17 maggio 2008

"Mental Health and Psychosocial Support (MHPSS) in Humanitarian Emergencies: What Should General Health Coordinators Know?"

Come forse saprete, lo IASC (Inter-Agency Standing Committee) delle Nazioni Unite ha pubblicato, nel 2007, il fondamentale documento "IASC Guidelines on Mental Health and Psychosocial Support in Emergency Settings"

Bene, è stato appena pubblicato un importante documento di sintesi, di una decina di pagine, dedicato proprio ai coordinatori sanitari delle grandi emergenze (non di area "mental health"), per chiarire loro il ruolo, la funzione e le modalità di articolazione dei servizi di supporto psicosociale durante tali eventi. Il documento è reperibile qui.

Quale la sua importanza ? E' doppia.
Da un lato, il documento sintetizza in una decina di pagine il "focus" concettuale ed operativo dei criteri IASC 2007, e rappresenta quindi un'ottima introduzione agli stessi per chi non li conosce ancora.

In secondo luogo, la preparazione e diffusione di tale documento da parte dello IASC testimonia il "commitment" dello IASC stesso in direzione dell'integrazione strutturale di forme di supporto psicosociale nelle grandi emergenze mediche fuori-area, come parte intrinseca dello sforzo sanitario e di ripristino della funzionalità comunitaria.

E' quindi un documento che evidenzia l'importante evoluzione in corso nel contesto dei modelli concettuali della medicina dei disastri; che per certi versanti si avvia a "relazionalizzare" ed aumentare la sua attenzione anche verso le dinamiche psicosociali, in un contesto operativo che è spesso stato dominato da un'ottica esclusivamente e rigidamente biomedica.

...un bambino rimasto politraumatizzato e con entrambi i genitori rimasti uccisi dal terremoto cinese, necessita ovviamente una efficace e tempestiva stabilizzazione delle sue condizioni cliniche; ma necessita altresì della programmazione ed avvio di una serie di misure di sostegno psicosociale, fin dalla prima fase della sua presa in carico assistenziale. Il "to Heal" sanitario si deve accompagnare, inestricabilmente, al "to Care" dei vissuti e delle relazioni.

I criteri e le linee-guida dello IASC rappresentano un'articolata "mappa" per avviarsi alla considerazione di queste necessità.

30 aprile 2008

Un'altra recensione... sulla psicologia del terrorismo

Aprile, periodo di recensioni ! :-)

Psychology of Terrorism, a cura di Bongar, Brown, Zimbardo et al., Oxford University Press, 2007, ISBN-13: 978-0195172492, è forse il miglior testo attualmente disponibile, a livello internazionale, sugli aspetti psicologici e psicosociali legati al terrorismo.

Il testo ha ricevuto un'ottima accoglienza dalla stampa specialistica, ed in effetti presenta numerosi pregi per chi si interessa di psicologia dell'emergenza o psicologia militare.

In primo luogo, la sua attenzione non è nè solo clinica (avrebbe rischiato di essere il classico testo di traumatologia, o sulle early interventions in eventi acuti), nè solo psicosociale (sarebbe stato uno dei tanti testi che affrontano la dimensione storico-sociale del fenomeno terroristico).

Gli autori si sono posti un obbiettivo ben più ambizioso: analizzare tutti i processi psicologici, intesi in senso lato, legati al "fenomeno terrorismo", con una prospettiva molto ampia e comprensiva, e cercando di collegare funzionalmente le varie parti della trattazione.
Il risultato è, sostanzialmente, molto positivo.

Il volume affronta così tutti i concetti fondamentali del fenomeno terroristico e dei suoi correlati, focalizzandosi ovviamente sulle sue dimensioni di maggiore rilevanza psicologica o psicosociale.

La prima parte fornisce così un'ampia introduzione teorica al problema del terrorismo, studiandone gli antecedenti storici, le forme di articolazione, e gli aspetti sociali, comunicativi e culturali in senso lato. Vengono approfonditi, da una prospettiva scientificamente rigorosa, i temi della risonanza mediatica, della psicologia sociale del terrorismo, del terrorismo inteso come forma di psychological warfare asimmetrico, degli elementi religiosi e di condizionamento ideologico. Si approfondiscono poi i temi della "psicologia del terrorista", del terrorismo suicida e del percorso di costruzione di un'identità personale come "terrorista".

Si passa quindi ad analizzare gli effetti psicologici degli atti di terrorismo, visti sia a livello collettivo che a livello individuale. La trattazione psicosociale si salda quindi con quella clinica: si espongono ampiamente le reazioni traumatiche acute, i loro correlati psicobiologici, le tecniche di assessment rapido, i principi di intervento clinico diretto. Vengono analizzati temi specifici, come le reazioni degli anziani o dei bambini agli atti di violenza organizzata, gli aspetti psicologici delle armi di distruzione di massa, la dimensione multiculturale degli interventi di psicologia di comunità in seguito ad un attentato.

Parte assai utile, per la formazione interdisciplinare dello psicologo dell'emergenza, è anche quella relativa alle modalità organizzative del sistema dei soccorsi in caso di maxieventi critici di matrice terroristica. Interessanti, e del resto sempre più presenti in letteratura scientifica, i temi della resilienza individuale e di comunità davanti ad eventi critici, che ricevono ampia attenzione nell'ultima parte del testo.

Chiudono il volume un'ampia bibliografia tematica, un ricco elenco di risorse cartacee ed online sull'argomento, ed un bel glossario tecnico.

Tra gli autori, basti citare notissimi ed autorevoli clinici e ricercatori del settore, come Richard Bryant, Brett Litz, Charles Marmar, Richard Gist, Fathali Moghaddam, Philip Zimbardo, John Violanti, Franco Zeno, Rachel Yehuda... per nominarne solo alcuni.

In sintesi, un testo estremamente aggiornato, ben articolato, teoricamente "solido" e con notevoli aperture alle applicazioni operative. Per chiunque si interessi di questo settore, operi nel settore militare, della sicurezza o delle maxiemergenze, è un acquisto altamente consigliato.

P.S.: per chi è interessato, il testo è facilmente reperibile su Amazon.

Luca

Un'altra breve segnalazione...

Segnalo l'interessantissimo blog di un'amica e collega, che si occupa da anni di cooperazione internazionale: Betta Blog.
Betta ci racconta "in presa diretta" le sue esperienze di lavoro nell'ambito dei progetti di supporto psicosociale in Africa ed Asia; esperienze condite con informazioni, news e risorse online molto utili per chi si interessa alla cooperazione internazionale di ambito psicologico, o vuole provare ad avvicinarsi al settore.

Luca

24 aprile 2008

Una breve segnalazione...

Una breve segnalazione su un testo di traumatologia, estremamente interessante.

