Il lavoro psicologico d'emergenza all'estero presenta sfide importanti.
Nella cooperazione internazionale, il desiderio di "partire per aiutare ad ogni costo" rischia di tradursi, per lo psicologo un pò troppo incline ad "agiti" improvvidi, in un sacco di difficoltà.
Le differenze e le barriere linguistiche e culturali svolgono infatti un ruolo fondamentale di impedimento nell'implementazione di interventi psicologico-clinici "ortodossi".
Come si può fare "psicologia clinica classica" senza conoscere nemmeno la lingua delle persone con cui interagiamo, e senza soprattutto sapere nulla del loro sistema culturale e della loro struttura sociale ? Come possiamo lavorare con persone di cui spesso ignoriamo i più elementari modi di organizzare la propria realtà personale, relazionale e collettiva ?
E siamo poi sicuri che metodi e tecniche psicologiche fortemente basate ed intrise in una specifica "teoria della mente", costruite da occidentali per lavorare con altri occidentali, possano trovare adeguato fondamento ed applicazione anche in realtà in cui le "teorie della mente" implicite sono molto diverse ?
Un interessante e breve articolo di Medecins Sans Frontiers, che analizza questo problema classico alla luce della recente esperienza dello Tsunami asiatico, si può trovare qui !
Merita una lettura !
Un saluto,
Luca
14 maggio 2005
07 maggio 2005
La Percezione dei Rischi e la ricerca cognitivista...
E' uscito da poco un volumetto piuttosto interessante:
"Nuovi Rischi, Vecchie Paure"
di L.Savadori e R.Rumiati,
Il Mulino, 2005 (208 pagg., 12,50 euro).
Il libro presenta due aspetti stimolanti: una copertina con un bellissimo gatto nero (scusatemi, ma ho un'insana passione per i felini !) e, soprattutto, la capacità di esporre in maniera semplice, divulgativa e sintetica lo stato dell'arte della riflessione cognitivista sulla percezione e valutazione dei Rischi.
Il volume analizza una serie di casi e ricerche classiche in maniera chiara ed accessibile anche al lettore non specialista, ampliando poi la riflessione sulle più recenti ricerche relative alla "Affect Heuristic", l'importante euristica (cioè la strategia cognitiva di ragionamento) studiata in anni recenti dal gruppo di Slovic e della Finucane. Slovic è il fondatore del gruppo di ricerca dell'Università dell'Oregon noto per aver fornito i contributi principali essenziali al cosiddetto "Paradigma Psicometrico" della Risk Perception.
La Risk Perception è uno dei settori di maggiore interesse della psicologia dell'emergenza; più che occuparsi dei temi "clinici" (come la psicoterapia del trauma), la ricerca sulla percezione dei rischi approfondisce il tema della rappresentazione cognitiva ed emotiva dei "rischi", cercando di capire "come ci rappresentiamo i rischi" e come i nostri comportamenti di fronteggiamento, prevenzione o protezione, anche a livello collettivo, dipendano da queste rappresentazioni mentali.
Il paradigma psicometrico, per molti motivi (in primis, per la sua "omogeneità epistemologica e metodologica" con gli assunti di base del mainstream cognitivista della ricerca psicologica anglosassone), ha assunto un ruolo di primo piano in questo tipo di studi, e la "Affect Heuristic" è il suo frutto più recente.
Come sa bene chi mi conosce, personalmente non amo molto la vena "iper-razionalista" e funzionalista presente in tutto l'approccio psicometrico; l'Affect Heuristic rappresenta però forse una prima apertura degli approcci rigidamente cognitivisti della Risk Perception classica verso temi e modelli teorici più "flessibili" ed attenti alle dinamiche emotive, soggettive e simboliche del rischio e dell'emergenza.
Il libro espone bene questa linea di studio, ed offre anche ai non psicologi la possibilità di approfondire questi temi, in maniera interessante e piacevole.
Un saluto,
Luca
"Nuovi Rischi, Vecchie Paure"
di L.Savadori e R.Rumiati,
Il Mulino, 2005 (208 pagg., 12,50 euro).
Il libro presenta due aspetti stimolanti: una copertina con un bellissimo gatto nero (scusatemi, ma ho un'insana passione per i felini !) e, soprattutto, la capacità di esporre in maniera semplice, divulgativa e sintetica lo stato dell'arte della riflessione cognitivista sulla percezione e valutazione dei Rischi.
Il volume analizza una serie di casi e ricerche classiche in maniera chiara ed accessibile anche al lettore non specialista, ampliando poi la riflessione sulle più recenti ricerche relative alla "Affect Heuristic", l'importante euristica (cioè la strategia cognitiva di ragionamento) studiata in anni recenti dal gruppo di Slovic e della Finucane. Slovic è il fondatore del gruppo di ricerca dell'Università dell'Oregon noto per aver fornito i contributi principali essenziali al cosiddetto "Paradigma Psicometrico" della Risk Perception.
La Risk Perception è uno dei settori di maggiore interesse della psicologia dell'emergenza; più che occuparsi dei temi "clinici" (come la psicoterapia del trauma), la ricerca sulla percezione dei rischi approfondisce il tema della rappresentazione cognitiva ed emotiva dei "rischi", cercando di capire "come ci rappresentiamo i rischi" e come i nostri comportamenti di fronteggiamento, prevenzione o protezione, anche a livello collettivo, dipendano da queste rappresentazioni mentali.
Il paradigma psicometrico, per molti motivi (in primis, per la sua "omogeneità epistemologica e metodologica" con gli assunti di base del mainstream cognitivista della ricerca psicologica anglosassone), ha assunto un ruolo di primo piano in questo tipo di studi, e la "Affect Heuristic" è il suo frutto più recente.
Come sa bene chi mi conosce, personalmente non amo molto la vena "iper-razionalista" e funzionalista presente in tutto l'approccio psicometrico; l'Affect Heuristic rappresenta però forse una prima apertura degli approcci rigidamente cognitivisti della Risk Perception classica verso temi e modelli teorici più "flessibili" ed attenti alle dinamiche emotive, soggettive e simboliche del rischio e dell'emergenza.
Il libro espone bene questa linea di studio, ed offre anche ai non psicologi la possibilità di approfondire questi temi, in maniera interessante e piacevole.
Un saluto,
Luca
05 maggio 2005
Risposte ! :-)
Le risposte alle domande- provocazione di un mese fa; se siete psicologi e non le sapevate, vuol dire che l'idea di fare un corso-base di Protezione Civile, Anti-incendio e di Primo Soccorso / BLS prima di partire per lavorare in una maxi-emergenza non è poi così cattiva o inutile... quello che si deve sapere per lavorare in un'emergenza non si impara solo nelle Facoltà di Psicologia... anche se alcuni colleghi forse non lo hanno ancora capito ! :-)
Cos'e' un Estricatore:
Strumento di "estricazione" dalle lamiere costruito in modo da ridurre il rischio di lesioni vertebrali durante la mobilizzazione del ferito (rischio grave in situazione di incidenti stradali). Mobilizzare un traumatizzato è una delle manovre più pericolose che ci siano, non va MAI fatta alla leggera o da una persona inesperta (se non in condizioni di sicuro ed imminente pericolo di vita, come il crollo di un palazzo o l'incendio con rischio esplosivo di una macchina).
Come si usa l'Estintore:
Verso la base delle fiamme, assecondando la direzione del vento e tenendo un angolo di 90° rispetto ad un eventuale co-soccorritore. Stringendo bene, perchè la spinta della manichetta è piuttosto forte. E mi raccomando, l'anello di sicurezza estratto, tenetelo infilato sul dito, perchè se lo buttate a terra e non lo ritrovate non potete più mettere in sicurezza l'estintore dopo aver finito di usarlo... :-)
Prima cosa da costruire in un Campo-Base:
Le Latrine.
Si, proprio le latrine (nel giro di poche ore serviranno proprio a tutti !).
Poco poetico ? Molto pragmatico !
Ed, ovviamente, la tenda - posto di comando e la tenda - posto radio.
Cosa si usa per disinfettarsi all'aperto:
No, non il disinfettante. Nemmeno l'alcool.
O meglio, il disinfettante si usa dopo... ma prima si usa l'acqua ossigenata. Perchè ?
Perchè le spore tetaniche vengono eliminate dall'acqua ossigenata, ma non dai disinfettanti al cloro del supermercato... e le spore si trovano, ampiamente diffuse, su tutto il terreno aperto (e non solo, come si pensa, sul metallo arruginito... si dice che sono sulla ruggine perchè la ruggine si sviluppa sul ferro esposto alle intemperie, all'aperto, e quindi, come in molti luoghi aperti, può essersi anche ricoperto di spore tetaniche).
Quindi, una passata immediata con abbondante acqua ossigenata, poi con un altro disinfettante.
