive significative" (ex-Numbing), forse più clinicamente e nosograficamente utili. Quest'ultima area assume tra l'altro un rilievo significativo nella "quantificazione relativa" dei sintomi positivi che sono richiesti per porre la diagnosi.
Ottimo finalmente l'inserimento chiaro e netto del discorso "self-blame" (autocolpevolizzazione), e degli stati emotivi negativi persistenti (assimilabili, seppur con molte differenze, al costrutto di "nevrosi traumatica" della scuola psicotraumatologica francese; ed in minima parte di DESNOS - vedi dopo).
Il criterio E vede due inserimenti potenzialmente molto positivi (centrali ed un pò troppo neglette finora, e forse anche focalizzate meglio nell'attenzione dei clinici dai problemi dei veterani militari statunitensi di questi anni): l'inserimento dei comportamenti "auto-distruttivi" (all'interno dei quali si potranno probabilmente annoverare o collegare anche i comportamenti di abuso di sostanze - così frequenti nelle situazioni post-traumatiche, e però non espressamente citati in collegamento a questi nel DSM, forse per il desiderio di evitare sovrapposizioni funzionali nosografiche), e la chiarificazione esplicita delle "condotte aggressive" (molto spesso espresse in ambito famigliare e sociale).
In sintesi, si tratta una ristrutturazione dei cluster in gran parte interessante e condivisibile, che va anzi finalmente a restituire un ruolo importante ad una serie di corredi sintomatologici centrali nell'osservazione clinica, ma che erano rimasti un pò in secondo piano nelle classiche schematizzazioni nosografiche.
Sulla struttura generale delle sindromi post-traumatiche: è stata eliminata la distinzione PTSD Acuto / Cronico, per la ridotta evidenza empirica di tale distinzione formale. Rimane invece il costrutto nosografico di PTSD Delayed Onset, leggermente meglio chiarito (seppur anch'esso è stato oggetto di dibattito critico-scientifiche in passato).
Non è stato introdotto invece il DESNOS (Disorder of Extreme Stress Not Otherwise Specified), che era stato proposto per l'ìnserimento alcuni anni fa: forse per la sua eccessiva "continuity" rispetto agli aspetti Borderline su Asse 2, e per il dibattito critico ancora irrisolto rispetto alla sua precisa definibilità clinica; alcuni suoi aspetti sono forse riassumibili (seppur molto parzialmente) con l'inserimento del criterio degli stati emotivi negativi persistenti.
Insomma, pur con tutti i suoi possibili limiti, sembra che il DSM-V faccia un piccolo ma significativo passo avanti nella direzione di una migliore formalizzazione descrittiva della clinica dei disturbi post-traumatici.
Un saluto,
Luca Pezzullo
10 febbraio 2010
Draft del DSM-V
News importante: da oggi è online il draft del futuro DSM-V, il manuale statistico e diagnostico dell'APA, che dovrebbe sostituire l'attuale DSM-IV-TR nel 2013.
Sono liberamente accessibili le bozze dei nuovi criteri diagnostici proposti per tutte le aree cliniche, con una descrizione del razionale delle modifiche previste, ed un confronto sinottico con i rispettivi criteri del DSM-IV.
DSM-V Draft
Una lettura indubbiamente importante, per l'impatto che il DSM ha sulla pratica e la ricerca clinica in tutte le aree della psichiatria, della psicologia clinica, della psicodiagnostica.
In particolare, per quanto concerne l'interesse diretto dei professionisti della psicotraumatologia, sono proposte anche una serie di modifiche ai criteri di ASD e PTSD, che sono consultabili ai link di seguito.
Acute Stress Disorder
Post Traumatic Stress Disorder
Prossimamente, posterò sul blog un'analisi tecnica delle differenze proposte in questo ambito, con una comparazione dei criteri di merito DSM-IV vs. DSM-V.
Un saluto a tutti,
Luca Pezzullo
Sono liberamente accessibili le bozze dei nuovi criteri diagnostici proposti per tutte le aree cliniche, con una descrizione del razionale delle modifiche previste, ed un confronto sinottico con i rispettivi criteri del DSM-IV.
DSM-V Draft
Una lettura indubbiamente importante, per l'impatto che il DSM ha sulla pratica e la ricerca clinica in tutte le aree della psichiatria, della psicologia clinica, della psicodiagnostica.
In particolare, per quanto concerne l'interesse diretto dei professionisti della psicotraumatologia, sono proposte anche una serie di modifiche ai criteri di ASD e PTSD, che sono consultabili ai link di seguito.
Acute Stress Disorder
Post Traumatic Stress Disorder
Prossimamente, posterò sul blog un'analisi tecnica delle differenze proposte in questo ambito, con una comparazione dei criteri di merito DSM-IV vs. DSM-V.
Un saluto a tutti,
Luca Pezzullo
31 gennaio 2010
Aggiornamenti ed approfondimenti su Haiti
Per chi vuole seguire i seri ed importanti aggiornamenti del TIME sul terremoto di Haiti (con un'ampia copertura informativa, fotografica, video, di interviste ed analisi di approfondimento su tutte le fasi di early intervention/recovery), è online il loro Speciale completo, estremamente vasto e ben curato:
TIME - Haiti
Luca
TIME - Haiti
Luca
27 gennaio 2010
Giorno della Memoria
Solo due righe, per ricordare ciò che non si deve mai dimenticare.
E per chi vuole poi unire "pensieri" al ricordo, il Trauma Project dell'Università di Yale si occupa specificatamente di condurre ricerche cliniche di ampio respiro sul tema del trauma collegato ad eventi genocidari.
Luca
E per chi vuole poi unire "pensieri" al ricordo, il Trauma Project dell'Università di Yale si occupa specificatamente di condurre ricerche cliniche di ampio respiro sul tema del trauma collegato ad eventi genocidari.
Luca
23 gennaio 2010
Haiti e l'azione umanitaria internazionale
Ad una decina di giorni dal sisma, la prima fase di risposta immediata ed attività di Search and Rescue è giunta a termine; gli entry team dei vari paesi/NGO stanno per iniziare la rotazione in teatro operativo a favore dei team di seconda risposta (più strutturata e strutturale), e - pur sempre in una situazione di coordinamento transazionale generale complessa e ricca di difficoltà - sta iniziando la transizione verso la fase di early recovery.