Per chi è in cerca di una buona introduzione cognitivo-comportamentale agli sviluppi recenti della psicotraumatologia, segnalo l'agile, sintetico ma chiarissimo "Principles of Trauma Therapy", di John Briere e Catherine Scott, Sage, London (2006).

Il libro, in poco più di 200 pagine, affronta tutti i principali temi della psicotraumatologia acuta e dell'intervento psicotraumatologico a medio-lungo termine, proponendo un'analisi aggiornata e non banale delle principali tecniche di valutazione ed intervento.
Contrariamente ai "soliti" testi, che ripropongono in maniera spesso assai ripetitiva i "soliti" concetti di base "girando le parole", il testo di Briere e Scott - pur rimanendo nell'ambito di un classico approccio cognitivo-comportamentale - riorganizza la tematica in maniera assai pragmatica, apprezzabilmente originale e spiccatamente "trasversale" rispetto alle diverse sottoscuole di psicotraumatologia cognitiva, di gestione della disregolazione affettiva, di elaborazione degli hot-spot emozionali e delle tecniche di supporto diretto in situazioni acute.
Un'introduzione al settore solida e ben articolata, che ha il raro pregio di organizzare "temi classici" in maniera non banale.

Pregevoli anche gli aggiornatissimi capitoli finali sulla psicobiologia del trauma e sulla dimensione dell'intervento psicofarmacologico, che viene approfondita in maniera "prudente" ma accurata.

Un saluto,
Luca

09 aprile 2008

Breve corso (gratuito) di Psicologia dell'Emergenza - in Veneto

L'Associazione di Volontariato Psicologi per i Popoli – Regione Veneto organizza a Padova un Seminario gratuito di informazione e aggiornamento in Psicologia dell'Emergenza, articolato in tre domeniche.

Il corso è stato voluto da Psicologi per i Popoli Veneto come momento di diffusione di una "cultura professionale" di settore, ed è stato pensato in particolar modo per tutti gli psicologi che sono interessati al settore, e vorrebbero averne un'introduzione sintetica ma intensiva (senza spendere cifre enormi con analoghi corsi privati), per valutare se è un ambito di loro reale interesse.

Programma:
20 aprile 2008
Introduzione alla Psicologia dell'Emergenza e al sistema dei soccorsi.
Esperienze di Emergenza: l’attività degli psicologi nel Terremoto del Molise.

11 maggio 2008
Il Trauma, modelli teorici e tecniche di intervento operativo.
Esperienze di Emergenza: esercitazioni pratiche.

8 giugno 2008
La Comunicazione in Emergenza. I rischi e la loro percezione psicosociale.
Esperienze di Emergenza: discussione casi ed esercitazioni.

Il Seminario, articolato in tre giornate, si propone di far conoscere agli psicologi
interessati - in maniera aperta, accessibile ed introduttiva - i concetti
fondamentali della Psicologia dell'Emergenza, le sue tecniche ed i suoi ambiti
applicativi ed operativi principali.

Sono previste esercitazioni pratiche per illustrare concretamente il lavoro che uno
psicologo dell'emergenza deve essere preparato ad affrontare.

Gli incontri si terranno presso la sede del Gruppo Volontari della Protezione Civile di Padova, in via Montà 29, Padova, dalle 9.30 alle 16.30.

Le giornate saranno articolate nel seguente modo:
9.30 – 12.30 Parte teorica
12.30 – 14.00 Pausa pranzo
14.00– 16.30 Discussione delle esperienze ed Esercitazioni

Per informazioni e iscrizioni, contattare: buraf@libero.it

Si ricorda che l'iscrizione preventiva via email è necessaria.
La frequenza alle giornate è gratuita; è aperta la possibilità di fare donazioni volontarie all’Associazione, per il rientro delle spese didattiche ed il sostegno delle attività della stessa.

07 aprile 2008

"Psicologi nel Mondo"

Sono felice di segnalare la nascita del ricco sito di Psicologi per i Popoli nel Mondo, Associazione di volontariato appartenente alla Federazione Nazionale di Psicologi per i Popoli, e specializzata nell'assistenza umanitaria, nella cooperazione internazionale e nelle tematiche dell'interculturalità.

Il sito offre molti materiali, ed una nutrita biblioteca online di articoli di grande interesse per tutti coloro che si occupano (o si vogliono avvicinare) a queste tematiche.

Lo trovate a questo indirizzo: Psicologi nel Mondo.

Luca

08 marzo 2008

Campo Scuola Nazionale di Psicologia dell'Emergenza 2008

Sono lieto di diffondere l'annuncio preliminare del Campo-Scuola Nazionale di Psicologia dell'Emergenza 2008:

"Care colleghe e colleghi Psicologi dell'Emergenza:
vi annunciamo che il 3° Campo Scuola di Protezione Civile degli Psicologi
dell'Emergenza si terrà, nei giorni sabato 27 e domenica 28 settembre 2008 (con arrivo venerdì pomeriggio 26 e chiusura con il pranzo di domenica).
La Protezione Civile della Provincia Autonoma di Trento ci mette a disposizione come di consueto la sua area attrezzata a Marco di Rovereto (TN).
L'organizzazione è affidata alla associazione Psicologi per i Popoli - Trentino in collaborazione con Psicologi per i Popoli - Federazione.
Le iscrizioni si apriranno nel mese di giugno, ma sono graditi fin d'ora suggerimenti e proposte.

A nome dei colleghi della Provincia di Trento vi porgo cordiali saluti e auguri di
Buona Pasqua.

Luigi Ranzato, Presidente di Psicologi per i Popoli-Trentino e Federazione Nazionale di Psicologi per i Popoli"

Seguiranno informazioni ed aggiornamenti anche su questo blog.

27 febbraio 2008

Il supporto alle vittime di tortura

Il tema del supporto alle vittime di tortura e violenza sistematica, od ai rifugiati che provengono da scenari di guerra o genocidari, è di una estrema delicatezza e complessità.
Complessità con cui, però, sempre più spesso chi si occupa di psicologia dell'emergenza si trova a doversi confrontare.

Sia che si operi all'estero nei contesti di cooperazione internazionale in "war-torn countries", sia che si operi in Italia, a contatto con i problemi di migrazione ed accoglienza/supporto dei rifugiati, tali tematiche assumono tutta la loro pregnanza; e spesso, per essere affrontate compiutamente, richiedono competenze e strumenti operativi che non sono sempre ricompresi nei percorsi formativi di base dello psicologo (anche se si occupa di emergenza).