Luca
Cos'e' un Estricatore:
Strumento di "estricazione" dalle lamiere costruito in modo da ridurre il rischio di lesioni vertebrali durante la mobilizzazione del ferito (rischio grave in situazione di incidenti stradali). Mobilizzare un traumatizzato è una delle manovre più pericolose che ci siano, non va MAI fatta alla leggera o da una persona inesperta (se non in condizioni di sicuro ed imminente pericolo di vita, come il crollo di un palazzo o l'incendio con rischio esplosivo di una macchina).
Come si usa l'Estintore:
Verso la base delle fiamme, assecondando la direzione del vento e tenendo un angolo di 90° rispetto ad un eventuale co-soccorritore. Stringendo bene, perchè la spinta della manichetta è piuttosto forte. E mi raccomando, l'anello di sicurezza estratto, tenetelo infilato sul dito, perchè se lo buttate a terra e non lo ritrovate non potete più mettere in sicurezza l'estintore dopo aver finito di usarlo... :-)
Prima cosa da costruire in un Campo-Base:
Le Latrine.
Si, proprio le latrine (nel giro di poche ore serviranno proprio a tutti !).
Poco poetico ? Molto pragmatico !
Ed, ovviamente, la tenda - posto di comando e la tenda - posto radio.
Cosa si usa per disinfettarsi all'aperto:
No, non il disinfettante. Nemmeno l'alcool.
O meglio, il disinfettante si usa dopo... ma prima si usa l'acqua ossigenata. Perchè ?
Perchè le spore tetaniche vengono eliminate dall'acqua ossigenata, ma non dai disinfettanti al cloro del supermercato... e le spore si trovano, ampiamente diffuse, su tutto il terreno aperto (e non solo, come si pensa, sul metallo arruginito... si dice che sono sulla ruggine perchè la ruggine si sviluppa sul ferro esposto alle intemperie, all'aperto, e quindi, come in molti luoghi aperti, può essersi anche ricoperto di spore tetaniche).
Quindi, una passata immediata con abbondante acqua ossigenata, poi con un altro disinfettante.
Luca
08 aprile 2005
La formazione minima per lo Psicologo dell'Emergenza
Recentemente, si è avuto modo di parlare con alcuni amici dei criteri di formazione per gli psicologi dell'emergenza.
Ovvero, quali sono i "criteri minimi" per fare di uno psicologo "generico" uno psicologo dell'emergenza ?
Ci sono varie risposte possibili a questa domanda; risposte che ovviamente riflettono diversi modi di concepire il ruolo professionale, o la serietà dei proponenti. Molti proponenti di corsetti sulla "psicologia dell'emergenza" hanno un forte interesse economico a far credere che per diventare psicologi dell'emergenza qualificati sia sostanzialmente sufficiente un corsetto di venti o trenta ore, in cui si spiegano (acriticamente e meccanicamente) i concetti fondamentali della traumatologia psichica. Senza entrare in ulteriori meriti di giudizio rispetto a certi "psicoavventurieri", stimolato dagli amici di cui sopra, ecco quella che a mio parere può essere una formazione di base più adeguata a questo ruolo.
- Laurea in Psicologia
- Abilitazione Professionale
- Corso di base di Protezione Civile
- Corso BLS (primo soccorso)
- Un corso SERIO di psicologia dell'emergenza (che NON è solo "psicotraumatologia", anzi !).
Con corso "serio" intendo un corso in cui si possa ricevere una formazione a 360° su tutti i principali temi formativi dell'emergenza, con docenti sia psicologi che non psicologi (esperti di protezione civile, cooperazione, sicurezza, etc.), di alcune centinaia di ore di durata minima. E possibilmente, con una didattica non solo basata su lezioni frontali, ma anche con molte esercitazioni, case-studies, role-playing, etc. La realtà dell'emergenza è sempre molto più complessa di quella presentata dai modellini teorici...
- Un tirocinio /stage di alcune centinaia di ore in situazioni e contesti legati all'emergenza, il rischio o la sicurezza, con una parte di tipo clinico ed una non-clinica (il lavoro dello psicologo in emergenza è spesso di tipo clinico... ma non solo).
- La buona conoscenza di almeno una lingua straniera, come l'inglese o il francese
- Una buona analisi (o percorso terapeutico) personale.
Punto discutibile per alcuni, ma di fatto lavorare in emergenza significa tre cose: "accettare di essere inondati da racconti dell'orrore" (Jones, 1998); doversi confrontare continuamente con i limiti propri e degli altri; dover dare significato ad eventi che non sembrano averlo.
Ed allora, meglio avvicinarsi a questo materiale emotivamente assai impegnativo a partire da un percorso personale che ci abbia permesso di affrontare ed elaborare almeno i nostri nodi problematici principali, e ci abbia permesso di capire un pò meglio come "siamo fatti" e perchè vogliamo lavorare proprio in emergenza.
- La disponibilità ad una supervisione continua.
Lavorare in emergenza significa doversi sforzare di "rimanere sani in una situazione folle" (Moram 1997), ma questo può lasciare segni pesanti anche ad un clinico esperto. Andare in supervisione regolarmente, dopo gli interventi, è una misura essenziale di autoprotezione e di elaborazione dei significati e dei vissuti legati a quanto ci è successo.
Il tutto accompagnato da un minimo di forma fisica che ci metta in grado di adattarci a situazioni impegnative, da un poco di esperienza di viaggi e movimento in contesti disagiati, ed ovviamente... una forte e chiara motivazione per questo tipo di lavoro.
La prima domanda a cui si deve SEMPRE saper rispondere prima di intervenire in tali contesti è sempre: ma perchè voglio fare proprio lo psicologo dell'emergenza ?
L'elenco è lungo, manca qualcosa ? :-)
E' vero, è tanto. Ma il lavoro dello psicologo dell'emergenza è complesso e delicato, e si svolge, per definizione, in contesti non facili; contesti in cui l'adattabilità, il focus sulle proprie risorse interne ed un buon equilibrio personale sono le condizioni irrinunciabili per poter lavorare efficacemente e senza farsi "troppo male" da soli.
Ovvero, quali sono i "criteri minimi" per fare di uno psicologo "generico" uno psicologo dell'emergenza ?
Ci sono varie risposte possibili a questa domanda; risposte che ovviamente riflettono diversi modi di concepire il ruolo professionale, o la serietà dei proponenti. Molti proponenti di corsetti sulla "psicologia dell'emergenza" hanno un forte interesse economico a far credere che per diventare psicologi dell'emergenza qualificati sia sostanzialmente sufficiente un corsetto di venti o trenta ore, in cui si spiegano (acriticamente e meccanicamente) i concetti fondamentali della traumatologia psichica. Senza entrare in ulteriori meriti di giudizio rispetto a certi "psicoavventurieri", stimolato dagli amici di cui sopra, ecco quella che a mio parere può essere una formazione di base più adeguata a questo ruolo.
- Laurea in Psicologia
- Abilitazione Professionale
- Corso di base di Protezione Civile
- Corso BLS (primo soccorso)
- Un corso SERIO di psicologia dell'emergenza (che NON è solo "psicotraumatologia", anzi !).
Con corso "serio" intendo un corso in cui si possa ricevere una formazione a 360° su tutti i principali temi formativi dell'emergenza, con docenti sia psicologi che non psicologi (esperti di protezione civile, cooperazione, sicurezza, etc.), di alcune centinaia di ore di durata minima. E possibilmente, con una didattica non solo basata su lezioni frontali, ma anche con molte esercitazioni, case-studies, role-playing, etc. La realtà dell'emergenza è sempre molto più complessa di quella presentata dai modellini teorici...
- Un tirocinio /stage di alcune centinaia di ore in situazioni e contesti legati all'emergenza, il rischio o la sicurezza, con una parte di tipo clinico ed una non-clinica (il lavoro dello psicologo in emergenza è spesso di tipo clinico... ma non solo).
- La buona conoscenza di almeno una lingua straniera, come l'inglese o il francese
- Una buona analisi (o percorso terapeutico) personale.
Punto discutibile per alcuni, ma di fatto lavorare in emergenza significa tre cose: "accettare di essere inondati da racconti dell'orrore" (Jones, 1998); doversi confrontare continuamente con i limiti propri e degli altri; dover dare significato ad eventi che non sembrano averlo.
Ed allora, meglio avvicinarsi a questo materiale emotivamente assai impegnativo a partire da un percorso personale che ci abbia permesso di affrontare ed elaborare almeno i nostri nodi problematici principali, e ci abbia permesso di capire un pò meglio come "siamo fatti" e perchè vogliamo lavorare proprio in emergenza.
- La disponibilità ad una supervisione continua.
Lavorare in emergenza significa doversi sforzare di "rimanere sani in una situazione folle" (Moram 1997), ma questo può lasciare segni pesanti anche ad un clinico esperto. Andare in supervisione regolarmente, dopo gli interventi, è una misura essenziale di autoprotezione e di elaborazione dei significati e dei vissuti legati a quanto ci è successo.