Il supporto internazionale si sta implementando in maniera progressivamente più strutturata, e dovrà rinforzarsi significativamente soprattutto sul tema dell'assistenza sanitaria, della continuità delle cure nel medio termine per le decine di migliaia di feriti ed invalidi, e della riorganizzazione dei servizi essenziali di WatSan e Food Security; assetti preliminari al passaggio alla fase di recovery vera e propria, con l'avvio della ricostruzione (infrastrutturale, economica e sociale), che probabilmente richiederà molti anni ed una continuità di sforzi ben mirati da parte della comunità internazionale.
Tali attività saranno ovviamente possibili solo all'interno di una adeguata cornice di sicurezza operativa che per adesso, nonostante gli sforzi dei peacekeepers delle Nazioni Unite e delle Forze Armate Statunitensi, rimane ancora labile in molte zone.
Passata la fase di risposta immediata, si inizia anche a parlare della necessità di un supporto psicologico e psicosociale per la popolazione, con particolare enfasi per i minori e per l'avvio della ricostruzione sociale nelle comunità colpite. Sono necessari quindi interventi specificatamente di tipo psicosociale, a livello gruppale e comunitario; e non solo interventi "trauma-centrici" a livello individuale, come a volte si tende erroneamente a pensare.
In questo frangente, l'intervento di molte ONG/NGO è stato fondamentale, sia per capacità tecnica espressa che per tempestività e abnegazione dei propri operatori. Molti dei team di prima risposta delle principali ONG internazionali hanno saputo esprimere una capability straordinaria, ed assolutamente necessaria.
Ciò nonostante, secondo l'ultimo editoriale del prestigioso The Lancet, una delle principali riviste mediche del mondo, sono stati percepibili anche in questo ultimo avvenimento alcuni "segnali" importanti e non del tutto positivi nell'ambito del mondo dell'assistenza umanitaria internazionale.
Si tratta di un tema assai complesso, e del resto già ripetutamente emerso negli ultimi anni nel dibattito internazionale di settore. Rinvio quindi per gli interessati all'articolo originale del Lancet (di una sola, densa, pagina): l'accesso è libero, basta registrarsi qui.
Luca
Il supporto internazionale si sta implementando in maniera progressivamente più strutturata, e dovrà rinforzarsi significativamente soprattutto sul tema dell'assistenza sanitaria, della continuità delle cure nel medio termine per le decine di migliaia di feriti ed invalidi, e della riorganizzazione dei servizi essenziali di WatSan e Food Security; assetti preliminari al passaggio alla fase di recovery vera e propria, con l'avvio della ricostruzione (infrastrutturale, economica e sociale), che probabilmente richiederà molti anni ed una continuità di sforzi ben mirati da parte della comunità internazionale.
Tali attività saranno ovviamente possibili solo all'interno di una adeguata cornice di sicurezza operativa che per adesso, nonostante gli sforzi dei peacekeepers delle Nazioni Unite e delle Forze Armate Statunitensi, rimane ancora labile in molte zone.
Passata la fase di risposta immediata, si inizia anche a parlare della necessità di un supporto psicologico e psicosociale per la popolazione, con particolare enfasi per i minori e per l'avvio della ricostruzione sociale nelle comunità colpite. Sono necessari quindi interventi specificatamente di tipo psicosociale, a livello gruppale e comunitario; e non solo interventi "trauma-centrici" a livello individuale, come a volte si tende erroneamente a pensare.
In questo frangente, l'intervento di molte ONG/NGO è stato fondamentale, sia per capacità tecnica espressa che per tempestività e abnegazione dei propri operatori. Molti dei team di prima risposta delle principali ONG internazionali hanno saputo esprimere una capability straordinaria, ed assolutamente necessaria.
Ciò nonostante, secondo l'ultimo editoriale del prestigioso The Lancet, una delle principali riviste mediche del mondo, sono stati percepibili anche in questo ultimo avvenimento alcuni "segnali" importanti e non del tutto positivi nell'ambito del mondo dell'assistenza umanitaria internazionale.
Si tratta di un tema assai complesso, e del resto già ripetutamente emerso negli ultimi anni nel dibattito internazionale di settore. Rinvio quindi per gli interessati all'articolo originale del Lancet (di una sola, densa, pagina): l'accesso è libero, basta registrarsi qui.
Luca
19 gennaio 2010
Haiti - 2
Ad una settimana dal violentissimo sisma di Haiti, lo scenario logistico ed organizzativo dei soccorsi è ancora molto complesso.
Le Forze Armate Statunitensi stanno svolgendo un importante ruolo di coordinamento de facto delle infrastrutture logistiche e della distribuzione degli aiuti, ed assieme ai peacekeepers del MINUSTAH (la missione dell'ONU ad Haiti) garantiscono una non facile cornice di sicurezza anche agli operatori delle ONG e delle organizzazioni di soccorso intervenute da tutto il mondo.
Il quadro della fase di rescue è comunque ancora assai delicato e frammentario. Anche la forbice nelle diverse stime delle vittime è ancora ampia, tra i 50.000 circa del CICR ed i 150.000 e oltre delle Forze Armate USA.
Il quadro sanitario è inoltre complicato dalle ingenti problematiche WatSan (Water and Sanitation), che nella fattispecie sono di particolare complessità, e dalle difficoltà persistenti nel garantire la catena logistica della distribuzione di acqua e cibo sul territorio. Il quadro di sicurezza è poi ancora molto precario, in particolare in alcune zone, ed il governo locale sembra in seria difficoltà nell'azione di organizzazione generale degli aiuti.
La solidarietà internazionale è stata comunque impressionante, ed i soccorsi giunti sono stati tempestivi e professionali; il vero problema emerso in questa occasione è stata la difficoltà nel coordinamento sovranazionale generale degli aiuti e delle attività di soccorso alla popolazione, che in questo caso è in buona parte mancato (con conseguenze disfunzionali sulla fluida gestione degli aiuti, soprattutto nei primi, critici, giorni). E' un tema di riflessione importante per la comunità internazionale - statale, transnazionale e delle ONG - dei soccorsi.
Per quanto riguarda il supporto psicosociale: molti colleghi psicologi stanno generosamente dando una disponibilità di merito. In realtà, al momento e nel brevissimo termine, i principali beneficiari di supporto Psi- possono e devono essere soprattutto i soccorritori, gli expats di rientro, e le famiglie degli expats deceduti/dispersi. Gli interventi diretti di sostegno psicologico per la popolazione, oltre che estremamente difficili e complessi da un punto di vista organizzativo, logistico e di sicurezza, sono al momento meno urgenti di interventi di supporto primario. Non che la centralità del "caring emotivo e psicosociale" non sia di assoluto rilievo (si vedano anzi le ben note linee-guida IASC sul supporto psicosociale connesso col sostegno rivolto ai bisogni primari); ma in questo momento, per essere chiari, la questione fondamentale non è ovviamente l'andare in tutta fretta ad Haiti a "far debriefing" in senso generalizzato.