Una fortissima attenzione al dato interculturale, una buona (se non ottima) conoscenza anche degli aspetti di "realtà" (istituzionali, burocratici, legali) che caratterizzano queste forme di assistenza e questi processi di accoglienza; la capacità di lavorare in un team interdisciplinare composto da mediatori culturali, medici, psicologi, avvocati, assistenti sociali sono tutte competenze che devono assolutamente accompagnare la formazione tecnica dello psicologo dell'emergenza che intende operare in questi contesti. Formazione tecnica che ovviamente dovrà essere particolarmente approfondita sul versante della clinica interculturale, della clinica del trauma (e spesso dei traumi estremi, e del modo di "significarli" nelle diverse matrici culturali) e dell'elaborazione transferale delicata e "pesante" che si attiva spesso in queste situazioni. E' necessaria inoltre una frequente intervisione di equipe, e non si deve mai dimenticare una regolare supervisione individuale sui propri vissuti emotivi, messi spesso a dura prova dal contatto prolungato con una realtà di violenza di questa magnitudine.

Tra i rischi principali vi sono infatti quelli di trovarsi a "ondeggiare" nell'equilibrio fondamentale tra piano endopsichico e piano di realtà: piani che se vengono sbilanciati esitano in un "outcome" antiterapeutico. Una troppo marcata adesione al piano di realtà di quanto avvenuto (facilitata dalla magnitudine e pervasività del materiale traumatico portato nell'incontro clinico) rischia infatti di condurre ad un'identificazione eccessiva, confusiva e collusiva, che devia troppo lo scambio relazionale e riduce la funzionalità del setting; dall'altro lato, il desiderio di "tenere a distanza" il dato di realtà legale e situazionale (per evitamento da parte del terapeuta spaventato, o ignoranza della sua rilevanza per il torturato/rifugiato), rischia di creare uno iato che "scinde" l'elaborazione intrapsichica dai suoi ineludibili e fondamentali correlati di realtà e conseguenze concrete, rendendola così sterile ed inefficace.

In entrambi i casi, inoltre, si aumenta il rischio di sviluppare una traumatizzazione vicaria per il terapeuta (paradossalmente, non solo nel caso di eccessiva vicinanza: anche l'eccessiva "dissociazione" del terapeuta dai dati di realtà portati dal paziente apre la strada a rischi di traumatizzazione vicaria...)

Il clinico ha invece il dovere (per il paziente, e per sè stesso) di provare a tenere la "barra al centro", il più possibile, tra dato endopsichico e dato di realtà (che in qeusti casi sono più che mai "con-fusi"); ma la difficoltà di farlo in questi difficili contesti richiede appunto una buona preparazione, una forte "umiltà" professionale, il frequente ricorso alla supervisione e, sempre e comunuqe, il mantenimento di un'ottica di lavoro d'equipe.

In Italia, un ottimo lavoro in tale senso inizia ad essere svolto da varie realtà di colleghi, sia in direzione della sensibilizzazione professionale, sia in ottica operativa strutturata.

Tra i principali "attori" di questo scenario in forte sviluppo, segnalo la Vivo Foundation (che applica l'ottima tecnica della NET in vari contesti); la neonata Psicologi per i Popoli nel Mondo (particolarmente attenta alla dimensione psicologica interculturale e migratoria) e l'importante lavoro svolto a Roma dal gruppo di Medicina delle Migrazioni dell'IRCSS San Gallicano.

In particolare, è a quest'ultimo gruppo ed alle sue importanti attività a supporto dei rifugiati vittime di tortura che si riferisce il bel volume:
"Oltre la Tortura. Percorsi di accoglienza per rifugiati e vittime di tortura", a cura di Aldo Morrone, Edizioni Magi, Roma (2008).

Il libro di Morrone e dei suoi collaboratori è un testo chiaro e interessante; che si accompagna all'altro ottimo volume di merito:
"L'assistenza terapeutica ai rifugiati", di R.K.Papadopoulos, sempre di Edizioni Magi, Roma (2006).

Due testi che consiglio veramente a chi vuole iniziare ad interessarsi di questo ambito.

Se poi leggete il francese, un altro ottimo testo di approfondimento è:
"Comprendre et soigner le trauma en situation humanitaire", di Marie-Rose Moro et al., Dunod, Paris, 2003.

Un saluto a tutti,
Luca

14 febbraio 2008

Cooperazione internazionale e regole di sicurezza

Uno dei temi più frequenti nelle email che mi arrivano in relazione al Blog è quello della "partenza per l'estero".

Molti (soprattutto giovani psicologi) sono interessati a ricevere infatti informazioni o suggerimenti su occasioni di formazione, opportunità professionali o contatti istituzionali per poter partire in una missione di cooperazione internazionale, o per poter effettuare esperienze nel contesto del supporto psicosociale in PVS (Paesi in Via di Sviluppo).

Il settore della cooperazione internazionale (assieme a quello dell'intervento interculturale) è in effetti uno dei più significativi della psicologia dell'emergenza, e presenta diverse occasioni applicative di grande valore umanitario e sociale. Ma, proprio per la sua delicatezza e complessità, richiede esclusivamente persone ben formate, motivate, e con una lucida consapevolezza di quello che si stanno impegnando a fare.

Troppo spesso, infatti, è possibile vedere iniziative o gruppi scarsamente strutturati, che cercano "volontari" da inviare - con scarse garanzie e supporti - in scenari operativi molto complessi, in cui la "buona volontà" e l'idealismo non possono essere sufficienti.

Questo dell'"umanitarismo" è un fenomeno niente affatto nuovo: gli esempi più eclatanti si sono registrati, in tempi recenti, durante le crisi balcaniche del decennio scorso, quando moltissimi gruppi (a volte dalla scarsa o nulla preparazione organizzativa) si sono "inventati" numerose - quanto spesso scoordinate - azioni di supporto alla popolazione civile delle aree coinvolte. L'effetto di tali iniziative, pur nobilissime e significative da un punto di vista umano, è spesso quello di creare ulteriori difficoltà ad enti ed istituzioni deputate alla gestione "professionale" della situazione, complicandone il quadro di sicurezza, il carico gestionale e coordinativo dei mille gruppi e gruppetti che si muovono come cani sciolti su un territorio difficile e pericoloso, aumentando le occasioni di rischio.

Anche per i "volontari", il partire senza essere inquadrati in una matrice organizzativa seria e ben rodata, all'interno di un quadro di sicurezza verificato e con una buona preparazione di base nelle tecniche operative che si dovranno implementare nello scenario rischia di trasformare un'importante ed utile occasione di cooperazione internazionale in una sorta di "turismo umanitario mordi-e-fuggi", dalle scarse ricadute concrete e dai molti rischi certi (anche per la propria incolumità personale).

