SONO STATI FINALMENTE PUBBLICATI IN GAZZETTA UFFICIALE I "CRITERI DI MASSIMA SUGLI INTERVENTI PSICO-SOCIALI DA ATTUARE NELLE CATASTROFI", L'ATTESO DOCUMENTO-QUADRO SULL'INTERVENTO PSICOLOGICO IN EMERGENZA.
G.U. n. 200 del 29/08/2006.
Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 13 giugno 2006
"Criteri di massima sugli interventi psico-sociali da attuare nelle catastrofi"
Lo si trova in evidenza sulla pagina http://gazzette.comune.jesi.an.it/index.html, oppure per 60 giorni in http://www.gazzettaufficiale.it/index.jsp cliccando di seguito: Serie Generale, n. 200 del 29-08-2006.
Si accompagna alla notizia una breve analisi, che è stata da poco ricevuta dal Blog.
"La Direttiva emanata dalla Presidente del Consiglio dei Ministri 13 giugno 2006 rappresenta una tappa importante nel processo di legittimazione e organizzazione degli interventi psicosociali da parte del Dipartimento di Protezione Civile. L'importanza ed alcune criticità di tale processo vanno tuttavia letti su più livelli interpretativi.
1) IMPORTANZA:
A) Sul piano formale e giuridico, questa direttiva rappresenta un significativo completamento attuativo della precedente direttiva emanata nel 2001 (1) con la quale "l'assistenza psicologica" veniva collocata all'interno della cosiddetta FUNZIONE 2 (Assistenza sanitaria e veterinaria, assistenza sociale). Una principio importante perché per la prima volta in Italia veniva prevista l'ASSISTENZA PSICOLOGICA in caso di catastrofi. Con questa nuova direttiva si può dire concluso il processo di legittimazione della psicologia e della psichiatria negli scenari dell'emergenza e colmato il divario che esisteva tra l'Italia e gli altri paesi occidentali;
B) Sul piano etico e valoriale da questa direttiva risulta un riconoscimento esplicito dei bisogni psicosociali degli individui e delle popolazioni colpite da calamità e disastri e del loro diritto ad essere soccorse anche rispetto a questa dimensione individuale e comunitaria. Ma anche sui bisogni psicosociali dei soccorritori viene posta una nuova attenzione e previsto un aiuto specifico;
C) Sul piano operativo, per la prima volta vengono indicate alle regioni modelli organizzativi che sollecitano la presenza effettiva e non virtuale delle professioni psy (psicologi e psichiatri) del servizio sanitario sullo scenario dell'emergenza accanto ad altri operatori sanitari;
D) Sul piano culturale si deve segnalare l'attenzione posta alle iniziative di formazione degli individui e delle comunità a scopo preventivo;
E) Infine sul piano tecnico-professionale risulta interessante la proposta di un triage psicologico e la sottolineatura data alla preparazione e formazione specifica dei professionisti psicologi e psichiatri dell'emergenza.
2) CRITICITA':
A) La collocazione dell'assistenza psicologica nell'area della Funzione 2 (Sanità), se risulta importante per gli aspetti clinici e psichiatrici, nella pratica operativa rischia d'essere inibente per tutti quegli aspetti non clinici che vengono inclusi dal termine psicosociale e che rappresentano la maggiore espressione dei bisogni dopo un disastro e degli interventi di sostegno agli individui e alle comunità;
B) In questi anni, soprattutto a livello territoriale (Regioni, Province, Comuni) sono state esperimentati e riconosciuti attraverso il volontariato professionale degli psicologi modelli organizzativi forse più duttili ed efficienti di quelli che si potrebbero realizzare con le costituende Equipe Psicosociali dell'Emergenza in ambito del Servizio Sanitario Pubblico notoriamente ancora appesantito da burocrazie, carenza di risorse, conflitti di potere...