Sarà invece fondamentale un supporto psicosociale qualificato e "ben pensato" nella cooperazione internazionale alla ricostruzione, da esplicare nel medio-lungo termine, e focalizzato nelle successive, delicatissime, fasi di recovery della popolazione e della società civile (e che già prima del sisma viveva una situazione assai difficile, dal punto di vista socio-economico).
Luca Pezzullo
Le Forze Armate Statunitensi stanno svolgendo un importante ruolo di coordinamento de facto delle infrastrutture logistiche e della distribuzione degli aiuti, ed assieme ai peacekeepers del MINUSTAH (la missione dell'ONU ad Haiti) garantiscono una non facile cornice di sicurezza anche agli operatori delle ONG e delle organizzazioni di soccorso intervenute da tutto il mondo.
Il quadro della fase di rescue è comunque ancora assai delicato e frammentario. Anche la forbice nelle diverse stime delle vittime è ancora ampia, tra i 50.000 circa del CICR ed i 150.000 e oltre delle Forze Armate USA.
Il quadro sanitario è inoltre complicato dalle ingenti problematiche WatSan (Water and Sanitation), che nella fattispecie sono di particolare complessità, e dalle difficoltà persistenti nel garantire la catena logistica della distribuzione di acqua e cibo sul territorio. Il quadro di sicurezza è poi ancora molto precario, in particolare in alcune zone, ed il governo locale sembra in seria difficoltà nell'azione di organizzazione generale degli aiuti.
La solidarietà internazionale è stata comunque impressionante, ed i soccorsi giunti sono stati tempestivi e professionali; il vero problema emerso in questa occasione è stata la difficoltà nel coordinamento sovranazionale generale degli aiuti e delle attività di soccorso alla popolazione, che in questo caso è in buona parte mancato (con conseguenze disfunzionali sulla fluida gestione degli aiuti, soprattutto nei primi, critici, giorni). E' un tema di riflessione importante per la comunità internazionale - statale, transnazionale e delle ONG - dei soccorsi.
Per quanto riguarda il supporto psicosociale: molti colleghi psicologi stanno generosamente dando una disponibilità di merito. In realtà, al momento e nel brevissimo termine, i principali beneficiari di supporto Psi- possono e devono essere soprattutto i soccorritori, gli expats di rientro, e le famiglie degli expats deceduti/dispersi. Gli interventi diretti di sostegno psicologico per la popolazione, oltre che estremamente difficili e complessi da un punto di vista organizzativo, logistico e di sicurezza, sono al momento meno urgenti di interventi di supporto primario. Non che la centralità del "caring emotivo e psicosociale" non sia di assoluto rilievo (si vedano anzi le ben note linee-guida IASC sul supporto psicosociale connesso col sostegno rivolto ai bisogni primari); ma in questo momento, per essere chiari, la questione fondamentale non è ovviamente l'andare in tutta fretta ad Haiti a "far debriefing" in senso generalizzato.
Sarà invece fondamentale un supporto psicosociale qualificato e "ben pensato" nella cooperazione internazionale alla ricostruzione, da esplicare nel medio-lungo termine, e focalizzato nelle successive, delicatissime, fasi di recovery della popolazione e della società civile (e che già prima del sisma viveva una situazione assai difficile, dal punto di vista socio-economico).
Luca Pezzullo
14 gennaio 2010
Haiti
Il terribile terremoto di Haiti ha causato un enorme numero di vittime, ancora imprecisato (le prime stime affidabili sulle perdite, solitamente, vengono definite non prima di circa 96 ore dall'evento, in contesti similari), in uno dei paesi già più poveri del mondo.
A livello internazionale, vi è stata una forte attivazione di soccorso, sia da parte di governi che di ONG; attività che è comunque di non facile implementazione, per via degli enormi problemi logistici, organizzativi e di sicurezza che sono legati all'evento ed al suo contesto.
La Task-Force dell'Unione Europea di Protezione Civile ha già proiettato in teatro i primi team di valutazione, e sta avviando il coordinamento delle attività ed azioni operative delle varie Protezioni Civili Nazionali. Dall'Italia è già partito un aereo del DPC, con personale sanitario e di primo assessment tecnico.
Allo stesso modo Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa Internazionale ed altre ONG hanno avviato le loro procedure di emergenza internazionale, per garantire l'invio di team sanitari sul luogo nel periodo-finestra delle prime 72 ore (che sono quelle critiche per il supporto acuto).
A livello operativo, per chiunque sia interessato a dare un contributo economico, si ricorda l'assoluta necessità di NON versare soldi al primo gruppo che si presenta "a batter cassa": a livello internazionale, sono già state segnalate purtroppo le prime frodi degli "sciacalli del dolore", che hanno messo online dei siti-civetta per raccogliere soldi sfruttando l'onda emotiva dell'evento.
Favorite, sempre e solo, ONG e associazioni internazionali ben conosciute ed affidabili (MSF, ActionAid, etc.), e solo ai riferimenti indicati sui loro siti ufficiali.
Per altre informazioni, e riferimenti sugli interventi di soccorso, qui c'è la pagina dedicata dell'International Society for Traumatic Stress.
Un saluto,
Luca Pezzullo
A livello internazionale, vi è stata una forte attivazione di soccorso, sia da parte di governi che di ONG; attività che è comunque di non facile implementazione, per via degli enormi problemi logistici, organizzativi e di sicurezza che sono legati all'evento ed al suo contesto.
La Task-Force dell'Unione Europea di Protezione Civile ha già proiettato in teatro i primi team di valutazione, e sta avviando il coordinamento delle attività ed azioni operative delle varie Protezioni Civili Nazionali. Dall'Italia è già partito un aereo del DPC, con personale sanitario e di primo assessment tecnico.
Allo stesso modo Medici Senza Frontiere, la Croce Rossa Internazionale ed altre ONG hanno avviato le loro procedure di emergenza internazionale, per garantire l'invio di team sanitari sul luogo nel periodo-finestra delle prime 72 ore (che sono quelle critiche per il supporto acuto).
A livello operativo, per chiunque sia interessato a dare un contributo economico, si ricorda l'assoluta necessità di NON versare soldi al primo gruppo che si presenta "a batter cassa": a livello internazionale, sono già state segnalate purtroppo le prime frodi degli "sciacalli del dolore", che hanno messo online dei siti-civetta per raccogliere soldi sfruttando l'onda emotiva dell'evento.