L'improvvisazione dilettantesca e la semplice "buona volontà", nella cooperazione internazionale, sono assolutamente insufficienti, ed a volte assai deleteri.
Di "cooperatori" che sono stati uccisi, rapiti, feriti od hanno subito violenze di vario genere, purtroppo, ce ne sono stati centinaia in tutto il mondo, negli ultimi pochi anni.
Spesso, quanto è loro accaduto è collegabile al mancato rispetto di elementari procedure di sicurezza, od all'assenza di una minima capacità organizzativa del loro gruppo di afferenza. Al contrario, chi si è trovato in situazioni "difficili" ma aveva alle spalle gruppi organizzati realmente seri ne è uscito solitamente con molti meno problemi.

Come "muoversi", dunque, soprattutto se si vuole partire per una meta "a rischio" ?

1. Controllate bene con chi partite.

In primo luogo, se qualcuno (persona, associazione di volontariato o gruppo locale) vi propone di "partire per un interessante progetto", e vi chiede di fidarsi solo della sua parola e/o di una documentazione ridotta all'osso, scappate a gambe levate. Non importa se il progetto "sembra" interessante. Safety is the paramount.
Se non si tratta di una grande ONG o di un'associazione ben nota e "rodata", chiedete sempredi verificare bene le credenziali dell'associazione. Verificate la documentazione, e fate ricerche approfondite sulla nomea del gruppo, la sua reale esperienza operativa, le sue capacità organizzative. Chiedete di discutere attentamente le procedure operative, gli aspetti logistici implementati, le procedure di sicurezza per i cooperanti inviati nel teatro operativo. Cercate di farvi un'idea della reale conoscenza e contatti locali che hanno sul terreno. Verificate tutto, a costo di essere seccanti. Stiamo parlando sia della vostra incolumità, che della reale concretezza ed utilità del progetto che andrete a svolgere.

Davanti alle vostre legittime richieste di informazioni chiare ed approfondite sulle procedure di sicurezza ed i piani di contingenza, NON accettate mai discorsi "manipolatori" del tipo: "Senti, se non ti fidi di noi, puoi anche fare a meno di partire": se ve lo fanno, alzatevi ed uscite immediatamente. Rischiereste infatti di partire con dilettanti pericolosi e sconsiderati, ed andandovene immediatamente vi eviterete probabilmente un sacco di guai (non vi preoccupate: di occasioni per partire e lavorare molto più professionalmente ne troverete comunque, con gruppi molto più seri ed organizzati).

2. Fatevi un quadro chiaro ed aggiornato della situazione.

Raccogliete informazioni aggiornate sul paese e l'area verso cui state partendo. Controllate sui principali siti informativi di settore lo stato della situazione, i problemi segnalati nella vostra zona, le procedure generali di sicurezza consigliate.
Ad esempio, iniziate con il sito Viaggiare Sicuri del nostro Ministero Affari Esteri. Riporta informazioni preziose ed aggiornate regolarmente su tutti i paesi del mondo, con indicazioni pratiche di assoluta utilità per chi vi si deve recare (cooperanti compresi), aggiornamenti di sicurezza, etc.

Con l'occasione ricordatevi di registrarvi anche sul sito correlato "Dove Siamo nel Mondo", di essenziale utilità per facilitare le operazioni di supporto del MAE in caso di incidenti in loco o aggravamenti di crisi; la registrazione è semplicissima e gratuita, e si può fare in pochi secondi qui: https://www.dovesiamonelmondo.it/

Proseguite poi con ReliefWeb, che riporta informazioni aggiornate quotidianamente su gran parte dei paesi del mondo e delle relative situazioni di crisi. ReliefWeb è una risorsa informativa senza pari, soprattutto se pensate di muovervi in contesti ad alto rischio.


3. Preparate voi stessi.


Controllate di essere in regola con i vostri documenti (passaporto, eventuali visti, accreditamenti). Non separatevene mai, e fatene una copia di sicurezza da tenere in un altro posto. Fate per tempo tutte le vaccinazioni obbligatorie per il paese in cui vi state recando e, se possibile, anche tutte quelle consigliate. Ricordatevi che alcuni tipi di cicli di profilassi vaccinale devono essere avviati mesi o settimane prima della partenza, dunque non informatevi all'ultimo momento.

Stipulate (o verificate che l'associazione con cui partite abbia stipulato - ed a quali esatte condizioni) un'assicurazione sanitaria e di viaggio (e, possibilmente anche una vita/infortuni). Esistono molti "provider assicurativi" seri che possono fornire, a prezzi adeguati, coperture sanitarie per l'estero. L'assicurazione non solo deve coprire le eventuali spese sanitarie d'urgenza in loco, ma dovrebbe garantire anche la possibilità di evacuazione sanitaria in caso di emergenza o di gravi patologie. Verificate minuziosamente a quali condizioni e premi l'assicurazione è applicabile allo specifico paese nel quale vi recate, prestando particolare attenzione ai "dettagli assicurativi" relativi al tipo di rischi coperti ed a quelli non coperti.

Fate un check-up per verificare il vostro stato di salute e, se state via per diversi mesi, fate anche un bel controllo odontoiatrico prima di partire (questi ultimi sono soldi spesi molto, molto, bene!).

Procuratevi e studiatevi bene le guide operative di sicurezza per chi coopera in contesti ad alto rischio. Sul serio, non è tempo perso.
Ve ne sono tre di particolare rilievo, che mi sento di suggerire. La prima è l'ottimo Security and Safety Handbook di CARE International, liberamente accessibile qui.

Il secondo è il classico Staying Alive, il manuale per la sicurezza operativa della Croce Rossa Internazionale, liberamente scaricabile da questa pagina.

Il terzo è un voluminoso manuale "cartaceo" (più di 1.000 pagine), considerato il classico testo di riferimento per i viaggi verso destinazioni ad alto rischio: Robert Young Pelton, The World Most Dangerous Places, 5° Ed. (2003).

Mentre le prime due guide sono di taglio istituzionale, quest'ultimo è un testo scritto con uno stile molto (*molto*) più informale, con informazioni anche piuttosto eterogenee, e con un taglio che alcuni cooperatori potrebbero trovare troppo "estremo" nel suo penchant a favore di un certo modo di intendere il rischio. In altre parole, è un testo molto diffuso tra avventurieri, operatori militari, "contractors" di sicurezza, inviati di guerra. Ciò nonostante, fornisce utilissimi consigli pratici, indicazioni importanti sugli scenari geopolitici di molti dei paesi frequentemente oggetto di missioni di cooperazione, ed utili informazioni contestuali.

Soprattutto, partecipate a tutti i briefing operativi e di sicurezza che l'organizzazione dovrebbe predisporre prima della vostra partenza; una volta in loco, seguite attentamente tutte le indicazioni di merito che vi verranno fornite dai responsabili associativi.

In generale: usate la testa.
Siete lì per aiutare a costruire soluzioni, non per diventare a vostra volta parte del problema.

Luca

26 gennaio 2008

Il Giorno della Memoria

Tra poche ore, inizia il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo della Shoah.