Il tutto accompagnato da un minimo di forma fisica che ci metta in grado di adattarci a situazioni impegnative, da un poco di esperienza di viaggi e movimento in contesti disagiati, ed ovviamente... una forte e chiara motivazione per questo tipo di lavoro.
La prima domanda a cui si deve SEMPRE saper rispondere prima di intervenire in tali contesti è sempre: ma perchè voglio fare proprio lo psicologo dell'emergenza ?
L'elenco è lungo, manca qualcosa ? :-)
E' vero, è tanto. Ma il lavoro dello psicologo dell'emergenza è complesso e delicato, e si svolge, per definizione, in contesti non facili; contesti in cui l'adattabilità, il focus sulle proprie risorse interne ed un buon equilibrio personale sono le condizioni irrinunciabili per poter lavorare efficacemente e senza farsi "troppo male" da soli.
29 marzo 2005
Ancora morte nel Sud-Est asiatico
Lo Tsunami Asiatico colpì il giorno dopo Natale; ed ecco che il giorno dopo Pasqua ci ritroviamo tutti davanti alla televisione, a seguire le notizie di un secondo, grande, terremoto vicino a Sumatra.
Le prime notizie indicano 1.000 o 2.000 vittime, contro le circa 300.000 dell'altra volta.
Tre o quattro i fattori che hanno contribuito probabilmente a questa differenza: l'intensità del terremoto (di circa un punto Richter inferiore a quello di Natale; essendo una scala logaritmica, un punto Richter in meno significa un'energia di 32 volte inferiore); la direzionalità del moto ondoso, che si è dispersa verso sud invece che verso est ed ovest (dove si trovano le terre emerse a più alta densità abitativa dell'Oceano Indiano); l'esperienza del primo Tsunami, che ha spinto immediatamente le popolazioni delle aree a rischio ad attuare la strategia più semplice ed efficace: l'allontanamento rapido ed immediato dalle zone costiere.
Un altro fattore che potrebbe aver contribuito è la maggiore profondità dell'ipocentro, stimato a circa 30 km sotto il livello del mare, rispetto a quello del 26 dicembre (circa 10 km di profondità). La maggiore profondità ha ridotto la diffusione dell'energia alla massa idrica sovrastante, riducendo significativamente l'intensità dello tsunami conseguente.
Purtroppo sono sempre i gravi eventi ad "insegnare" in maniera indelebile le strategie di comportamento efficaci...
2.000 morti sono comunque un numero altissimo, ed andrebbero considerate come numero "assoluto"... qualunque confronto "relativo" (2.000 rispetto a 300.000) è solo l'esito di un'euristica cognitiva, che rischia di farci pensare "ah, beh, sono morti in pochi", quando in realtà si parla di migliaia e migliaia di vite interrotte.
Le prime notizie indicano 1.000 o 2.000 vittime, contro le circa 300.000 dell'altra volta.
Tre o quattro i fattori che hanno contribuito probabilmente a questa differenza: l'intensità del terremoto (di circa un punto Richter inferiore a quello di Natale; essendo una scala logaritmica, un punto Richter in meno significa un'energia di 32 volte inferiore); la direzionalità del moto ondoso, che si è dispersa verso sud invece che verso est ed ovest (dove si trovano le terre emerse a più alta densità abitativa dell'Oceano Indiano); l'esperienza del primo Tsunami, che ha spinto immediatamente le popolazioni delle aree a rischio ad attuare la strategia più semplice ed efficace: l'allontanamento rapido ed immediato dalle zone costiere.
Un altro fattore che potrebbe aver contribuito è la maggiore profondità dell'ipocentro, stimato a circa 30 km sotto il livello del mare, rispetto a quello del 26 dicembre (circa 10 km di profondità). La maggiore profondità ha ridotto la diffusione dell'energia alla massa idrica sovrastante, riducendo significativamente l'intensità dello tsunami conseguente.
Purtroppo sono sempre i gravi eventi ad "insegnare" in maniera indelebile le strategie di comportamento efficaci...
2.000 morti sono comunque un numero altissimo, ed andrebbero considerate come numero "assoluto"... qualunque confronto "relativo" (2.000 rispetto a 300.000) è solo l'esito di un'euristica cognitiva, che rischia di farci pensare "ah, beh, sono morti in pochi", quando in realtà si parla di migliaia e migliaia di vite interrotte.
25 marzo 2005
I Medici del CUAMM in quarantena dopo la morte di una volontaria
Dal Corriere Online di oggi:
Angola: epidemia, 7 veneti in quarantena
PADOVA - Sono 7 i medici del Cuamm (Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari) di Padova, quasi tutti veneti, che si trovano in quarantena a Luanda, capitale dell'Angola, perche' si sospetta abbiano contratto il virus del morbo di Marburg, febbre emorragica simile all'Ebola. Lo conferma il dottor Giovanni Putoto, del Cda dell'organizzazione non governativa. Altri otto volontari invece sono ancora al lavoro nella provincia di Uige. Ieri a Luanda e' deceduta Maria Bonino, pediatra volontaria di "Medici per l'Africa-Cuamm". (Agr)
LUANDA (ANGOLA) - Cresce l'allarme in Angola per l'estendersi dell'epidemia di febbre emorragica. È infatti salito ad almeno 113 il computo delle vittime dell'epidemia provocata in Angola dal virus di Marburg, causa di una febbre emorragica simile a quella del morbo di Ebola. Lo hanno reso noto fonti del ministero della Sanità a Luanda, secondo cui ben 111 tra i morti sono concentrati nella provincia settentrionale di Uige, la più colpita.
Angola: epidemia, 7 veneti in quarantena
PADOVA - Sono 7 i medici del Cuamm (Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari) di Padova, quasi tutti veneti, che si trovano in quarantena a Luanda, capitale dell'Angola, perche' si sospetta abbiano contratto il virus del morbo di Marburg, febbre emorragica simile all'Ebola. Lo conferma il dottor Giovanni Putoto, del Cda dell'organizzazione non governativa. Altri otto volontari invece sono ancora al lavoro nella provincia di Uige. Ieri a Luanda e' deceduta Maria Bonino, pediatra volontaria di "Medici per l'Africa-Cuamm". (Agr)
LUANDA (ANGOLA) - Cresce l'allarme in Angola per l'estendersi dell'epidemia di febbre emorragica. È infatti salito ad almeno 113 il computo delle vittime dell'epidemia provocata in Angola dal virus di Marburg, causa di una febbre emorragica simile a quella del morbo di Ebola. Lo hanno reso noto fonti del ministero della Sanità a Luanda, secondo cui ben 111 tra i morti sono concentrati nella provincia settentrionale di Uige, la più colpita.
Gli altri due si sono registrati nella capitale: un quindicenne e anche la pediatra italiana Maria Bonino, 51 anni, di Aosta, che da undici anni operava in Africa, e che prestava la sua opera presso l'ospedale provinciale di Uige. Volontaria di «Medici con l'Africa-Cuamm», la dottoressa aveva cominciato a manifestare gravi sintomi il 19 marzo, e nella notte del 23 le sue condizioni si erano improvvisamente aggravate.
La malattia, che si propaga attraverso il contatto con i fluidi delle persone già contaminate, fu diagnosticata per la prima volta nel 1967 nella città tedesca di Marburg: una forte febbre, seguita da emorragie interne, assalì i lavoratori di un laboratorio che erano venuti a contatto con scimmie infette, provenienti dall'Uganda.
La malattia, che si propaga attraverso il contatto con i fluidi delle persone già contaminate, fu diagnosticata per la prima volta nel 1967 nella città tedesca di Marburg: una forte febbre, seguita da emorragie interne, assalì i lavoratori di un laboratorio che erano venuti a contatto con scimmie infette, provenienti dall'Uganda.
23 marzo 2005
Acqua e Disastri
Molti non lo sanno, anche se lo Tsunami del 26 dicembre potrebbe aver fatto venire qualche dubbio.
Se si chiedeva, fino ad un pò di tempo fa, quale è il disastro che causa più vittime, spessissimo la prima risposta era "il terremoto", o "le eruzioni vulcaniche".
In realtà, la categoria di disastri naturali che uccidono di più non è (e non è mai stato) nè il terremoto nè l'eruzione vulcanica, quanto... i disastri idrici.
Inondazioni, alluvioni e tsunami sono infatti i fenomeni calamitosi che più di ogni altro fanno vittime umane, e causano enormi danni economici (in particolare nei paesi in via di sviluppo).
Per capirne di più, può valere la pena andare a studiarsi le interessantissime tabelle di sinossi del CRED, il celebre Centro per l'Epidemiologia dei Disastri dell'Università di Lovanio.
Si può così scoprire che molte delle nostre preconcezioni o modelli mentali dei "disastri" sono piuttosto diversi dalla realtà...