Favorite, sempre e solo, ONG e associazioni internazionali ben conosciute ed affidabili (MSF, ActionAid, etc.), e solo ai riferimenti indicati sui loro siti ufficiali.
Per altre informazioni, e riferimenti sugli interventi di soccorso, qui c'è la pagina dedicata dell'International Society for Traumatic Stress.
Un saluto,
Luca Pezzullo
12 gennaio 2010
Leggete lo spagnolo ?
Leggete lo spagnolo ?
Bene; allora avete a vostra disposizione, online e gratuitamente, un'ottima rivista di psicologia dell'emergenza e del trauma, già ben conosciuta nel contesto iberico e latino-americano:
Cuadernos de Crisis.
I Cuadernos presentano, in media ogni 6 mesi, una serie di interessanti articoli su vari aspetti della psicotraumatologia, della psicologia dell'emergenza, e del supporto psicosociale nelle situazioni di crisi.
Le riflessioni teorico-metodologiche condotte nei più diversi contesti applicativi presentano spesso profili di stimolo concettuale non banale.
Inoltre, ottimo vantaggio, è liberamente disponibile anche l'archivio dei numeri precedenti, con i relativi .pdf integrali... buona lettura !
Luca Pezzullo
Bene; allora avete a vostra disposizione, online e gratuitamente, un'ottima rivista di psicologia dell'emergenza e del trauma, già ben conosciuta nel contesto iberico e latino-americano:
Cuadernos de Crisis.
I Cuadernos presentano, in media ogni 6 mesi, una serie di interessanti articoli su vari aspetti della psicotraumatologia, della psicologia dell'emergenza, e del supporto psicosociale nelle situazioni di crisi.
Le riflessioni teorico-metodologiche condotte nei più diversi contesti applicativi presentano spesso profili di stimolo concettuale non banale.
Inoltre, ottimo vantaggio, è liberamente disponibile anche l'archivio dei numeri precedenti, con i relativi .pdf integrali... buona lettura !
Luca Pezzullo
09 gennaio 2010
Buon 2010
Buon 2010 a tutti !
Iniziamo i post del nuovo anno, non solo confermando il ritmo di aggiornamento più frequente dei contenuti (nel 2010 ci sarà un'estensione delle tematiche trattate, e dei loro aspetti sia accademici che applicativi nell'area dell'emergenza, del rischio e della sicurezza); ma anche con un invito a tutti i colleghi psicologi a votare per le elezioni del proprio Ordine professionale, che si tengono in questo fine settimana. Indipendentemente da chi si vota, è fondamentale esercitare il diritto-dovere del voto ordinistico !
Tornando a temi di contenuto... ecco il primo link suggerito dell'anno: le riflessioni di Bruce Schneier, uno dei "guru" della sicurezza a livello internazionale sui problemi della psicologia della sicurezza.
Schneier è un informatico e crittografo; ma alcune delle sue brillanti riflessioni sono di particolare pertinenza ed interesse per tutti i colleghi che si occupano di temi legati al rischio, alla safety ed alla security.
Un saluto a tutti, a presto,
Luca Pezzullo
Iniziamo i post del nuovo anno, non solo confermando il ritmo di aggiornamento più frequente dei contenuti (nel 2010 ci sarà un'estensione delle tematiche trattate, e dei loro aspetti sia accademici che applicativi nell'area dell'emergenza, del rischio e della sicurezza); ma anche con un invito a tutti i colleghi psicologi a votare per le elezioni del proprio Ordine professionale, che si tengono in questo fine settimana. Indipendentemente da chi si vota, è fondamentale esercitare il diritto-dovere del voto ordinistico !
Tornando a temi di contenuto... ecco il primo link suggerito dell'anno: le riflessioni di Bruce Schneier, uno dei "guru" della sicurezza a livello internazionale sui problemi della psicologia della sicurezza.
Schneier è un informatico e crittografo; ma alcune delle sue brillanti riflessioni sono di particolare pertinenza ed interesse per tutti i colleghi che si occupano di temi legati al rischio, alla safety ed alla security.
Un saluto a tutti, a presto,
Luca Pezzullo
18 dicembre 2009
Report dal Convegno di Padova
Qualche telegrafico commento a caldo dal Convegno di Padova, organizzato dall'Ordine degli Psicologi del Veneto, e citato nel post precedente.
Ottima l'affluenza, partecipazione intensa, interventi interessanti.
Gran parte dei partecipanti hanno operato in Abruzzo come psicologi, integrati in alcune delle diverse associazioni o Enti che hanno fornito una competenza di supporto psicologico nei mesi dell'emergenza.
Interessante il confronto che si è venuto a creare, e la poliedricità degli interventi, che hanno illuminato diversi aspetti (teorici, operativi, organizzativi e di ricerca) dell'emergenza psicologica in Abruzzo.
E' emersa, trasversalmente a tutti gli interventi, l'assoluta centralità e necessità di un approccio integrato, che unisca in maniera profonda le dimensioni cliniche e psicosociali: in emergenza non si va solo a "curare traumi", ma anche e soprattutto a ridefinire e rinarrare legami sociali interrotti, a prendersi cura di affetti indicibili, a ricostituire spazi di pensiero - laddove il pensiero sembra venir eluso dalla violenza incomprensibile dell'evento critico.
Un ruolo complesso, quello dello psicologo dell'emergenza, che "costringe" a ripensarsi, da un punto di vista professionale, in maniera molto più completa, complessa e trasversale.
Sono state presentate alcune intense testimonianze di colleghe Aquilane, ed utili punti di sintesi sono emersi dagli interventi di alcuni dei coordinatori delle diverse associazioni coinvolte, così come della Funzione 2 del DPC. Ottimi anche gli interventi degli psicologi di comunità dell'Università di Padova, che hanno contribuito al Convegno con una ricerca interessante sui colleghi che hanno operato in Abruzzo; pregevoli le riflessioni dell'Assessore Fecchio (Assessore Provinciale alla Protezione Civile), che ha sottolineato con chiarezza la rilevanza della dimensione relazionale nella preparazione dei Volontari di PC.
Insomma, una bella giornata di lavoro corale, in cui la "babele" degli approcci, delle sigle, dei gruppi ha potuto confrontarsi unitariamente.
Come diceva Jimi Hendrix: non esistono stili musicali diversi, esiste solo buona musica o cattiva musica.
Allo stesso modo, non contano le diverse "sigle" che abbiamo cucito sulle nostre magliette: conta, alla fine, il saper fare insieme della buona psicologia, e non della cattiva psicologia.
Oggi è stato un momento di buona psicologia, e questo è l'importante :-)
Luca Pezzullo
Ottima l'affluenza, partecipazione intensa, interventi interessanti.