Uno dei grandi traumi collettivi della storia del secolo scorso, uno dei più grandi eventi genocidari della storia dell'umanità. Non è stato il primo, non è stato l'ultimo; di certo è divenuto l'epitome dei più agghiaccianti.

Gli eventi genocidari sono eventi talmente "altri", così criteriati da una distruttività assoluta che, a qualunque latitudine ed in qualunque tempo avvengano, mettono in scacco la stessa possibilità di significazione di chi vi è immerso; ed è forse proprio per una disperata, umanissima, reazione a tutto questo che, nell'heart of darkness di Dachau ed Auschwitz, Viktor Frankl ha saputo (o ha avuto bisogno) di creare lo spazio di pensiero che lo portò poi a scrivere "Uno psicologo nei Lager", da cui si sviluppò tutta la sua Logoterapia, intesa come "psicologia della ricerca del significato".

Proprio lì dove il "senso degli eventi e delle relazioni" era perso, dove il "significato" come categoria stessa del possibile sembrava perdere di consistenza... il bisogno di un "Senso" è emerso in tutta la sua disperata necessità. E' il "significato" (o meglio, "la speranza di poter dare un significato") che tiene psicologicamente vivi gli esseri umani che devono vivere le condizioni più estreme.

E quando ci si trova davanti a persone che hanno vissuto le conseguenze di eventi di questo tipo, il radicale bisogno di un significato è forte anche per noi... dobbiamo mantenere viva in noi la speranza di poter costruire un significato di ciò che sembra non averne, affinchè, poi, si possa cercare di aiutare i nostri interlocutori a ricostruire e sviluppare dentro di sè il proprio significato.

Un intelligente tentativo in questa direzione è quello dei colleghi di Vivo Foundation, che portano avanti con competenza e serietà un lavoro molto difficile, in situazioni spesso ai limiti dell'"assenza di senso": ridare un'occasione per provare a costruire un significato su quanto accaduto è allora l'atto terapeutico più importante che si possa fare.

Luca Pezzullo

08 gennaio 2008

Alcune news dalla letteratura internazionale...

Buon anno a tutti...!

Mentre continuo a mettere a punto la "google customization" per la psicologia dell'emergenza e la psicotraumatologia (il "motore di ricerca" focalizzato sull'emergenza), riprendo con alcune "pillole" tratte dai più recenti articoli nella letteratura di ricerca internazionale.

1) Sintomi ad esordio ritardato nei PTSD bellici. Una recente review del NCPTSD ha evidenziato come gli screening sintomatologici immediati post-deployement (ovvero, subito dopo il rientro dallo scenario operativo) tendano a sottostimare l'incidenza di sintomatologie post-traumatiche nei veterani militari. Il problema può essere di particolare rilevanza per tutti i paesi che hanno contingenti militari all'estero, ed utilizzano esclusivamente forme di screening nella prima fase di ricondizionamento al rientro dal teatro operativo. Maggiori informazioni qui.

2) Terapie di coppia per veterani con disturbi di abuso di sostanze. Uno studio pubblicato di recente su Addictive Behaviour sembra dimostrare l'efficacia degli interventi di terapia di coppia per il trattamento di veterani con PTSD ed abuso di sostanze. Maggiori informazioni qui.

Quest'ultimo dato, nonostante la particolarità dello studio (che si occupava di un solo tipo di protocollo con un piccolo campione di soggetti), è estremamente interessante, proprio perchè negli attuali protocolli di stampo cognitivo-comportamentale (spesso focalizzati sul "sintomo" del "singolo individuo") le forme strutturate di terapia di coppia sono purtroppo scarsamente presenti.

Un aspetto paradossale, vista la forte incidenza di problemi relazionali e di coppia nei soggetti con forti traumatizzazioni. Una maggiore diffusione di "prese in carico" dell'intero nucleo famigliare potrebbe invece presentare una serie di importanti vantaggi: un migliore coinvolgimento integrato della rete di supporto famigliare primario; l'occasione per fornire un supporto diretto agli altri membri della famiglia, cui deve sempre essere riconosciuto il "peso emotivo" della situazione; la possibilità di costituire uno "spazio terzo", dove elaborare, tra partner, le difficoltà ed i conflitti legati alle tensioni suscitate dall'evento traumatico, e dagli effetti "family-disruptive" della sua sintomatologia.

Anche in Italia, però, per quanto riguarda la psicologia dell'emergenza e la psicotraumatologia, di modelli di presa in carico "famigliare" non se ne sente parlare spesso. Peccato, vista la nostra ottima tradizione nazionale in tema di terapia sistemica e famigliare.

Evidentemente, siamo spesso ancora troppo legati a certi "protocolli" rigidi di marca anglosassone, di cui, se da un lato è assolutamente necessario riconoscere i pregi, dall'altro è altrettanto necessario comprendere le limitazioni.
Ma quanti dei nostri terapeuti sistemici hanno provato a cimentarsi con questo tema ?
Tema ricco di spunti, che spero possa essere ripreso nel prossimo futuro.

Luca Pezzullo

16 dicembre 2007

Novità in arrivo...

Dopo il lungo spazio dedicato al grande evento del Campo Scuola Nazionale di psicologia dell'emergenza di Rovereto, riprendono gli aggiornamenti del blog.

1) Vi anticipo che è in corso la messa a punto di un piccolo e gratuito "motore di ricerca", altamente specializzato nelle ricerche di materiali di psicologia dell'emergenza e psicotraumatologia, su cui spero di potervi aggiornare a breve termine.

2) Sto inoltre preparando una breve sintesi di alcune delle riflessioni successive al Campo-Scuola, sul rapporto tra psicologi ed altri enti/istituzioni coinvolti nella gestione dell'emergenza: un aspetto di pratica professionale spesso assai delicato, e verso cui noi psicologi non siamo sempre in grado di... "dare il nostro meglio".

Molto spesso, infatti, nelle situazioni di emergenza (non solo reale, ma anche simulata) il nostro "saper fare" professionale tende a riprodurre troppo spesso i modelli relazionali tipici dell'agire clinico "ambulatoriale", con un setting preciso, delle relazioni di ruolo precise, etc. In emergenza, al contrario, ci dobbiamo muovere secondo logiche e modalità profondamente diverse: non esiste un setting "esterno" e stabile, ma dobbiamo portare con noi un "setting internalizzato" in contesti confusi e inattesi; non dobbiamo "difenderci da interferenze esterne" (che temiamo essere un "vulnus" al nostro intervento), ma al contrario considerare le apparenti fonti di "disturbo esterne" (forze dell'ordine, personale di soccorso, istituzioni locali, etc.) come "risorse" importanti, e gestire quindi al meglio le nostre relazioni "sul campo" con le altre figure istituzionali/enti di soccorso...