Paradossalmente, una delle grandi emergenze del 21° secolo (anche a causa delle dinamiche climatologiche) sarà proprio la carenza di acqua, la siccità, la grande estensione delle zone desertificate ed il peggiormento della qualità delle acque... centinaia di milioni di persone soffrono attualmente per la carenza di acqua, mentre centinaia di migliaia vengono uccise dalla forza dell'acqua.
In entrambi i casi, il ruolo dell'azione antropica è centrale nel peggiorare i processi e le condizioni di interazione tra comunità umane e risorse idriche: il "disastro" deriva sempre dall'interazione tra processi naturali ed antropici (spesso un pò troppo "disarmonici": basti pensare alle costruzioni costiere o golenali in aree ad altissimo rischio alluvionale, di cui anche in Italia abbiamo molti esempi...)
Acqua che dà la vita, acqua che la toglie... un tema complesso e delicatissimo, oggetto di molte delle riflessioni e dei lavori del World Water Day, la Giornata Mondiale dell'Acqua (che si celebra, sotto gli auspici dell'ONU, il 22 marzo di ogni anno).
Dateci un'occhiata !
Sono queste molte delle "maxiemergenze" con cui ci dovremo confrontare, anche come psicologi, nei prossimi anni e decenni...
Un saluto ed un augurio di Buona Pasqua a tutti,
Luca
Se si chiedeva, fino ad un pò di tempo fa, quale è il disastro che causa più vittime, spessissimo la prima risposta era "il terremoto", o "le eruzioni vulcaniche".
In realtà, la categoria di disastri naturali che uccidono di più non è (e non è mai stato) nè il terremoto nè l'eruzione vulcanica, quanto... i disastri idrici.
Inondazioni, alluvioni e tsunami sono infatti i fenomeni calamitosi che più di ogni altro fanno vittime umane, e causano enormi danni economici (in particolare nei paesi in via di sviluppo).
Per capirne di più, può valere la pena andare a studiarsi le interessantissime tabelle di sinossi del CRED, il celebre Centro per l'Epidemiologia dei Disastri dell'Università di Lovanio.
Si può così scoprire che molte delle nostre preconcezioni o modelli mentali dei "disastri" sono piuttosto diversi dalla realtà...
Paradossalmente, una delle grandi emergenze del 21° secolo (anche a causa delle dinamiche climatologiche) sarà proprio la carenza di acqua, la siccità, la grande estensione delle zone desertificate ed il peggiormento della qualità delle acque... centinaia di milioni di persone soffrono attualmente per la carenza di acqua, mentre centinaia di migliaia vengono uccise dalla forza dell'acqua.
In entrambi i casi, il ruolo dell'azione antropica è centrale nel peggiorare i processi e le condizioni di interazione tra comunità umane e risorse idriche: il "disastro" deriva sempre dall'interazione tra processi naturali ed antropici (spesso un pò troppo "disarmonici": basti pensare alle costruzioni costiere o golenali in aree ad altissimo rischio alluvionale, di cui anche in Italia abbiamo molti esempi...)
Acqua che dà la vita, acqua che la toglie... un tema complesso e delicatissimo, oggetto di molte delle riflessioni e dei lavori del World Water Day, la Giornata Mondiale dell'Acqua (che si celebra, sotto gli auspici dell'ONU, il 22 marzo di ogni anno).
Dateci un'occhiata !
Sono queste molte delle "maxiemergenze" con cui ci dovremo confrontare, anche come psicologi, nei prossimi anni e decenni...
Un saluto ed un augurio di Buona Pasqua a tutti,
Luca
11 marzo 2005
Repubblica.it: Madrid, un anno dopo la strage. Prima le campane, poi il silenzio.
Repubblica.it: Madrid, un anno dopo la strage. Prima le campane, poi il silenzio. Le celebrazioni per l'anniversario dell'11-M.
10 marzo 2005
Basta essere "psicologi" per essere "psicologi dell'emergenza" ?
Uno psicologo dell'emergenza, per definizione, ha due identità: quella di psicologo (e fin qui quasi ci siamo; mi riservo a qualche periodo futuro la riflessione sulla differenza tra "psicologo" e "psicotecnico"), e quella di operatore dell'emergenza.
Banale ? Non esattamente.
Troppo spesso chi vuole fare lo psicologo dell'emergenza si dimentica che, prima che essere psicologo, deve essere appunto un "operatore dell'emergenza", qualificato e formato per questo.
Questo ha varie conseguenze, troppo spesso dimenticate dai vari "wannabe-salvo-tutti-mi", cioè da chi parte psico-rambescamente per portare la sua presunta scienza terapeutica negli scenari dei disastri senza minimamente sapere cosa è un disastro e come operano tutti gli altri volontari e professionisti dell'emergenza che gli si muovono intorno.
Si può fare lo psicologo dell'emergenza senza aver ricevuto un breve ma solido training di base nelle "tecniche dell'emergenza" ? Ovvero, è possibile andare a fare lo psicologo in contesti di emergenza senza sapersi nemmeno muovere in tali contesti ?
Alcuni psicologi ritengono che il loro ruolo di psicologi li ponga automaticamente "al di sopra" di tali necessità "terrene".
"In fondo, dicono, non sono certo io a dover usare una motopompa; lo faranno altri". E' vero, in condizioni ordinarie lo faranno altri. Questo però non esime lo psicologo, che deve avere una comprensione di base a 360° di quello che gli succede intorno, dal capire cosa fa, in concreto, chi deve usare una motopompa.
Ma non solo, c'e' di più. Sapersi "muovere in emergenza" significa anche sapersi tutelare quando le normali "regole di vita quotidiana" non valgono più.
Domande banali, ma da cui si ottengono spesso risposte inquietanti: prendete 10 laureati e qualificati psicologi dell'emergenza, e chiedete loro tre o quattro semplici cose, assolutamente scontate per ogni volontario di Protezione Civile di diciott'anni... ad esempio...
1 - Cos'e' un "Estricatore" ?
2 - Come si orienta l'estintore rispetto alle fiamme quando si spegne un principio di incendio ?
3 - Quale è la prima "struttura" che si deve montare in un campo di accoglienza ?
4 - Con cosa ci si disinfetta, esattamente, dopo essersi fatti un taglio all'aperto ?
Sembrano banali ?
Forse sono le risposte che abbiamo già in mente, e che riteniamo automaticamente giuste, a farcelo pensare... le risposte "esatte" (che a volte sono controintuitive) le metterò in futuro sul Blog. Intanto pensateci !
Il nucleo del problema è che lo psicologo che pensa che per lavorare in emergenza basti una "competenza psicologica", potrebbe scoprire che quello che immaginava è molto diverso dalla realtà...
E' per questo che credo che nessuno possa definirsi "psicologo dell'emergenza" se prima non ha seguito almeno un corso di Pronto Soccorso (tipo BLS) ed un corso-base per Volontari di Protezione Civile.
Saper fare una saccata (o sapere come viene fatta), saper usare un estintore, saper montare una tenda, saper badare a sè stessi in mezzo ad un campo di accoglienza (che è molto più difficile di quanto si pensi), conoscere le regole di autoprotezione e autosoccorso valide nei contesti "difficili" in cui si va ad operare, non solo rende lo "psicologo normale" uno psicologo in grado di muoversi in sicurezza in queste situazioni, ma anche un professionista in grado di coordinarsi in maniera più efficace con tutti gli altri enti e persone con cui lavora fianco a fianco.
In fondo, se è lo psicologo per primo a non capire cosa gli succede intorno (procedure, modalità di intervento, aspetti "culturali" e operativi degli altri enti e gruppi di soccorso), come può aiutare i suoi assistiti a "capire che cosa sta succedendo" ?
Banale ? Non esattamente.
Troppo spesso chi vuole fare lo psicologo dell'emergenza si dimentica che, prima che essere psicologo, deve essere appunto un "operatore dell'emergenza", qualificato e formato per questo.
Questo ha varie conseguenze, troppo spesso dimenticate dai vari "wannabe-salvo-tutti-mi", cioè da chi parte psico-rambescamente per portare la sua presunta scienza terapeutica negli scenari dei disastri senza minimamente sapere cosa è un disastro e come operano tutti gli altri volontari e professionisti dell'emergenza che gli si muovono intorno.
Si può fare lo psicologo dell'emergenza senza aver ricevuto un breve ma solido training di base nelle "tecniche dell'emergenza" ? Ovvero, è possibile andare a fare lo psicologo in contesti di emergenza senza sapersi nemmeno muovere in tali contesti ?
Alcuni psicologi ritengono che il loro ruolo di psicologi li ponga automaticamente "al di sopra" di tali necessità "terrene".
"In fondo, dicono, non sono certo io a dover usare una motopompa; lo faranno altri". E' vero, in condizioni ordinarie lo faranno altri. Questo però non esime lo psicologo, che deve avere una comprensione di base a 360° di quello che gli succede intorno, dal capire cosa fa, in concreto, chi deve usare una motopompa.