Gran parte dei partecipanti hanno operato in Abruzzo come psicologi, integrati in alcune delle diverse associazioni o Enti che hanno fornito una competenza di supporto psicologico nei mesi dell'emergenza.
Interessante il confronto che si è venuto a creare, e la poliedricità degli interventi, che hanno illuminato diversi aspetti (teorici, operativi, organizzativi e di ricerca) dell'emergenza psicologica in Abruzzo.
E' emersa, trasversalmente a tutti gli interventi, l'assoluta centralità e necessità di un approccio integrato, che unisca in maniera profonda le dimensioni cliniche e psicosociali: in emergenza non si va solo a "curare traumi", ma anche e soprattutto a ridefinire e rinarrare legami sociali interrotti, a prendersi cura di affetti indicibili, a ricostituire spazi di pensiero - laddove il pensiero sembra venir eluso dalla violenza incomprensibile dell'evento critico.
Un ruolo complesso, quello dello psicologo dell'emergenza, che "costringe" a ripensarsi, da un punto di vista professionale, in maniera molto più completa, complessa e trasversale.
Sono state presentate alcune intense testimonianze di colleghe Aquilane, ed utili punti di sintesi sono emersi dagli interventi di alcuni dei coordinatori delle diverse associazioni coinvolte, così come della Funzione 2 del DPC. Ottimi anche gli interventi degli psicologi di comunità dell'Università di Padova, che hanno contribuito al Convegno con una ricerca interessante sui colleghi che hanno operato in Abruzzo; pregevoli le riflessioni dell'Assessore Fecchio (Assessore Provinciale alla Protezione Civile), che ha sottolineato con chiarezza la rilevanza della dimensione relazionale nella preparazione dei Volontari di PC.
Insomma, una bella giornata di lavoro corale, in cui la "babele" degli approcci, delle sigle, dei gruppi ha potuto confrontarsi unitariamente.
Come diceva Jimi Hendrix: non esistono stili musicali diversi, esiste solo buona musica o cattiva musica.
Allo stesso modo, non contano le diverse "sigle" che abbiamo cucito sulle nostre magliette: conta, alla fine, il saper fare insieme della buona psicologia, e non della cattiva psicologia.
Oggi è stato un momento di buona psicologia, e questo è l'importante :-)
Luca Pezzullo
14 dicembre 2009
Convegno a Padova
Vi segnalo il Convegno di Psicologia dell'Emergenza che si terrà nei prossimi giorni a Padova:
Catastrofi: l’emergenza e la comunità.
Quali ruoli e quali competenze per gli psicologi?
Il Convegno si terrà a Padova, venerdì 18 Dicembre 2009, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, presso il Centro Conferenze della Camera di Commercio, Piazza Zanellato Padova
Maggiori informazioni e link per le iscrizioni (il convegno è gratuito) qui:
Ordine del Veneto
Un saluto,
Luca
Catastrofi: l’emergenza e la comunità.
Quali ruoli e quali competenze per gli psicologi?
Il Convegno si terrà a Padova, venerdì 18 Dicembre 2009, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, presso il Centro Conferenze della Camera di Commercio, Piazza Zanellato Padova
Maggiori informazioni e link per le iscrizioni (il convegno è gratuito) qui:
Ordine del Veneto
Un saluto,
Luca
28 novembre 2009
Formare con i video
Un post sintetico... ecco un interessante video su Youtube messo a disposizione dai programmi formativi CERT statunitensi (simili ai nostri corsi per volontari di Protezione Civile), focalizzato proprio sulla psicologia dell'emergenza; o meglio, finalizzato a fornire ai volontari non-psicologi una competenza di base sui principali aspetti emotivi del lavoro in situazione di crisi.
Il video (in inglese) è di ben 45 minuti, e, nonostante alcune (ovvie) semplificazioni, fornisce in maniera efficacia ad un pubblico "laico" una serie di indicazioni di base utili e interessanti.
In Italia non abbiamo ancora materiali di questo genere, che (laddove correttamente implementati) possono presentare interessanti aspetti di efficacia informativa e di "potenziale di disseminazione" delle tematiche emergenziali ad un pubblico più ampio di volontari del soccorso.
Nulla ovviamente sostituisce (o anche solo si avvicina) alla formazione sul campo, ma il ruolo di informazione/sensibilizzazione che potrebbero avere programmi informativi/formativi di questo tipo, sperimentando anche con i nuovi media, è forse utilmente esplorabile.
Luca
Il video (in inglese) è di ben 45 minuti, e, nonostante alcune (ovvie) semplificazioni, fornisce in maniera efficacia ad un pubblico "laico" una serie di indicazioni di base utili e interessanti.
In Italia non abbiamo ancora materiali di questo genere, che (laddove correttamente implementati) possono presentare interessanti aspetti di efficacia informativa e di "potenziale di disseminazione" delle tematiche emergenziali ad un pubblico più ampio di volontari del soccorso.
Nulla ovviamente sostituisce (o anche solo si avvicina) alla formazione sul campo, ma il ruolo di informazione/sensibilizzazione che potrebbero avere programmi informativi/formativi di questo tipo, sperimentando anche con i nuovi media, è forse utilmente esplorabile.