Si tratta di temi essenziali nella preparazione e formazione degli psicologi dell'emergenza, che però troppo spesso sono ignorate e "messe in secondo piano" nei mille corsi formativi che vengono proposti dai vari provider pubblici e privati.
Ma nella formazione "all'emergenza" è spesso più importante capire come rapportarsi correttamente con le istituzioni, come gestire i rapporti sul campo ed in tempo reale con i Carabinieri ed i Vigili del Fuoco, conoscere - almeno livello basico - le sigle, le procedure e soprattutto le "logiche dell'intervento" del personale sanitario del SUEM-118, che sapere a memoria le tarature dell'ennesima scala psicometrica per il PTSD.

Altrimenti si è di fatto "condannati" ad essere disorientati, sostanzialmente incapaci di integrarsi efficacemente nel complesso sistema dei soccorsi, poco abili nell'"aiutare ad orientarsi" i nostri utenti/pazienti - visto che saremo noi i primi ad essere "disorientati" nella complessa situazione organizzativa in cui siamo immersi durante un intervento sul campo.

Ritorna il tema classico, che in questo spazio informativo è stato del resto ripreso spesso: lo psicologo dell'emergenza deve inziare a pensare sè stesso prima come un "operatore del soccorso", e solo "dopo" come uno psicologo.

I corsi di formazione, le associazioni di volontariato, le università devono quindi essere ben consapevoli che fornire ai loro allievi/associati adeguate occasioni per apprendere (anche sul campo) come funziona e come è organizzato - realmente e concretamente - lo "scenario operativo degli interventi di emergenza", è tanto importante quanto il fornire informazioni su come si conduce un debriefing o come si organizza un defusing.

... Il che ovviamente non toglie la fondamentale importanza di avere una solida formazione sulle scale psicometriche per il PTSD, sulla conduzione di un debriefing o l'organizzazione di un defusing. Ma, appunto, solo ed esclusivamente all'interno di una ben più complessa ed ampia matrice operativa, di comprensione contestuale più approfondita dell'organizzazione e del senso funzionale degli scenari dell'emergenza.

A prestissimo per gli altri aggiornamenti promessi !
Luca Pezzullo

31 ottobre 2007

Terzo, ampio, commento all'Esercitazione

Riceviamo e pubblichiamo l'attento commento della vice Presidente di PxP Lazio, che avendo figurato come "vittima" durante l'esercitazione, ci porta la sua riflessione e la sua testimonianza sui processi funzionali che l'hanno vista coinvolta.

"UN’ARTE, NON SOLO UNA TECNICA

Uno dei miei migliori docenti della specializzazione nell’Approccio centrato sulla Persona, Chuck Devonshire, delfino di Carl Rogers ed insegnante presso “La Jolla University“ di S.Diego in California, si soffermava spesso con noi studenti su questo concetto: la necessità di acquisire tecniche, del sempre conoscere e saperne di più, ma nella consapevolezza che il nostro lavoro *con la Persona*, nel lungo percorso della Psicoterapia come nel breve incontro che l'emergenza impone, non può che essere anche e soprattutto lo sviluppo di un'attitudine naturale, un’arte del saper ascoltare, del sapersi porre con empatia e rispetto... insomma, UN MODO DI ESSERE, di rogersiana memoria.

Quelle che seguono sono alcune delle riflessioni più importanti che ho fatto dopo la conclusione dell’ ottimo Campo-Scuola di Marco di Rovereto, che ancora una volta ci ha permesso di incontrarci in molti, di tante età, diverse esperienze, diverse provenienze.


Nell'Esercitazione della domenica ho sostenuto il ruolo della madre disperata di una ragazza precipitata dal palco, rimasta priva di sensi e successivamente ricoverata in rianimazione per trauma cranico.

Quando sono stata accompagnata al Posto Medico Avanzato (PMA), ero terrorizzata dall’evento, dall’aver troppo aspettato il soccorso, dal non sapere dove si trovasse mio marito, costretta anche ad assistere alla controversia tra un medico ed uno psicologo che si contendevano mio genero, marito di mia figlia, chiaramente sotto choc, ma non ferito.

Accompagnata nella tenda del Triage sono stata subito travolta dal terzo grado della giovane psicologa che, scheda alla mano, mi chiedeva questo e quello, senza una frase di accoglienza, un "capisco tanto il momento che sta passando, ma sono qui per lei, le farò avere notizie appena ne avremo", e quant'altro sappiamo INDISPENSABILE in situazioni del genere: c’è stato solo il ..."si calmi, stia tranquilla", al quale ho ovviamente risposto malissimo, così come al contatto della sua mano sulle mie gambe, al quale mi sono subito ribellata con un "Non mi tocchi !".

Ho percepito subito la non-attitudine, la mancanza di un minimo di conoscenza di base del come porsi, l’ansia di applicare soprattutto e subito una tecnica... i protocolli di fausta o infausta memoria.

So bene che alcuni dati devono assolutamente essere conosciuti, proprio perché la persona possa essere aiutata di più e meglio, ma è altrettanto necessario che tutti gli psicologi della emergenza siano messi in condizione di avere una preparazione di base almeno relativa al COSA NON FARE O DIRE, forse ancora prima del "cosa fare e dire".

Nel secondo momento, nel quale sono stata accompagnata da altri colleghi nella postazione di sosta ed attesa di notizie del congiunto ferito o peggio, la situazione si è rivelata subito migliore per l’accoglienza ed il supporto offertimi da un altro giovane collega, il quale si è posto nei miei confronti con empatia, tono calmo, emotivamente presente ed accogliente anche sul piano pratico (coperta, acqua, ecc ).

Alle mie continue richieste di vedere mia figlia, di avere notizie, di essere accompagnata all’ospedale da lei, rispondeva con argomenti ragionevoli, cercando di riportarmi alla realtà di una situazione di emergenza nella quale era necessario prima raccogliere i feriti e poi accompagnare i parenti negli ospedali, pur cercando di avere da me notizie relative a qualche parente da contattare.

In questo secondo intervento ho sentito l’attitudine e la conoscenza degli elementi di base dell’intervento psicologico in situazioni di emergenza.

Ciò a cui, invece, mi sono fortemente ribellata come persona sofferente ed impaurita, è stata la pretesa, del resto attivata dal giovane collega solo perché sollecitata da colei che coordinava il gruppo, di trasmettermi informazioni considerate utili in quel momento, quali: "Nei prossimi giorni sarà bene lei mangi leggero, potrebbe soffrire d’insonnia, potrebbe avere balzi d’umore", e così via.

Sono ancora d’accordo sull'utilità di tali notizie da trasmettere... ma vi sembra possibile che una madre terrorizzata, con una figlia in rianimazione, senza sue notizie, senza sapere dove siano il marito e il genero, possa interessarsi a chi le dice che domani dovrà mangiare... "riso in bianco" ?