Ma non solo, c'e' di più. Sapersi "muovere in emergenza" significa anche sapersi tutelare quando le normali "regole di vita quotidiana" non valgono più.
Domande banali, ma da cui si ottengono spesso risposte inquietanti: prendete 10 laureati e qualificati psicologi dell'emergenza, e chiedete loro tre o quattro semplici cose, assolutamente scontate per ogni volontario di Protezione Civile di diciott'anni... ad esempio...
1 - Cos'e' un "Estricatore" ?
2 - Come si orienta l'estintore rispetto alle fiamme quando si spegne un principio di incendio ?
3 - Quale è la prima "struttura" che si deve montare in un campo di accoglienza ?
4 - Con cosa ci si disinfetta, esattamente, dopo essersi fatti un taglio all'aperto ?
Sembrano banali ?
Forse sono le risposte che abbiamo già in mente, e che riteniamo automaticamente giuste, a farcelo pensare... le risposte "esatte" (che a volte sono controintuitive) le metterò in futuro sul Blog. Intanto pensateci !
Il nucleo del problema è che lo psicologo che pensa che per lavorare in emergenza basti una "competenza psicologica", potrebbe scoprire che quello che immaginava è molto diverso dalla realtà...
E' per questo che credo che nessuno possa definirsi "psicologo dell'emergenza" se prima non ha seguito almeno un corso di Pronto Soccorso (tipo BLS) ed un corso-base per Volontari di Protezione Civile.
Saper fare una saccata (o sapere come viene fatta), saper usare un estintore, saper montare una tenda, saper badare a sè stessi in mezzo ad un campo di accoglienza (che è molto più difficile di quanto si pensi), conoscere le regole di autoprotezione e autosoccorso valide nei contesti "difficili" in cui si va ad operare, non solo rende lo "psicologo normale" uno psicologo in grado di muoversi in sicurezza in queste situazioni, ma anche un professionista in grado di coordinarsi in maniera più efficace con tutti gli altri enti e persone con cui lavora fianco a fianco.
In fondo, se è lo psicologo per primo a non capire cosa gli succede intorno (procedure, modalità di intervento, aspetti "culturali" e operativi degli altri enti e gruppi di soccorso), come può aiutare i suoi assistiti a "capire che cosa sta succedendo" ?
09 marzo 2005
11-M
11-M: 11 marzo 2004, Madrid.
L'attentato, di cui sta per cadere il primo anniversario, causò 191 morti ed un'ondata di stupore ed emozione in tutto il mondo. Il dramma, definito giustamente l'11 Settembre europeo, ha portato con sè il peso delle sequele post-traumatiche per centinaia e migliaia di persone.
Un'eccellente ed ampia scheda informativa multimediale, con grafici, tabelle, informazioni, carte su quello che successe un anno fa è consultabile qui: http://www.cadenaser.com/comunes/2004/11m/portada.html
La mobilitazione dei servizi di soccorso sanitario, e delle strutture di assistenza psicologica "ordinaria" presenti sul territorio, oltre alla grande collaborazione e generosità degli psicologi madrileni, permise in quei terribili giorni di erogare servizi di supporto psicologico a moltissime "vittime" di questo evento.
Renata Cavalli, una masterizzanda di madrelingua spagnola del Master di Psicologia dell'Emergenza dell'Università di Padova (http://emergenza.psy.unipd.it), si è recata nell'estate del 2004 a Madrid, raccogliendo ed organizzando per alcune settimane le testimonianze dei responsabili di tutte le associazioni professionali e degli enti pubblici che si sono occupati di gestire l'emergenza psicologica dell'11-M.
Spero che sia presto possibile consultare online un estratto del suo ottimo lavoro, che rappresenta in maniera fedele le complesse dinamiche organizzative attivate da un'evento catastrofico di simile portata.
L'attentato, di cui sta per cadere il primo anniversario, causò 191 morti ed un'ondata di stupore ed emozione in tutto il mondo. Il dramma, definito giustamente l'11 Settembre europeo, ha portato con sè il peso delle sequele post-traumatiche per centinaia e migliaia di persone.
Un'eccellente ed ampia scheda informativa multimediale, con grafici, tabelle, informazioni, carte su quello che successe un anno fa è consultabile qui: http://www.cadenaser.com/comunes/2004/11m/portada.html
La mobilitazione dei servizi di soccorso sanitario, e delle strutture di assistenza psicologica "ordinaria" presenti sul territorio, oltre alla grande collaborazione e generosità degli psicologi madrileni, permise in quei terribili giorni di erogare servizi di supporto psicologico a moltissime "vittime" di questo evento.
Renata Cavalli, una masterizzanda di madrelingua spagnola del Master di Psicologia dell'Emergenza dell'Università di Padova (http://emergenza.psy.unipd.it), si è recata nell'estate del 2004 a Madrid, raccogliendo ed organizzando per alcune settimane le testimonianze dei responsabili di tutte le associazioni professionali e degli enti pubblici che si sono occupati di gestire l'emergenza psicologica dell'11-M.
Spero che sia presto possibile consultare online un estratto del suo ottimo lavoro, che rappresenta in maniera fedele le complesse dinamiche organizzative attivate da un'evento catastrofico di simile portata.
07 marzo 2005
Da Repubblica.it: "Uno Schindler africano nell'inferno del genocidio"
Da Repubblica.it: "Uno Schindler africano nell'inferno del genocidio"
"Hotel Rwanda" è un film che cerca di raccontare il genocidio attraverso la prospettiva di una persona particolare, coraggiosa, un Hutu che ha salvato 1.200 Tutsi durante i giorni infernali dei massacri per le strade. Non ha vinto gli Oscar che sperava (a quando però, oltre agli Oscari per gli Effetti Sonori, i Costumi e quant'altro, anche un Oscar per l'Impegno Sociale ?), ma l'importante è il messaggio che vuole passare... e soprattutto che qualcuno continui a fare film del genere.
"Hotel Rwanda" è un film che cerca di raccontare il genocidio attraverso la prospettiva di una persona particolare, coraggiosa, un Hutu che ha salvato 1.200 Tutsi durante i giorni infernali dei massacri per le strade. Non ha vinto gli Oscar che sperava (a quando però, oltre agli Oscari per gli Effetti Sonori, i Costumi e quant'altro, anche un Oscar per l'Impegno Sociale ?), ma l'importante è il messaggio che vuole passare... e soprattutto che qualcuno continui a fare film del genere.
23 febbraio 2005
Da "Repubblica.it". Giocare per sconfiggere l'onda: Kit Unicef speciali per l'Asia
Repubblica.it, Esteri: Giocare per sconfiggere l'onda. Kit Unicef speciali per l'Asia
Articolo interessante sugli interventi di supporto ai bambini colpiti dal terribile Tsunami del 26 dicembre. Le metodologie di supporto psicologico per i bambini basate sul gioco sono diffuse e piuttosto efficaci. L'intervento dell'Unicef, tra l'altro, presenta importanti elementi di attenzione specifica ai differenti contesti culturali e processi di "sensemaking" tipici delle differenti realtà in cui il disastro ha impattato.
Articolo interessante sugli interventi di supporto ai bambini colpiti dal terribile Tsunami del 26 dicembre. Le metodologie di supporto psicologico per i bambini basate sul gioco sono diffuse e piuttosto efficaci. L'intervento dell'Unicef, tra l'altro, presenta importanti elementi di attenzione specifica ai differenti contesti culturali e processi di "sensemaking" tipici delle differenti realtà in cui il disastro ha impattato.
21 febbraio 2005
Il conflitto a fuoco di Verona
Condoglianze sincere a tutti gli operatori della Polizia di Stato di Verona, per la tragica morte dei loro colleghi Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti nel conflitto a fuoco di questa notte.
16 febbraio 2005
Peccati originali...
La psicologia dell'emergenza, in Italia, sconta un peccato originale.
Molti pensano che sia una moda, una delle tante piccole novità che ogni tanto emergono nell'orizzonte professionale, con poca o nulla sostanza ma illudendo un pò di colleghi disoccupati o in crisi di identità. Qualcuno, in effetti, l'ha interpretata così, e purtroppo se ne sono visti i nefasti effetti. Ma la psicologia dell'emergenza, per come sta emergendo in molti contesti, è qualcosa di molto più e di diverso rispetto a questo.
E' una psicologia trasversale. Ovvero, rappresenta un modo potenzialmente nuovo e interessante di riconcettualizzare temi, metodi e contenuti di molte altre branche della psicologia di base ed applicata. Se non facciamo l'errore grave di identificare la psicologia dell'emergenza con la psicoterapia del trauma, che è tutta un'altra cosa, ci rendiamo conto facilmente che nella psicologia dell'emergenza, necessariamente, rientrano numerosi contributi e prospettive metodologiche di altri settori delle scienze psi: dalla psicologia della comunicazione alla psicologia dei gruppi, dalla psicologia cognitiva ai modelli dinamici della clinica, dalla psicopatologia dello sviluppo alla psicologia culturale... molte delle tradizioni di ricerca più importanti della psicologia hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo di modelli autenticamente integrati e trasversali per il lavoro sull'emergenza.