Luca
15 novembre 2009
Convegno: L'intervento degli psicologi nelle emergenze - l'esempio del terremoto in Abruzzo
Segnalo volentieri il Convegno che si terrà fra pochi giorni a Lodi, presso la sede della Provincia, organizzato da Psicologi per i Popoli e con il patrocinio della Azienda Ospedaliera di Lodi, della Provincia di Lodi e dell'Ordine degli Psicologi della Lombardia
"L'intervento degli psicologi nelle emergenze: l'esempio del terremoto in Abruzzo"
21 NOVEMBRE 2009
dalle ore 9.00 alle ore 13.00
c/o Sala Chiesetta – Sede della Provincia di Lodi
via Fanfulla n° 14 - Lodi
Riporto il programma del Convegno:
ore 9.00 - Registrazione partecipanti
ore 9.30 - Saluto delle autorità:
Prof. Enrico Molinari - Presidente Ordine degli Psicologi della Lombardia
Dott. Riccardo Telleschi - Direttore U.S.C Psicologia Aziendale - A.O. della Provincia di Lodi
Dott.ssa Maria Grazia Silvestri - Direttore Dipartimento Prevenzione - A.S.L Provincia di Lodi
Dott. Giuseppe Ciccone - Presidente Comm. Europea per la Medicina d'Emergenza Urgenza e delle Catastrofi
Ore 10,00 – Apertura lavori
Dott.ssa G. Gambardella, Presidente Psicologi per i Popoli - Lodi
Ore 10,15 - Psicologia dell'emergenza : attualità e prospettive dopo l'esperienza abruzzese
Prof. Fabio Sbattella, Presidente Psicologi per i Popoli - Milano, Responsabile Unità di ricerca di Psicologia dell'emergenza della Università Cattolica di Milano
Ore 11,00 – Pausa
Ore 11,15 - Il supporto psico-sociale nelle emergenze internazionali : le linee guida IASC
Dott. Paolo Castelletti, Presidente Psicologi per i Popoli- Nel Mondo
Ore 12.00 - Tra il dire e il fare: l’esperienza dello psicologo sul campo in emergenza
Dott. Francesco Dell'Orco, psicologo, capogruppo squadra psicologi di Psicologi per i Popoli - Lodi, intervenuti in Abruzzo dal 9 al 16 maggio 2009
Ore 12.30 - Discussione
Il programma appare di particolare rilievo, sia per l'ottimo livello istituzionale dello stesso, che per l'integrazione tra analisi di aspetti esperienziali-operativi, e la loro contestualizazione in un'ampia prospettiva di elaborazione teorica, derivante dal confronto con le linee-guide di settore più accreditate a livello internazionale per l'intervento psicologico e psicosociale nelle emergenze: le Guidelines dello IASC, sviluppate recentemente dalle Nazioni Unite, ed a cui l'organizzazione degli interventi di "Psicologi per i Popoli" in Abruzzo si è significativamente attenuta.
Un'ottima occasione, dunque, per confrontarsi teoricamente in merito, e costruire preziosi "spazi di pensiero" sull'attività svolta dalle centinaia di colleghi volontari che hanno operato in occasione del Sisma abruzzese.
Un saluto,
Luca Pezzullo
"L'intervento degli psicologi nelle emergenze: l'esempio del terremoto in Abruzzo"
21 NOVEMBRE 2009
dalle ore 9.00 alle ore 13.00
c/o Sala Chiesetta – Sede della Provincia di Lodi
via Fanfulla n° 14 - Lodi
Riporto il programma del Convegno:
ore 9.00 - Registrazione partecipanti
ore 9.30 - Saluto delle autorità:
Prof. Enrico Molinari - Presidente Ordine degli Psicologi della Lombardia
Dott. Riccardo Telleschi - Direttore U.S.C Psicologia Aziendale - A.O. della Provincia di Lodi
Dott.ssa Maria Grazia Silvestri - Direttore Dipartimento Prevenzione - A.S.L Provincia di Lodi
Dott. Giuseppe Ciccone - Presidente Comm. Europea per la Medicina d'Emergenza Urgenza e delle Catastrofi
Ore 10,00 – Apertura lavori
Dott.ssa G. Gambardella, Presidente Psicologi per i Popoli - Lodi
Ore 10,15 - Psicologia dell'emergenza : attualità e prospettive dopo l'esperienza abruzzese
Prof. Fabio Sbattella, Presidente Psicologi per i Popoli - Milano, Responsabile Unità di ricerca di Psicologia dell'emergenza della Università Cattolica di Milano
Ore 11,00 – Pausa
Ore 11,15 - Il supporto psico-sociale nelle emergenze internazionali : le linee guida IASC
Dott. Paolo Castelletti, Presidente Psicologi per i Popoli- Nel Mondo
Ore 12.00 - Tra il dire e il fare: l’esperienza dello psicologo sul campo in emergenza
Dott. Francesco Dell'Orco, psicologo, capogruppo squadra psicologi di Psicologi per i Popoli - Lodi, intervenuti in Abruzzo dal 9 al 16 maggio 2009
Ore 12.30 - Discussione
Il programma appare di particolare rilievo, sia per l'ottimo livello istituzionale dello stesso, che per l'integrazione tra analisi di aspetti esperienziali-operativi, e la loro contestualizazione in un'ampia prospettiva di elaborazione teorica, derivante dal confronto con le linee-guide di settore più accreditate a livello internazionale per l'intervento psicologico e psicosociale nelle emergenze: le Guidelines dello IASC, sviluppate recentemente dalle Nazioni Unite, ed a cui l'organizzazione degli interventi di "Psicologi per i Popoli" in Abruzzo si è significativamente attenuta.
Un'ottima occasione, dunque, per confrontarsi teoricamente in merito, e costruire preziosi "spazi di pensiero" sull'attività svolta dalle centinaia di colleghi volontari che hanno operato in occasione del Sisma abruzzese.
Un saluto,
Luca Pezzullo
Assetti epidemiologici nel personale militare Statunitense impegnato in teatro operativo
E' appena uscito, sul Washington Post, un interessante articolo sugli aspetti epidemiologici di stress e trauma relativo al personale militare statunitense impiegato in Iraq e Afghanistan.
Come noto, da molti anni il sistema militare Statunitense ha sviluppato ed implementato una serie di misure di prevenzione e gestione dello stress traumatico cui spesso sono sottoposti i militari impegnati in teatro operativo.
Il modello originale, sviluppato a partire dalla prima metà degli anni '90, si è ulteriormente articolato durante i primi anni di guerra in Iraq ed Afghanistan, ed ha prodotto quello che è universalmente riconosciuto come un notevole miglioramento dei protocolli operativi di merito, ben rappresentati da quel "reference text" che è la Iraqi War Clinician Guide, giunta alla sua seconda edizione, e rilasciata pubblicamente dal NCPTSD (recentemente citato in questo blog).
Nonostante tali sforzi organizzativi e clini, emergono tuttora frequenti situazioni preoccupanti da un punto di vista epidemiologico, visto l'elevato numero di eventi post-traumatici riportati in letteratura, a volte con esito critico (atti di violenza, suicidi, divorzi, gravi difficoltà psicopatologiche, etc.).
Il Washington Post ha appunto riportato un'analisi dell'U.S. Army, secondo cui il tasso di difficoltà psicologiche tra i militari operanti in Afghanistan (molti dei quali al terzo o quarto periodo di servizio sul campo) ammonterebbero a più del 20% del totale dei soldati impiegati; un rateo maggiore anche dei tassi di problematiche psicologiche rilevate nei loro colleghi impegnati sullo scenario Iracheno. Tali tassi sembrano anche essere associati ad una riduzione del morale delle truppe.