Ecco di nuovo la tecnica, utile ed indispensabile, ma in ALTRO momento, in ALTRO modo (ben vengano i volantini da porgere con due parole: “So che questo non è il momento perché lei è giustamente tanto preoccupata per sua figlia, ma io le do questo foglietto che lei leggerà, se vuole, quando sua figlia starà meglio, così da conoscere alcune indicazioni che potranno aiutarla ad affrontare i prossimi giorni..."

Conoscere e far uso delle tecniche quindi, delle schede per il Triage (se si modificherà quella per ora proposta sarà solo positivo), ma soprattutto riuscire a trasmettere a tutti noi la consapevolezza che abbiamo di fronte UNA PERSONA IN GRAVE DIFFICOLTA’ PSICOFISICA, alla quale sarà necessario soprattutto offrire presenza, ascolto, rispetto delle emozioni, condivisione e supporto, con lo sguardo, il tono della voce, i silenzi, il vivere le sue emozioni COME SE FOSSERO LE NOSTRE.

Il COME SE è, a mio avviso, la chiave di lettura per ogni incontro tra persone: nell’emergenza, nella quotidianità, nella psicoterapia, in ogni rapporto con gli altri, tanto più se in condizione di sofferenza.

Grazie a tutti coloro che con grande fatica e dedizione ci hanno permesso e speriamo ci permetteranno ancora esperienze tanto significative quanto istruttive.

Ciao, Serena"

Serena Cugini
Vice Presidente "Psicologi per i Popoli - Regione Lazio"

30 ottobre 2007

Un secondo, lungo, commento...

Continuiamo la discussione, con questo ricco contributo che ci arriva da un'altra collega che ha partecipato al Campo di Rovereto.

"Carissimo Luca,
con molto piacere ti invio alcune mie riflessioni nate dall’Esperienza del Campo di Rovereto e che vorrei condividere con te e, attraverso di te, con quanti tra i nostri colleghi volessero farlo nell’ottica di una crescita comune e reciproca.

Innanzitutto vorrei parlarti di un elemento che ha colpito molto la mia attenzione (in verità già dalla passata edizione del Campo Scuola) e che sinceramente non mi convince a pieno: quella bellissima ed enorme scritta PSICOLOGO che ho visto comparire in più punti di alcune divise.

Sicuramente essa comporta il riconoscimento di un ruolo importante quale è quello della nostra professione ma, mi chiedo, non potrebbe essa costituire una barriera tra noi e le persone che vogliamo aiutare in una società che purtroppo ed in modo assolutamente errato vede ancora nello Psicologo una figura a cui ci si rivolge solo se si è “matti”? Pensando a quello che è il mio contesto lavorativo quotidiano, quello dei Soccorritori VVF, ti dico che quando sono arrivata per la prima volta al Comando VVF di Roma, il Comandante mi ha presentato al Personale dicendo “Signori, questa è la Psicologa e starà con voi da oggi”. Inizialmente passavo le mie giornate, quasi completamente ignorata se non guardata come la spia di turno, in completo silenzio in un angolo, senza disturbare ma dimostrando la mia presenza: io c’ero sempre e non indosso alcuna scritta PSICOLOGO ma tutti sanno chi sono e cosa faccio perché frequento e pratico realmente la vita della Caserma (mangio con loro, vado al bar con loro e partecipo ai loro momenti di felicità per la nascita di un figlio e a quelli di tristezza per la perdita di un compagno!). Ho smentito con la mia costanza ed il mio comportamento che non ero e non sono una spia, e che quando hanno bisogno sanno che possono contare su di me ma sinceramente credo che se indossassi una scritta o una divisa particolare molto probabilmente a mensa mangerei da sola!

In secondo luogo vorrei condividere con te una riflessione che ritengo basilare e preliminare a qualunque discorso: siamo pronti per lavorare in emergenza e con le figure che ruotano attorno al sistema emergenza? Beh, io non credo, o meglio, non credo che lo siamo tutti!Molti nostri colleghi parlano di setting strutturato in emergenza e operano, o tentano di operare come se si trovassero nel loro studio!Per farti un esempio concreto, durante la simulazione dell’incidente durante la corsa di rally, una nostra collega con tanto di “tuta psichedelica” e scritta a caratteri cubitali PSICOLOGO si è presentata a quello che doveva rappresentare il centro di accoglienza allestito per i codici verdi accompagnando un simulatore ferito ed ha esordito con il personale addetto all’accoglienza del centro dicendo “La signora necessita di essere medicata, mi hanno detto di portarla qui al PMA”…..come possiamo operare in un contesto delicato e complesso come quello di una emergenza se non lo conosciamo e non sappiamo come muoverci al suo interno?
La prima cosa che ci viene richiesta da chi dirige i soccorsi in situazioni simili, e che credo noi gli dobbiamo garantire anche a tutela e sostegno della nostra professionalità e credibilità, è di non esser un ulteriore problema per loro, ma come possiamo non esserlo se non capiamo neanche di cosa parlano?

Dire di essere uno Psicologo dell’Emergenza è molto più facile che esserlo realmente!!! Concordo pienamente con quanto hai scritto qualche tempo fa sul tuo blog delineando il profilo che secondo te deve essere dello Psicologo dell’Emergenza.

Anche questo punto credo sia tanto più vero se vogliamo essere un supporto per i Soccorritori: quando mi parlano della frustrazione per un tentativo fallito di rianimazione io so di cosa mi parlano, quando mi dicono della sensazione che si prova a stare in una camera piena di fumo dove non vedi niente con l’autorespiratore, io so di cosa mi parlano, ed è proprio per questo che ne parlano con me e non con altri!!!!
Trovo molto interessante che sia stata inserita una simulazione di emergenza nel contesto quotidiano perché sono quelle più frequenti e con cui possiamo più spesso trovarci ad operare!!

Un'ultima riflessione vorrei dedicarla alle parole della Dr.ssa Volpini, della Protezione Civile Nazionale: durante il suo discorso ha sottolineato che "gli psicologi dovrebbero seguire i codici verdi in ospedale"…… ti parlo della realtà di Roma, che è quella che conosco e per cui quindi mi permetto di parlare.
I soccorsi sulla scena sono coordinati dall’Ares 118 per ciò che concerne la Funzione Sanità, di cui noi Psicologi facciamo parte; gli Ospedali sono invece gestiti dalle ASL e hanno nel proprio organico degli Psicologi strutturati contrattualmente, che hanno tra i loro compiti quello della gestione delle situazioni di emergenza, sancito nel Piano di Emergenza per il massiccio afflusso di feriti.
A che titolo uno psicologo esterno all’azienda ospedaliera può entrare ed operare lì? Se è autorizzato e “convenzionato” con l’ARES per intervenire sulla scena, chi lo autorizza ad andare in ospedale?
Spero di essere riuscita ad illustrare quali sono le mie riflessioni che spero stimolino un costruttivo dibattito.
Saluti.
Eleonora Iannarelli"

Convegno Vajont

Faccio una breve parentesi all'argomento in corso: questi sono gli ultimi giorni per le iscrizioni al Convegno Internazionale di Longarone sugli effetti psicologici dei traumi estremi, organizzato dalla Fondazione Vajont.
Maggiori informazioni qui.