Ovviamente, questo non significa fare un confuso eclettismo affastellatorio, anzi...
Significa, al contrario, saper discriminare lucidamente tra le ben differenti prospettive epistemologiche che fondano i diversi tipi di contributi, le diverse teorie ed i diversi modelli, focalizzandone gli "spazi di movimento e intersezione possibili", proprio alla luce curiosa delle ineludibili specificità dell'Emergenza.
E' un'operazione concettualmente complessa ma operazionalmente inevitabile se si vuole fare della "buona psicologia" dell'emergenza: dobbiamo quindi noi psicologi per primi riportare forti spazi di pensiero in un settore, come quello dei modelli di intervento in emergenza, che è finalizzato proprio a creare spazi di pensiero in situazioni in cui il "Pensare" viene di solito eliso e negato dall'ansia e dall'urgenza del "Fare una qualunque cosa subito".
Molti pensano che sia una moda, una delle tante piccole novità che ogni tanto emergono nell'orizzonte professionale, con poca o nulla sostanza ma illudendo un pò di colleghi disoccupati o in crisi di identità. Qualcuno, in effetti, l'ha interpretata così, e purtroppo se ne sono visti i nefasti effetti. Ma la psicologia dell'emergenza, per come sta emergendo in molti contesti, è qualcosa di molto più e di diverso rispetto a questo.
E' una psicologia trasversale. Ovvero, rappresenta un modo potenzialmente nuovo e interessante di riconcettualizzare temi, metodi e contenuti di molte altre branche della psicologia di base ed applicata. Se non facciamo l'errore grave di identificare la psicologia dell'emergenza con la psicoterapia del trauma, che è tutta un'altra cosa, ci rendiamo conto facilmente che nella psicologia dell'emergenza, necessariamente, rientrano numerosi contributi e prospettive metodologiche di altri settori delle scienze psi: dalla psicologia della comunicazione alla psicologia dei gruppi, dalla psicologia cognitiva ai modelli dinamici della clinica, dalla psicopatologia dello sviluppo alla psicologia culturale... molte delle tradizioni di ricerca più importanti della psicologia hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo di modelli autenticamente integrati e trasversali per il lavoro sull'emergenza.
Ovviamente, questo non significa fare un confuso eclettismo affastellatorio, anzi...
Significa, al contrario, saper discriminare lucidamente tra le ben differenti prospettive epistemologiche che fondano i diversi tipi di contributi, le diverse teorie ed i diversi modelli, focalizzandone gli "spazi di movimento e intersezione possibili", proprio alla luce curiosa delle ineludibili specificità dell'Emergenza.
E' un'operazione concettualmente complessa ma operazionalmente inevitabile se si vuole fare della "buona psicologia" dell'emergenza: dobbiamo quindi noi psicologi per primi riportare forti spazi di pensiero in un settore, come quello dei modelli di intervento in emergenza, che è finalizzato proprio a creare spazi di pensiero in situazioni in cui il "Pensare" viene di solito eliso e negato dall'ansia e dall'urgenza del "Fare una qualunque cosa subito".
12 febbraio 2005
Psicologi dell'emergenza ed altre discipline
Gli psicologi dell'emergenza "frequentano" altre discipline scientifiche ?
Il dubbio è lecito, perchè a livello internazionale, nei vari appuntamenti scientifici sul rischio, la sicurezza e l'emergenza, di psicologi se ne vedono sempre pochi. Prendiamo ad esempio l'ultimo incontro annuale SRA-E (Society for Risk Analysis Europe), che si è tenuto a Parigi a novembre. Si tratta forse del più importante incontro interdisciplinare di studi sul rischio e l'emergenza che si tenga in Europa. C'erano tutti: ingegneri che parlavano con i sociologi, economisti che parlavano con i geologi, medici che parlavano con i metereologi, chimici che parlavano con gli avvocati, architetti che parlavano con i geografi. Tutte le professionalità che, pur trasversalmente, vengono investite a vario titolo nella "gestione dell'emergenza" si confrontavano ampiamente e con poche "barriere di specie" tra di loro.
E gli psicologi, che pure si vorrebbero "esperti integratori di saperi differenti" ?
Ce ne erano ben 3 (si, tre), e così facendo hanno lasciato a ragionare di psicologia delle emergenze gli ingegneri ed i sociologi.
Fate un salto e divertitevi con gli atti del Convegno: Sra-E 2004
Ah, quest'anno l'appuntamento SRA-E è in settembre a Como. Andrà meglio ?
Il dubbio è lecito, perchè a livello internazionale, nei vari appuntamenti scientifici sul rischio, la sicurezza e l'emergenza, di psicologi se ne vedono sempre pochi. Prendiamo ad esempio l'ultimo incontro annuale SRA-E (Society for Risk Analysis Europe), che si è tenuto a Parigi a novembre. Si tratta forse del più importante incontro interdisciplinare di studi sul rischio e l'emergenza che si tenga in Europa. C'erano tutti: ingegneri che parlavano con i sociologi, economisti che parlavano con i geologi, medici che parlavano con i metereologi, chimici che parlavano con gli avvocati, architetti che parlavano con i geografi. Tutte le professionalità che, pur trasversalmente, vengono investite a vario titolo nella "gestione dell'emergenza" si confrontavano ampiamente e con poche "barriere di specie" tra di loro.
E gli psicologi, che pure si vorrebbero "esperti integratori di saperi differenti" ?
Ce ne erano ben 3 (si, tre), e così facendo hanno lasciato a ragionare di psicologia delle emergenze gli ingegneri ed i sociologi.
Fate un salto e divertitevi con gli atti del Convegno: Sra-E 2004
Ah, quest'anno l'appuntamento SRA-E è in settembre a Como. Andrà meglio ?
08 febbraio 2005
Un brano interessante sugli interventi nello Tsunami...
Su Repubblica Online, dopo lo Tsunami, sono stati pubblicati interessanti estratti dai "Diari sul campo" di un operatore di Medici Senza Frontiere (MSF), Sergio Cecchini.
Anche se è facile individuare alcuni dei modelli teorici sottesi alle pratiche implementate da queste brave psicologhe, alcune parti di questa descrizione potrebbero davvero stimolare alcune riflessioni sull'operatività in situazioni di questo tipo, in cui la clinica dell'emergenza deve veramente "uscire" dalla logica della tecnica fine a sè stessa, pur portando una "struttura interna" in situazioni completamente destrutturate...
Le ferite invisibili
Sigli, martedì 11 gennaio 2005.
"Laetitia e Faye sono due psicologhe di MSF. La prima è belga e la seconda indonesiana. Hanno già lavorato nei progetti di assistenza allo stress post traumatico in situazioni di conflitto ad Ambon, in Indnesia. Adesso sono qui per avviare i progetti di supporto psicologico rivolti ai sopravvissuti dello tsunami. "Da quando abbiamo iniziato - mi spiega Laetitia - abbiamo già effettuato 70 colloqui individuali e organizzato due terapie di gruppo per 40 persone su un totale di sei campi sfollati. E' solo ora che le persone iniziano a realizzare quello che è successo e ciò che hanno perso." Alle otto del mattino parto con loro e due infermieri indonesiani per raggiungere il campo sfollati di Batee, dove vivono 207 famiglie, circa 960 persone, in tende immerse nel fango. Sono i sopravvissuti di due villaggi sulla costa, dove sono morte 166 persone e altre quattro risultano tutt'ora disperse. "Non abbiamo acqua - ci dice Nario, quello che sembra essere il boss del campo - e vogliamo tornare ai nostri villaggi. Il nostro lavoro, la nostra vita è vicino al mare." Ma in realtà molti hanno ormai il terrore del mare e in più temono che i fantasmi degli scomparsi vogliano punirli. Molte persone sono convinte che lo tsunami sia stata una punizione e un avvertimento per condurre una vita più etica. Le malattie più diffuse a Batee sono la diarrea e le infezioni della pelle, in particolare la scabbia, ma ci sono anche diversi feriti. Al centro del campo c'è una specie di palafitta di legno dove i due infermieri iniziano a visitare e curare le persone.
Durante le visite, i due infermieri chiedono ai pazienti se soffrono di mal di testa, d'insonnia, di bruciori allo stomaco, di stati d'animo particolari. Quando qualcuno presenta uno di questi sintomi lo mandano della altre due "dottoresse" che, sistemate in una stanzetta di legno protetta e isolata da sguardi indiscreti, iniziano a parlare con il paziente e a indagare se si tratta di fenomeni causati da un trauma subito. Per chi è sopravvissuto adesso arriva il momento peggiore. "E' solo dopo aver soddisfatto i primi bisogni indispensabili per vivere, come guadagnare dei soldi, comprare del cibo, vedere che uno ce l'ha fatta o ce la può fare, che le persone iniziano a percepire la perdita - mi spiega Faye - ed è ora che dobbiamo intervenire perché poi subentra la fase del dolore, dell'apatia, della depressione che spinge, ad esempio, i feriti a non curarsi più, le persone a non rispettare le condizioni d'igiene, le mamme a non prendersi più cura dei loro figli, gli uomini a non lavorare più." Alla fine della mattinata Faye e Laetitia hanno visitato tre persone e i due infermieri circa 100.