C) La possibile integrazione del personale dipendente con "ulteriori risorse identificate nell'ambito di associazioni di volontariato, enti locali, ordini professionali, etc." risulta del tutto convincente, ma l'indicazione appare ancora alquanto vaga e di difficile attuazione pratica;
D) Nell'uso della terminologia "psicosociale", "psicologica", "psichiatrica", appare una certa ambiguità rispetto ai contenuti e alle attività;
E) L'utilizzo della sigla PSIC nella casacca verde potrebbe non essere né di facile lettura né di chiara identificazione: meglio sarebbe stato riservare "psicologo" agli psicologi e "psichiatra" agli psichiatri;
In conclusione ci si augura che questi indirizzi operativi nazionali trovino nelle Regioni non solo una accoglienza sui principi e sui valori, ma anche un'attuazione operativa ed organizzativa più coerente con le positive esperienze effettuate in questi anni, soprattutto nel volontariato professionale degli Psicologi.
(1) Decreto del Ministero dell'Interno 13 febbraio 2001, G.U. n. 81 del 06.04.2001, "Criteri di massima per l'organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi" (Comunicato n.116, Supplemento G.U. n.109 del 12 maggio 2001) con la quale si enunciavano (in forma di principio) all'interno della FUNZIONE 2 (Assistenza sanitaria e veterinaria, assistenza sociale) le "attività di assistenza psicologica e di assistenza sociale alla popolazione" che comprende "assistenza psicologica, igiene mentale, assistenza sociale, domiciliare, geriatrica".
Un anticipo dell'attuazione di tale principio della necessaria "assistenza psicologica" lo si può tuttavia già riscontrare in un altro documento applicativo della Direttiva della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 6 aprile 2006 (G.U. n.87 del 13 aprile 2006): "Indicazioni per il coordinamento operativo di emergenze dovute ad incidenti stradali, ferroviari, aerei e di mare, ad esplosioni e crolli di strutture e ad incidenti con presenze di sostanze pericolose" (G.U. n.101 del 3 maggio 2006)".
07 settembre 2006
25 agosto 2006
Commenti
Buondì a tutti,
gli spazi tematici stanno iniziando ad animarsi, con i primi contributi ed i primi ("densi" !) commenti.
Ricordo a tutti che la partecipazione e l'invio di commenti è libera per tutti i lettori del Blog; per leggere i Commenti degli altri ed inviare i propri è sufficiente cliccare sul piccolo link in bianco "Comments", presente sotto ogni spazio di discussione.
Buon lavoro,
Luca
gli spazi tematici stanno iniziando ad animarsi, con i primi contributi ed i primi ("densi" !) commenti.
Ricordo a tutti che la partecipazione e l'invio di commenti è libera per tutti i lettori del Blog; per leggere i Commenti degli altri ed inviare i propri è sufficiente cliccare sul piccolo link in bianco "Comments", presente sotto ogni spazio di discussione.
Buon lavoro,
Luca
17 agosto 2006
Laboratorio 11: "L'intervento psicologico di emergenza nel contesto degli interventi di P.C. Lezioni apprese dopo l'esperienza Tsunami"
Responsabile: Rita Erica Fioravanzo
Laboratorio 10: "Prepararsi all'emergenza. Le attività di prevenzione con bambini, adolescenti, adulti"
Responsabili: Rita Di Iorio, Daniele Biondo
Cari colleghi
Vorremmo avanzare alcune proposte per l’organizzazione del laboratorio n.10 "Prepararsi all'emergenza. Le attività di prevenzione nelle scuole "
Vorremmo che il laboratorio possa rappresentare per tutti i partecipanti un’occasione per presentare le proprie esperienze di educazione all’emergenza ed alla protezione civile.
A tale scopo ci sembra utile organizzare il Laboratorio con una doppia divisione interdipendente:
- per fasce tematiche (divise dal microrischio al macrorischio)
- per fascia di età (dalla prima infanzia all’età adulta)
Queste variabili sono significative nell’impostazione metodologica e tecnica delle attività.
Le due fasce tematiche sono interdipendenti nel senso che, ad esempio, l’apprendimento del comportamento corretto in caso di incendio con gli adolescenti presuppone una metodologia educativa diversa rispetto a quella da realizzare con i bambini della scuola elementare. Non vorremmo che il titolo del laboratorio escludesse le attività educative che possono essere realizzate con gli adulti all’interno, ad esempio, dei percorsi di formazione aziendale o della scuola per gli adulti (EDA) e quindi vorremmo comunicare la nostra disponibilità ad affrontare anche questo specifico target della prevenzione.