I vertici dell'U.S. Army, che al momento della "survey" aveva in teatro operativo 43 ufficiali psicologi, hanno quindi deciso di svolgere una serie di interventi di miglioramento del supporto psicologico e psichiatrico: svolgere regolarmente i relativi monitoraggi; portare ad oltre 100 gli specialisti di salute mentale presenti sul campo (con particolare riferimento alle unità "Combat", ovvero quelle direttamente coinvolti nei confronti armati); enfatizzare e rinforzare i programmi di formazione per la prevenzione delle condotte suicidarie; facilitare l'accesso a modalità di coping (dalla possibilità di uso di internet - utile anche per rimanere in contatto con le proprie famiglie lontane), alle opportunità di regolare attività fisica anche per i reparti logistici o di supporto.
Qui l'articolo originale.
Luca Pezzullo
Come noto, da molti anni il sistema militare Statunitense ha sviluppato ed implementato una serie di misure di prevenzione e gestione dello stress traumatico cui spesso sono sottoposti i militari impegnati in teatro operativo.
Il modello originale, sviluppato a partire dalla prima metà degli anni '90, si è ulteriormente articolato durante i primi anni di guerra in Iraq ed Afghanistan, ed ha prodotto quello che è universalmente riconosciuto come un notevole miglioramento dei protocolli operativi di merito, ben rappresentati da quel "reference text" che è la Iraqi War Clinician Guide, giunta alla sua seconda edizione, e rilasciata pubblicamente dal NCPTSD (recentemente citato in questo blog).
Nonostante tali sforzi organizzativi e clini, emergono tuttora frequenti situazioni preoccupanti da un punto di vista epidemiologico, visto l'elevato numero di eventi post-traumatici riportati in letteratura, a volte con esito critico (atti di violenza, suicidi, divorzi, gravi difficoltà psicopatologiche, etc.).
Il Washington Post ha appunto riportato un'analisi dell'U.S. Army, secondo cui il tasso di difficoltà psicologiche tra i militari operanti in Afghanistan (molti dei quali al terzo o quarto periodo di servizio sul campo) ammonterebbero a più del 20% del totale dei soldati impiegati; un rateo maggiore anche dei tassi di problematiche psicologiche rilevate nei loro colleghi impegnati sullo scenario Iracheno. Tali tassi sembrano anche essere associati ad una riduzione del morale delle truppe.
I vertici dell'U.S. Army, che al momento della "survey" aveva in teatro operativo 43 ufficiali psicologi, hanno quindi deciso di svolgere una serie di interventi di miglioramento del supporto psicologico e psichiatrico: svolgere regolarmente i relativi monitoraggi; portare ad oltre 100 gli specialisti di salute mentale presenti sul campo (con particolare riferimento alle unità "Combat", ovvero quelle direttamente coinvolti nei confronti armati); enfatizzare e rinforzare i programmi di formazione per la prevenzione delle condotte suicidarie; facilitare l'accesso a modalità di coping (dalla possibilità di uso di internet - utile anche per rimanere in contatto con le proprie famiglie lontane), alle opportunità di regolare attività fisica anche per i reparti logistici o di supporto.
Qui l'articolo originale.
Luca Pezzullo
06 novembre 2009
La strage di Fort Hood
A volte scrivere commenti è difficile. Nella fattispecie, la strage di ieri nella base militare statunitense di Fort Hood, nel Texas, dove uno psichiatra militare ha ucciso 13 commilitoni e ne ha feriti un'altra trentina, lascia indubbiamente esterrefatti.
Soprattutto perchè lo psichiatra in questione operava nella caserma appunto in qualità di specialista psicotraumatologo, occupandosi espressamente dei disturbi post-traumatici dei militari veterani di Iraq e Afghanistan.
Dagli articoli di diversi giornali internazionali di oggi, emergerebbe un profilo di personalità complesso, e si intuiscono una serie di retroscena personali non certo semplici; qualcuno ipotizza anche una forma atipica di "traumatizzazione vicaria", legata al suo lavoro clinico pluriennale con i reduci presso il Walter Reed (il principale ospedale militare statunitense), e che avrebbe accentuato le sue già pre-esistenti dimensioni personali di forte rifiuto e paura per una prossima assegnazione in Iraq; quella dell'omicidio di massa sarebbe però in effetti una reazione estremamente anomala, pur nella complessità delle espressioni cliniche delle reazioni di trauma vicario, e probabilmente si è qui di fronte a problematiche pregresse assai più complesse.
Ulteriori approfondimenti di merito, sul tema della traumatizzazione vicaria nei professionisti di settore, sono reperibili qui, ed un nuovo articolo - ben focalizzato sul tema del PTSD e del trauma vicario - del TIME è reperibile qui.
Rimane comunque una situazione inquietante, ed è solo intuibile la complessità e difficoltà, nel vissuto dei "fellow soldiers" sopravvissuti, dell'elaborazione del "vissuto impensabile" che il loro "curatore di anime" sia improvvisamente diventato un "persecutore reale".
Luca Pezzullo
Soprattutto perchè lo psichiatra in questione operava nella caserma appunto in qualità di specialista psicotraumatologo, occupandosi espressamente dei disturbi post-traumatici dei militari veterani di Iraq e Afghanistan.
Dagli articoli di diversi giornali internazionali di oggi, emergerebbe un profilo di personalità complesso, e si intuiscono una serie di retroscena personali non certo semplici; qualcuno ipotizza anche una forma atipica di "traumatizzazione vicaria", legata al suo lavoro clinico pluriennale con i reduci presso il Walter Reed (il principale ospedale militare statunitense), e che avrebbe accentuato le sue già pre-esistenti dimensioni personali di forte rifiuto e paura per una prossima assegnazione in Iraq; quella dell'omicidio di massa sarebbe però in effetti una reazione estremamente anomala, pur nella complessità delle espressioni cliniche delle reazioni di trauma vicario, e probabilmente si è qui di fronte a problematiche pregresse assai più complesse.
Ulteriori approfondimenti di merito, sul tema della traumatizzazione vicaria nei professionisti di settore, sono reperibili qui, ed un nuovo articolo - ben focalizzato sul tema del PTSD e del trauma vicario - del TIME è reperibile qui.
Rimane comunque una situazione inquietante, ed è solo intuibile la complessità e difficoltà, nel vissuto dei "fellow soldiers" sopravvissuti, dell'elaborazione del "vissuto impensabile" che il loro "curatore di anime" sia improvvisamente diventato un "persecutore reale".
Luca Pezzullo
29 ottobre 2009
Resilienza: un convegno a Milano
Il prossimo 20 novembre, presso l'Università Cattolica di Milano, si terrà un interessante convegno interdisciplinare sul tema della "resilienza psicologica".