Banda Aceh, martedì 19 gennaio 2005.
Oggi Faye parte per Meulaboh. Piccola piccola, è una delle persone più energiche che abbia mai incontrato. E' una psicologa, è indonesiana, è ha già lavorato nei progetti di assistenza mentale di Medici Senza Frontiere. Ad Ambon, isola a sud dell'Indonesia, era parte del team che lavorava sullo stress post traumatico causato dal conflitto che vede contrapposti cristiani a musulmani. Feye è arrivata a Banda Aceh il 31 dicembre, cinque giorni dopo lo tsunami. Il suo team ha effettuato più di 100 consultazioni individuali. L'intervento viene svolto sempre al seguito delle cliniche mobili. Quando una persona si presenta ai nostri infermieri con problemi psicosomatici, mal di testa, insonnia, gastrite, viene indirizzata da Feye. Dentro una tenda sotto un sole cocente, in una baracca di legno o nel bagagliaio della jeep, la piccola psicologa indonesiana si mette "in ascolto". Mi spiega il metodo che usano, lo chiamano "brief therapy" (terapia breve). La prima fase di questo metodo serve a creare una connessione tra il problema fisico di cui le persone soffrono e il loro stato d'animo. In questo modo si apre una breccia, che permette al paziente di elaborare il proprio problema e prenderne coscienza. A questo punto si entra nella seconda fase: far trovare alla persona le proprie risorse per stare meglio e insegnarle a farne uso. "Chiediamo se c'è stato qualcosa, nelle ultime tre settimane, che abbia avuto degli effetti positivi - mi spiega Feye - cantare una canzone, giocare con il proprio figlio, parlare con gli amici. Una volta che la persona scopre che in un determinato momento, svolgendo una determinata azione è stata meglio, ecco che il nostro obiettivo è raggiunto. Adesso saprà come poter aiutarsi in qualunque momento." Il problema è spiegare ai sopravvissuti che le proprie reazioni sono del tutto normali rispetto a un evento anormale. Dopo una giornata inera passata a contatto con storie disperate, Feye è sempre lì, allegra e affettuosa. L'immagine di lei che mi porterò nei miei ricordi è di quando, ogni tanto, faceva capolino dal cofano della jeep e ci regalava un sorriso. "
(L'autore del brano citato è Sergio Cecchini, di MSF Italia; gli articoli originali sono reperibili qui).
A proposito, il Rapporto Finale sulle attività di MSF nello Tsunami asiatico è qui: vale proprio la pena darci un'occhiata.
Anche se è facile individuare alcuni dei modelli teorici sottesi alle pratiche implementate da queste brave psicologhe, alcune parti di questa descrizione potrebbero davvero stimolare alcune riflessioni sull'operatività in situazioni di questo tipo, in cui la clinica dell'emergenza deve veramente "uscire" dalla logica della tecnica fine a sè stessa, pur portando una "struttura interna" in situazioni completamente destrutturate...
Le ferite invisibili
Sigli, martedì 11 gennaio 2005.
"Laetitia e Faye sono due psicologhe di MSF. La prima è belga e la seconda indonesiana. Hanno già lavorato nei progetti di assistenza allo stress post traumatico in situazioni di conflitto ad Ambon, in Indnesia. Adesso sono qui per avviare i progetti di supporto psicologico rivolti ai sopravvissuti dello tsunami. "Da quando abbiamo iniziato - mi spiega Laetitia - abbiamo già effettuato 70 colloqui individuali e organizzato due terapie di gruppo per 40 persone su un totale di sei campi sfollati. E' solo ora che le persone iniziano a realizzare quello che è successo e ciò che hanno perso." Alle otto del mattino parto con loro e due infermieri indonesiani per raggiungere il campo sfollati di Batee, dove vivono 207 famiglie, circa 960 persone, in tende immerse nel fango. Sono i sopravvissuti di due villaggi sulla costa, dove sono morte 166 persone e altre quattro risultano tutt'ora disperse. "Non abbiamo acqua - ci dice Nario, quello che sembra essere il boss del campo - e vogliamo tornare ai nostri villaggi. Il nostro lavoro, la nostra vita è vicino al mare." Ma in realtà molti hanno ormai il terrore del mare e in più temono che i fantasmi degli scomparsi vogliano punirli. Molte persone sono convinte che lo tsunami sia stata una punizione e un avvertimento per condurre una vita più etica. Le malattie più diffuse a Batee sono la diarrea e le infezioni della pelle, in particolare la scabbia, ma ci sono anche diversi feriti. Al centro del campo c'è una specie di palafitta di legno dove i due infermieri iniziano a visitare e curare le persone.
Durante le visite, i due infermieri chiedono ai pazienti se soffrono di mal di testa, d'insonnia, di bruciori allo stomaco, di stati d'animo particolari. Quando qualcuno presenta uno di questi sintomi lo mandano della altre due "dottoresse" che, sistemate in una stanzetta di legno protetta e isolata da sguardi indiscreti, iniziano a parlare con il paziente e a indagare se si tratta di fenomeni causati da un trauma subito. Per chi è sopravvissuto adesso arriva il momento peggiore. "E' solo dopo aver soddisfatto i primi bisogni indispensabili per vivere, come guadagnare dei soldi, comprare del cibo, vedere che uno ce l'ha fatta o ce la può fare, che le persone iniziano a percepire la perdita - mi spiega Faye - ed è ora che dobbiamo intervenire perché poi subentra la fase del dolore, dell'apatia, della depressione che spinge, ad esempio, i feriti a non curarsi più, le persone a non rispettare le condizioni d'igiene, le mamme a non prendersi più cura dei loro figli, gli uomini a non lavorare più." Alla fine della mattinata Faye e Laetitia hanno visitato tre persone e i due infermieri circa 100.
Banda Aceh, martedì 19 gennaio 2005.
Oggi Faye parte per Meulaboh. Piccola piccola, è una delle persone più energiche che abbia mai incontrato. E' una psicologa, è indonesiana, è ha già lavorato nei progetti di assistenza mentale di Medici Senza Frontiere. Ad Ambon, isola a sud dell'Indonesia, era parte del team che lavorava sullo stress post traumatico causato dal conflitto che vede contrapposti cristiani a musulmani. Feye è arrivata a Banda Aceh il 31 dicembre, cinque giorni dopo lo tsunami. Il suo team ha effettuato più di 100 consultazioni individuali. L'intervento viene svolto sempre al seguito delle cliniche mobili. Quando una persona si presenta ai nostri infermieri con problemi psicosomatici, mal di testa, insonnia, gastrite, viene indirizzata da Feye. Dentro una tenda sotto un sole cocente, in una baracca di legno o nel bagagliaio della jeep, la piccola psicologa indonesiana si mette "in ascolto". Mi spiega il metodo che usano, lo chiamano "brief therapy" (terapia breve). La prima fase di questo metodo serve a creare una connessione tra il problema fisico di cui le persone soffrono e il loro stato d'animo. In questo modo si apre una breccia, che permette al paziente di elaborare il proprio problema e prenderne coscienza. A questo punto si entra nella seconda fase: far trovare alla persona le proprie risorse per stare meglio e insegnarle a farne uso. "Chiediamo se c'è stato qualcosa, nelle ultime tre settimane, che abbia avuto degli effetti positivi - mi spiega Feye - cantare una canzone, giocare con il proprio figlio, parlare con gli amici. Una volta che la persona scopre che in un determinato momento, svolgendo una determinata azione è stata meglio, ecco che il nostro obiettivo è raggiunto. Adesso saprà come poter aiutarsi in qualunque momento." Il problema è spiegare ai sopravvissuti che le proprie reazioni sono del tutto normali rispetto a un evento anormale. Dopo una giornata inera passata a contatto con storie disperate, Feye è sempre lì, allegra e affettuosa. L'immagine di lei che mi porterò nei miei ricordi è di quando, ogni tanto, faceva capolino dal cofano della jeep e ci regalava un sorriso. "
(L'autore del brano citato è Sergio Cecchini, di MSF Italia; gli articoli originali sono reperibili qui).
A proposito, il Rapporto Finale sulle attività di MSF nello Tsunami asiatico è qui: vale proprio la pena darci un'occhiata.
07 febbraio 2005
Piano piano...
Beh, piano piano il blog inizia a ricevere accessi.
Ma quello che più è importante è che si inizi a contribuire e partecipare alla discussione, anche condividendo situazioni, riflessioni, pareri, segnalazioni.
Come ?