Su ognuna di questi sotto-argomenti ogni partecipante può presentare una sua esperienza (15 minuti) oppure presentare altri argomenti di proprio interesse.
Se avete creato materiali didattici, schede, strumenti per la preparazione all’emergenza questa è l’occasione giusta per presentarli. Vi preghiamo di segnalarci in tempo (all’indirizzo e-mail: dbiondo@hotmail.com) la vostra intenzione di presentare una vostra esperienza in modo da poter preparare in tempo il programma dei lavori del laboratorio.
Noi pensiamo di organizzare per ognuno dei diversi target e per le diverse fasce tematiche schede di lavoro di gruppo. Tali momenti di lavoro comune da noi animati saranno realizzati con la stessa modalità organizzativa di un intervento a scuola, dove il gruppo rappresenta l’unità di lavoro dell’esperienza didattica. Pensiamo che il gruppo rappresenti il vero strumento mentale per affrontare l’emergenza, pur non dimenticando che la sopravvivenza sia anche una competenza individuale. Ma pensiamo che occorra costruire la competenza sociale della sopravvivenza collettiva per prepararsi efficacemente all’emergenza. Quindi contiamo di proporre ai partecipanti un’esperienza centrata sul gruppo e sulle metodologie di educazione attiva. Contiamo di presentare ai partecipanti anche gli strumenti didattici da noi prodotti: schede didattiche e pubblicazioni (dal CD “prepararsi all’emergenza”, ai diversi libri, consultare a tal proposito il sito http://www.centrorampi.it) al fine di offrire loro un modello completo di intervento dello psicologo dell’emergenza interessato a fare prevenzione.
Le pubblicazioni potrebbero essere richieste a noi (dbiondo@hotmail.com) in modo che possiamo farle avere al campo.
FATEVI VIVI!!
Un saluto, Daniele Biondo e Rita Di Iorio
Cari colleghi
Vorremmo avanzare alcune proposte per l’organizzazione del laboratorio n.10 "Prepararsi all'emergenza. Le attività di prevenzione nelle scuole "
Vorremmo che il laboratorio possa rappresentare per tutti i partecipanti un’occasione per presentare le proprie esperienze di educazione all’emergenza ed alla protezione civile.
A tale scopo ci sembra utile organizzare il Laboratorio con una doppia divisione interdipendente:
- per fasce tematiche (divise dal microrischio al macrorischio)
- per fascia di età (dalla prima infanzia all’età adulta)
Queste variabili sono significative nell’impostazione metodologica e tecnica delle attività.
Le due fasce tematiche sono interdipendenti nel senso che, ad esempio, l’apprendimento del comportamento corretto in caso di incendio con gli adolescenti presuppone una metodologia educativa diversa rispetto a quella da realizzare con i bambini della scuola elementare. Non vorremmo che il titolo del laboratorio escludesse le attività educative che possono essere realizzate con gli adulti all’interno, ad esempio, dei percorsi di formazione aziendale o della scuola per gli adulti (EDA) e quindi vorremmo comunicare la nostra disponibilità ad affrontare anche questo specifico target della prevenzione.
Su ognuna di questi sotto-argomenti ogni partecipante può presentare una sua esperienza (15 minuti) oppure presentare altri argomenti di proprio interesse.
Se avete creato materiali didattici, schede, strumenti per la preparazione all’emergenza questa è l’occasione giusta per presentarli. Vi preghiamo di segnalarci in tempo (all’indirizzo e-mail: dbiondo@hotmail.com) la vostra intenzione di presentare una vostra esperienza in modo da poter preparare in tempo il programma dei lavori del laboratorio.