Come è noto, nell'ambito della psicologia dell'emergenza il costrutto teorico di "resilienza" riveste un ruolo centrale, in relazione alla capacità di adattamento del singolo e delle comunità davanti a situazioni critiche (sia acute che croniche).
Il costrutto di "resilienza psicologica" presenta delle importanti innovazioni teorico-operative rispetto ai vecchi modelli di "robustezza psicologica", tipiche degli anni '70-'80 (come, ad esempio, il classico costrutto di Hardiness proposto da Kobasa).
La resilienza non implica solo la capacità di "reggere frontalmente" ad impatti emotivi critici, ma soprattutto la possibilità di adattarvisi flessibilmente, ripristinando nuove forme adattative di equilibrio personale e psicosociale nel post-evento. Un costrutto complesso, quindi, che può essere applicato sia in ambito individuale che psicosociale (ad esempio, quando si analizzano le forme e modalità del "ripristino" funzionale di una comunità sociale colpita da un disastro).
Il convegno di Milano cercherà di evidenziare diversi punti di merito, con la partecipazione di numerosi esperti delle diverse discipline scientifiche che, trasversalmente, si occupano di questo importante ambito di ricerca.
Qui si possono trovare informazioni e programma dettagliato.
Un saluto,
Luca Pezzullo
Come è noto, nell'ambito della psicologia dell'emergenza il costrutto teorico di "resilienza" riveste un ruolo centrale, in relazione alla capacità di adattamento del singolo e delle comunità davanti a situazioni critiche (sia acute che croniche).
Il costrutto di "resilienza psicologica" presenta delle importanti innovazioni teorico-operative rispetto ai vecchi modelli di "robustezza psicologica", tipiche degli anni '70-'80 (come, ad esempio, il classico costrutto di Hardiness proposto da Kobasa).
La resilienza non implica solo la capacità di "reggere frontalmente" ad impatti emotivi critici, ma soprattutto la possibilità di adattarvisi flessibilmente, ripristinando nuove forme adattative di equilibrio personale e psicosociale nel post-evento. Un costrutto complesso, quindi, che può essere applicato sia in ambito individuale che psicosociale (ad esempio, quando si analizzano le forme e modalità del "ripristino" funzionale di una comunità sociale colpita da un disastro).
Il convegno di Milano cercherà di evidenziare diversi punti di merito, con la partecipazione di numerosi esperti delle diverse discipline scientifiche che, trasversalmente, si occupano di questo importante ambito di ricerca.
Qui si possono trovare informazioni e programma dettagliato.
Un saluto,
Luca Pezzullo
22 ottobre 2009
I nuovi corsi PTSD 101
Come accennavo tempo fa su questo blog, il National Center for Post-Traumatic Stress Disorder (il principale centro di ricerca clinica e scientifica sui disturbi post-traumatici del Governo Statunitense), aveva iniziato la predisposizione di materiali formativi ed informativi di tipo professionale, in merito alle varie articolazioni cliniche del PTSD (assessment, intervento, epidemiologia, etc.).
Finalmente, sono stati messi online numerosi moduli formativi - aggiuntivi rispetto ai primi moduli dimostrativi - liberamente scaricabili dal sito del NCPTSD.
I moduli sono in inglese, in formato Flash e/o Powerpoint, e con la possibilità di scaricarsi le trascrizioni testuali degli stessi in formato .pdf.
Si tratta di un'ottima serie di materiali informativi, pensati per i professionisti del settore della salute mentale interessati ad introdursi al tema del PTSD e del suo inquadramento clinico.
Tre ovvi caveat:
1) Il materiale è ampio, ben articolato, e di ottimo livello; ma ovviamente è pensato per un contesto statunitense (molti dei dati epidemiologici, i riferimenti ad aspetti organizzativi del sistema sanitario, etc.); ovviamente, in contesti europei ed italiani tali dati vanno rimodulati e ricontestualizzati di conseguenza.
2) Il modello teorico di riferimento è - strettamente - quello cognitivo-comportamentale anglosassone, con i suoi pregi ma anche con le sue possibili limitazioni operative.
3) I materiali formativi sono prevalentemente relativi al tema della "psicotraumatologia", e non della "psicologia dell'emergenza".
Come è ben noto, i due temi ovviamente non sono equivalenti: laddove la psicotraumatologia è l'intervento psicoterapeutico specialistico a fronte di disturbi post-traumatici clinicamente strutturati, la psicologia dell'emergenza (di cui prevalentemente di occupa questo blog) consiste nel più ampio e trasversale intervento psicologico (a livello individuale, gruppale, comunitario) in situazioni "acute", sia di tipo clinico che psicosociale (e quindi, anche in contesti in cui non si sia ancora ben strutturato un disturbo post-traumatico da stress secondo i criteri del DSM).
Precisato questo, buona esplorazione dei materiali del NCPTSD !
Luca Pezzullo
Finalmente, sono stati messi online numerosi moduli formativi - aggiuntivi rispetto ai primi moduli dimostrativi - liberamente scaricabili dal sito del NCPTSD.
I moduli sono in inglese, in formato Flash e/o Powerpoint, e con la possibilità di scaricarsi le trascrizioni testuali degli stessi in formato .pdf.
Si tratta di un'ottima serie di materiali informativi, pensati per i professionisti del settore della salute mentale interessati ad introdursi al tema del PTSD e del suo inquadramento clinico.
Tre ovvi caveat:
1) Il materiale è ampio, ben articolato, e di ottimo livello; ma ovviamente è pensato per un contesto statunitense (molti dei dati epidemiologici, i riferimenti ad aspetti organizzativi del sistema sanitario, etc.); ovviamente, in contesti europei ed italiani tali dati vanno rimodulati e ricontestualizzati di conseguenza.
2) Il modello teorico di riferimento è - strettamente - quello cognitivo-comportamentale anglosassone, con i suoi pregi ma anche con le sue possibili limitazioni operative.
3) I materiali formativi sono prevalentemente relativi al tema della "psicotraumatologia", e non della "psicologia dell'emergenza".
Come è ben noto, i due temi ovviamente non sono equivalenti: laddove la psicotraumatologia è l'intervento psicoterapeutico specialistico a fronte di disturbi post-traumatici clinicamente strutturati, la psicologia dell'emergenza (di cui prevalentemente di occupa questo blog) consiste nel più ampio e trasversale intervento psicologico (a livello individuale, gruppale, comunitario) in situazioni "acute", sia di tipo clinico che psicosociale (e quindi, anche in contesti in cui non si sia ancora ben strutturato un disturbo post-traumatico da stress secondo i criteri del DSM).
Precisato questo, buona esplorazione dei materiali del NCPTSD !
Luca Pezzullo
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