Primo commento sull'Esercitazione

Come anticipato, iniziamo la pubblicazione dei primi commenti/analisi che stanno pervenendo. Come preavvertito, prima di metterlo online il testo ricevuto viene formattato e sistemato solo da un punto di vista formale. Gli interventi possono essere inviati firmati o siglati.

"....La simulazione di domenica 14 ottobre mi ha mosso moltissime emozioni.
Ho avuto la sensazione che così non vada. Lo psicologo dell'emergenza finisce per
diventare un personaggio rigido, rischia di diventare bersaglio della rabbia della
gente e basta.
In un evento drammatico si riattiva il sistema motivazionale dell'attaccamento, le
persone hanno bisogno di un legame.
Allora serve:

1) connettere le persone congiunte tra loro (tutti cercavano qualcuno, e gli psico
li trattenevano a forza, mentre volevano la fidanzata, il fratellino, ecc.);

2) mantenere meno persone di riferimento (solo al triage c'erano tre figure, e le
vittime si aggrappavano all'operatore precedente, a cui avevano già detto tutto, e
soffrivano l'ennesimo cambio di mano).

I clown mi parevano fuori luogo, prematuri.
Penso che noi abbiamo mutuato la psicologia dell'emergenza modello americano, ma gli
europei hanno un'altra cultura, anche nella clinica noi abbiamo un'altra scuola.
Fra 10 anni siamo pronti per scrivere un manuale europeo di psicologia dell'emergenza.

Dobbiamo innovare, inventare, cambiare il modello, pensare, non riprodurre.
Ho proprio sentito il disagio delle vittime (bravissimi figuranti!), che si
sentivano sotto sequestro da parte degli psicologi.
Gli psicologi avevano il loro protocollo rigido da fare, ma erano fuori lunghezza d'onda. Le persone vogliono essere aiutate a telefonare a casa loro, ad avere informazioni, a colmare bisogni primari.
Ammaniti ci ha detto che in certi paesi europei c'è una donna che assiste al parto
di donne sole e problematiche , la DULA, e che la sua presenza è preventiva al 100%
di disturbi puerperali successivi. La DULA sta vicino, connette, assiste con cure
materne.
Lo psicologo dell'emergenza può essere una dula?" MCR

29 ottobre 2007

Esercitazione di Rovereto: iniziamo a parlarne !

C'e' molto da dire... !

In merito all'Esercitazione nazionale di Rovereto, tutti gli interessati possono contribuire alla discussione con due modalità: per brevi pareri, si possono aggiungere dei brevissimi commenti direttamente sotto i vari post cui volete riferirvi, cliccando sul piccolo link "commenti".

Per inserire invece pareri articolati, od opinioni più ampie sull'esercitazione,
conviene inviarmi il testo direttamente, con una mail a luca.pezzullo@gmail.com; così ho la possibilità di formattarlo ed inserirlo con "alta visibilità", direttamente sotto forma di post.

Un saluto a tutti,
Luca Pezzullo

Esercitazioni TopOff 2007

In attesa, nei prossimi giorni, di mettere online le prime due revisioni dell'esercitazione nazionale di psicologia dell'emergenza tenuta a Rovereto, segnalo questo interessante articolo di TIME sulla TopOff 2007, la più importante esercitazione antiterrorismo tenuta, biannualmente, negli Stati Uniti. Già in merito alla prima TopOff (1998) erano state sollevate molte polemiche; l'articolo sull'edizione 2007 suscita parimenti molte riflessioni. Buona lettura !

http://www.time.com/time/nation/article/0,8599,1670823,00.html

17 ottobre 2007

Campo di Rovereto: l'avvio della riflessione

...Ed anche quest'anno si è svolto il Campo-Scuola di Psicologia dell'Emergenza di Rovereto, ormai il più importante evento di settore a livello nazionale.
Dal 12 al 14 ottobre, presso l'area addestrativa di Marco di Rovereto (TN), si sono incontrati 300 psicologi dell'emergenza provenienti da tutta Italia, dalle più
diverse esperienze, università ed associazioni professionali; decine di VdS e funzionari della Croce Rossa Italiana; personale dei Vigili del Fuoco e del 118; le rappresentanze istituzionali della PC e della CRI del Trentino, assieme ai vertici
sanitari della Protezione Civile Nazionale... insomma, centinaia di persone rappresentanti i più diversi contesti del soccorso si sono incontrate ed hanno lavorato insieme nel contesto di un Campo "intenso ed intensivo"; Campo che
ormai si è confermato ed è diventato "de facto" l'evento di maggior rilievo nazionale del nostro settore.

L'ottima organizzazione logistica ed operativa dei colleghi di "Psicologi per i Popoli" del Trentino (ospiti eccellenti), le strutture ulteriormente migliorate del Campo, e l'abituale supporto degli Alpini del "Nuvola" ha come al solito permesso
di effettuare l'esperienza di Rovereto in un contesto accogliente e stimolante.

Il programma, assai ricco, ha visto numerosi Laboratori didattici, seminari ed affollate conferenze; domenica mattina, ha avuto luogo una delle più grandi e complesse esercitazioni di psicologia dell'emergenza mai attuate in Italia (con decine di colleghi operanti in uno scenario di elevato realismo).

Esercitazione ed esperienze di grande complessità, che meriteranno nei prossimi giorni un certo spazio per la loro discussione ed analisi su questo blog, in accordo con i gruppi organizzatori dell'evento.

Per ora, invitiamo tutti coloro che hanno partecipato alla "tre giorni" ed hanno pensieri, commenti o analisi da condividere a farlo, inviando un commento al blog od una mail a luca.pezzullo@gmail.com. Tutti i commenti verranno poi sintetizzati ed elaborati su queste pagine.

Un saluto a tutti,
Luca

27 settembre 2007

Diecimila visite, e, prossimamente...

Diecimila visite al sito, duemila in due mesi... grazie a tutti ! :-)

Entro i prossimi giorni, saranno online anche alcune informazioni aggiuntive sul Campo-Scuola, ed una serie di risorse di approfondimento che sto cercando di preparare (il tempo è tiranno !) in relazione ai nuovi approcci psicotraumatologici "in discussione" in queste settimane nelle liste di discussione internazionali.

Luca