Noi pensiamo di organizzare per ognuno dei diversi target e per le diverse fasce tematiche schede di lavoro di gruppo. Tali momenti di lavoro comune da noi animati saranno realizzati con la stessa modalità organizzativa di un intervento a scuola, dove il gruppo rappresenta l’unità di lavoro dell’esperienza didattica. Pensiamo che il gruppo rappresenti il vero strumento mentale per affrontare l’emergenza, pur non dimenticando che la sopravvivenza sia anche una competenza individuale. Ma pensiamo che occorra costruire la competenza sociale della sopravvivenza collettiva per prepararsi efficacemente all’emergenza. Quindi contiamo di proporre ai partecipanti un’esperienza centrata sul gruppo e sulle metodologie di educazione attiva. Contiamo di presentare ai partecipanti anche gli strumenti didattici da noi prodotti: schede didattiche e pubblicazioni (dal CD “prepararsi all’emergenza”, ai diversi libri, consultare a tal proposito il sito http://www.centrorampi.it) al fine di offrire loro un modello completo di intervento dello psicologo dell’emergenza interessato a fare prevenzione.
Le pubblicazioni potrebbero essere richieste a noi (dbiondo@hotmail.com) in modo che possiamo farle avere al campo.
FATEVI VIVI!!
Un saluto, Daniele Biondo e Rita Di Iorio
Laboratorio 9: "Ruoli psicologici dei simulatori nelle esercitazioni di P.C. e psicologia del simulatore"
Responsabile: Esperto Nazionale Croce Rossa Italiana
In questo LABORATORIO avremo la fortuna di lavorare con due dei massimi esperti nazionali della CRI in ambito di simulazione e trucco: Glauco PITTIONI (Cevedale) e Giuseppe GIORDANA (Cuneo).
Segnalo da internet il Manuale curato dalla CRI, Volontari del Soccorso e Pionieri della Provincia di Udine dal titolo: “Nozioni Pratiche per realizzare simulazioni di emergenza, edito da Croce Rossa Italiana” scaricabile da internet in: http://www.volontaricriudine.it/manuali/
La CRI ha pubblicato anche un Regolamento Nazionale Truccatori e Simulatori che si può scaricare da http://www.cri.it/componenti/volontari/arch-docu/Reg-Nazionale-T-S.pdf
Ed ecco una breve STORIA dei truccatori e simulatori:
http://spazioinwind.libero.it/cribagnoaripoli/html/storiatrusim.htm
“Da notizie raccolte, l'esercito Britannico, nell'ultima guerra mondiale (1939 - 1944) usò attori di professione truccandoli e facendo loro interpretare vari casi di incidente.
Lo scopo fu quello di sottoporre il personale sanitario alla visione di ogni sorta di ferite e traumi che si potevano verificare in situazioni particolari come incidenti, infortuni di vario genere, conflitti armati, ecc. in modo da acquisire freddezza e coraggio, indispensabili in momenti di emergenza.
In Gran Bretagna, Danimarca e Svizzera nel 1944, in Francia nel 1950 e Svezia nel 1953, furono divulgati i primi fondamenti e creati i primi espedienti per rendere, con la loro applicazione, più veritiera e possibile la situazione che si voleva creare.
In Germania, fino al 1950, furono prodotte schede che rappresentavano i vari tipi di ferita. successivamente, nel 1951, furono create, con materiale gommoso, ferite, traumi o lesioni da applicare alle persone che venivano di volta in volta impiegate nelle diverse simulazioni.
Questo tipo di materiale presentava però alcuni problemi, in quanto doveva venire fissato al corpo del simulatore con elastici, cerotti o altro materiale adesivo. Inoltre, pur avendo una rassomiglianza notevole con la ferita, si poteva notare a distanza l'applicazione di corpi estranei sul simulatore e spesso il risultato finale non era quello voluto.
Nel 1954, distribuiti dalla Croce Rossa giovanile tedesca apparvero i primi "fogli per la rappresentazione realistica di un incidente" trasformati poi, dal 1955, in opuscoli che furono distribuiti sul territorio in diverse edizioni.
Sulla base della negativa esperienza avuta con l'uso di modelli di ferita prodotti in materiale gommoso, nel 1964 fu prodotta la prima cassettina per trucchi "Mehlem 64" che dal 1984 viene usata con grandissimo successo dalla Croce rossa Tedesca. Sono state anche preparate dispense da utilizzare come materiale didattico nei diversi gradi di istruzione.