E' semplicissimo. Basta cliccare in fondo al post cui si vuole rispondere o aggiungere qualcosa, sulla scritta "comment" in bianco. Da lì, si clicca su "Post Comment", scrivete il vostro contributo et voilà, fatto. Se volete, in assoluto anonimato.
Rendiamolo un blog vivo ! Di esperienze da condividere o riflessioni da fare penso ce ne siano tante.
Buon blog a tutti !
Ma quello che più è importante è che si inizi a contribuire e partecipare alla discussione, anche condividendo situazioni, riflessioni, pareri, segnalazioni.
Come ?
E' semplicissimo. Basta cliccare in fondo al post cui si vuole rispondere o aggiungere qualcosa, sulla scritta "comment" in bianco. Da lì, si clicca su "Post Comment", scrivete il vostro contributo et voilà, fatto. Se volete, in assoluto anonimato.
Rendiamolo un blog vivo ! Di esperienze da condividere o riflessioni da fare penso ce ne siano tante.
Buon blog a tutti !
22 gennaio 2005
Volontariato e Psicologia dell'Emergenza...
Psicologia dell'emergenza, Volontari del Soccorso, Volontari della Protezione Civile… ci sarebbe molto di cui parlare.
I Volontari (ma anche i professionisti dell'emergenza: IP, medici, funzionari…) si trovano spessissimo a contatto con situazioni ad alta densità emotiva: ansia, angoscia, depressione, paura, confusione, aggressività sembrano saturare il "campo operativo". Spesso si vorrebbe avere la parola "giusta", il commento appropriato, il modo di porsi, di parlare e di ascoltare che rassicuri e stabilizzi anche psicologicamente il paziente ed i suoi familiari, mentre ci occupiamo di stabilizzarlo fisicamente. E' un esigenza che in realtà c'e' sempre stata, ma solo recentemente ci si è iniziati a porre il problema in maniera più consapevole.
Ed anche noi operatori abbiamo bisogno di rivedere emotivamente cosa ci è successo, dopo un intervento particolarmente impegnativo o ricco di ansie e difficoltà (come un codice rosso pediatrico, od un incidente maggiore in cui le vittime hanno subito lesioni molto gravi). Parlare delle emozioni vissute, tra Volontari, a volte è difficile: c'e' sempre l'impressione che il collega accanto abbia "retto meglio", e non si vuole dimostrare l'ansia provata. Si smonta dal turno di servizio e si torna dritti a casa, portandoci dietro il nostro spiacevole vissuto.
Sbagliato: la letteratura scientifica ripete, dati alla mano, che precludersi la possibilità di parlare di cosa è avvenuto, con libertà, con i propri colleghi può essere un grave fattore di rischio per lo sviluppo di reazioni traumatiche in futuro. Se si riesce, meglio scambiare due parole subito (magari proprio per scoprire che anche gli altri si sono sentiti in difficoltà), che andarsene a casa chiudendo in un rigido silenzio quanto si è provato.
Sono in realtà tutti temi di grande complessità, poche righe non possono renderne ragione. Ma magari, con il contributo degli amici Volontari, mi piacerebbe approfondirli un po’...
I Volontari (ma anche i professionisti dell'emergenza: IP, medici, funzionari…) si trovano spessissimo a contatto con situazioni ad alta densità emotiva: ansia, angoscia, depressione, paura, confusione, aggressività sembrano saturare il "campo operativo". Spesso si vorrebbe avere la parola "giusta", il commento appropriato, il modo di porsi, di parlare e di ascoltare che rassicuri e stabilizzi anche psicologicamente il paziente ed i suoi familiari, mentre ci occupiamo di stabilizzarlo fisicamente. E' un esigenza che in realtà c'e' sempre stata, ma solo recentemente ci si è iniziati a porre il problema in maniera più consapevole.
Ed anche noi operatori abbiamo bisogno di rivedere emotivamente cosa ci è successo, dopo un intervento particolarmente impegnativo o ricco di ansie e difficoltà (come un codice rosso pediatrico, od un incidente maggiore in cui le vittime hanno subito lesioni molto gravi). Parlare delle emozioni vissute, tra Volontari, a volte è difficile: c'e' sempre l'impressione che il collega accanto abbia "retto meglio", e non si vuole dimostrare l'ansia provata. Si smonta dal turno di servizio e si torna dritti a casa, portandoci dietro il nostro spiacevole vissuto.
Sbagliato: la letteratura scientifica ripete, dati alla mano, che precludersi la possibilità di parlare di cosa è avvenuto, con libertà, con i propri colleghi può essere un grave fattore di rischio per lo sviluppo di reazioni traumatiche in futuro. Se si riesce, meglio scambiare due parole subito (magari proprio per scoprire che anche gli altri si sono sentiti in difficoltà), che andarsene a casa chiudendo in un rigido silenzio quanto si è provato.
Sono in realtà tutti temi di grande complessità, poche righe non possono renderne ragione. Ma magari, con il contributo degli amici Volontari, mi piacerebbe approfondirli un po’...
20 gennaio 2005
Qualche risorsa per iniziare...
Siete interessati alla Psicologia dell'Emergenza ?
Siete professionisti Psi-, o operatori professionali dell'emergenza (Volontari della Protezione Civile, della Croce Rossa, operatori delle Forze dell'Ordine) che vogliono saperne di più ? Eccovi alcune risorse per partire…
1) Il sito del Master Post-Lauream in Psicologia dell'Emergenza della Facoltà di Psicologia dell'Università di Padova contiene molte risorse ed elenchi di links interessanti; andate a dargli un'occhiata:
http://emergenza.psy.unipd.it
In particolare le risorse di interesse si trovano su questa pagina, che è piuttosto ricca di riferimenti utili:
http://emergenza.psy.unipd.it/links.html
2) Su Psychomedia, la più importante rivista italiana online di psicologia e psichiatria professionali, c'e' un'intera sezione dedicata alla Psicologia dell'Emergenza e la Psicotraumatologia, con articoli, materiali, bibliografie ragionate, elenchi di links, risorse liberamente accessibili:
http://www.psychomedia.it/pm/grpind/socindx1.htm
3) Masticate un po’ di inglese ? Andate sull'Australasian !
L'Australasian Journal of Disaster and Trauma Studies è forse il più importante Journal scientifico online, a libero accesso, di psicologia dell'emergenza. Imperdibile. Ok, sono di parte: l'editor è Douglas Paton, che è un mio amico e con cui ho collaborato per diverse iniziative editoriali. D'altra parte è vero che, amicizia a parte, nella comunità internazionale della psicologia dell'emergenza l'Australasian è una vera istituzione per serietà scientifica ed estremo interesse applicativo degli articoli proposti.
http://www.massey.ac.nz/~trauma/
4) In un post precedente ho citato la scuola francese di studi sull'emergenza. Ed allora andiamo a vedere cosa combinano questi francesi... magari partendo dal celebre "Journal International de Victimologie", altro ottimo esempio di come si può fare una bella rivista scientifica online su questi argomenti.
http://www.jidv.com
Siete professionisti Psi-, o operatori professionali dell'emergenza (Volontari della Protezione Civile, della Croce Rossa, operatori delle Forze dell'Ordine) che vogliono saperne di più ? Eccovi alcune risorse per partire…
1) Il sito del Master Post-Lauream in Psicologia dell'Emergenza della Facoltà di Psicologia dell'Università di Padova contiene molte risorse ed elenchi di links interessanti; andate a dargli un'occhiata:
http://emergenza.psy.unipd.it
In particolare le risorse di interesse si trovano su questa pagina, che è piuttosto ricca di riferimenti utili:
http://emergenza.psy.unipd.it/links.html
2) Su Psychomedia, la più importante rivista italiana online di psicologia e psichiatria professionali, c'e' un'intera sezione dedicata alla Psicologia dell'Emergenza e la Psicotraumatologia, con articoli, materiali, bibliografie ragionate, elenchi di links, risorse liberamente accessibili:
http://www.psychomedia.it/pm/grpind/socindx1.htm
3) Masticate un po’ di inglese ? Andate sull'Australasian !
L'Australasian Journal of Disaster and Trauma Studies è forse il più importante Journal scientifico online, a libero accesso, di psicologia dell'emergenza. Imperdibile. Ok, sono di parte: l'editor è Douglas Paton, che è un mio amico e con cui ho collaborato per diverse iniziative editoriali. D'altra parte è vero che, amicizia a parte, nella comunità internazionale della psicologia dell'emergenza l'Australasian è una vera istituzione per serietà scientifica ed estremo interesse applicativo degli articoli proposti.
http://www.massey.ac.nz/~trauma/
4) In un post precedente ho citato la scuola francese di studi sull'emergenza. Ed allora andiamo a vedere cosa combinano questi francesi... magari partendo dal celebre "Journal International de Victimologie", altro ottimo esempio di come si può fare una bella rivista scientifica online su questi argomenti.
http://www.jidv.com
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