In Italia il Gruppo Truccatori ha avuto i suoi Natali nel 1983 nel Friuli Venezia Giulia quando si svolse il 1° corso per Truccatori tenuto da Istruttori della Croce Rossa Tedesca.
Il Piemonte è stata la prima Regione a dare un'organizzazione ben definita al gruppo dei truccatori, provvedendo a censirli e documentandone singolarmente l'attività svolta; vengono nominati Delegati Tecnici ai vari livelli, dai locali, ai provinciali al regionale.
Nel Marzo '97 si svolse a Roma, con la partecipazione di due docenti attestati della Croce Rossa Tedesca, il primo Corso Nazionale per Istruttori di Trucco.
A Roma l'Ispettorato Nazionale ritenne che tale gruppo necessitava di un responsabile nazionale, così nello stesso anno il V.d.S. Giuseppe Giordana, già Delegato Tecnico Regionale del Piemonte, venne nominato: Delegato Tecnico Nazionale per i Truccatori e i Simulatori.
Da quel momento in poi fu tutto un susseguirsi di attività.
Nell'ottobre del 1998 venne organizzato il 2° Corso Istruttori di Trucco e contemporaneamente il 1° Corso Nazionale per Formatori Istruttori di Trucco, presso il Comitato Locale di Borgo S. Dalmazzo (CN).
Sempre in questo anno, presso il Comitato Provinciale di Udine, nascono i primi simulatori professionisti attestati.
Il 1 gennaio 2001 è ufficialmente entrato in vigore il Regolamento Nazionale Truccatori e Simulatori.
Molti Truccatori, Simulatori e Istruttori hanno lavorato in manifestazioni a livello nazionale ed europeo: gare di Primo Soccorso, di esercitazioni in vari Regioni e svariate attività per aziende od Enti extra Croce Rossa; di particolare interesse le collaborazioni con il C.P.E. Consorzio Piemonte Emergenza, con alcune A.S.L. e A.N.P.A.S. del Piemonte e della Lombardia, con l'A.S.L. 7 della Toscana, con Siena Emergenza e la Misericordia, con la Base NATO di Vicenza e l'American Red Cross.
Il Gruppo ha inoltre contribuito alla realizzazione di trucchi cinematografici in alcuni films e trasmissioni televisive.
L'attività del Gruppo è sempre in continua espansione”
Segnalo infine l’articolo di Rosana Bullian in: http://www.psicologiperipopolifvg.it/articoli.php
( Luigi Ranzato )
In questo LABORATORIO avremo la fortuna di lavorare con due dei massimi esperti nazionali della CRI in ambito di simulazione e trucco: Glauco PITTIONI (Cevedale) e Giuseppe GIORDANA (Cuneo).
Segnalo da internet il Manuale curato dalla CRI, Volontari del Soccorso e Pionieri della Provincia di Udine dal titolo: “Nozioni Pratiche per realizzare simulazioni di emergenza, edito da Croce Rossa Italiana” scaricabile da internet in: http://www.volontaricriudine.it/manuali/
La CRI ha pubblicato anche un Regolamento Nazionale Truccatori e Simulatori che si può scaricare da http://www.cri.it/componenti/volontari/arch-docu/Reg-Nazionale-T-S.pdf
Ed ecco una breve STORIA dei truccatori e simulatori:
http://spazioinwind.libero.it/cribagnoaripoli/html/storiatrusim.htm
“Da notizie raccolte, l'esercito Britannico, nell'ultima guerra mondiale (1939 - 1944) usò attori di professione truccandoli e facendo loro interpretare vari casi di incidente.
Lo scopo fu quello di sottoporre il personale sanitario alla visione di ogni sorta di ferite e traumi che si potevano verificare in situazioni particolari come incidenti, infortuni di vario genere, conflitti armati, ecc. in modo da acquisire freddezza e coraggio, indispensabili in momenti di emergenza.
In Gran Bretagna, Danimarca e Svizzera nel 1944, in Francia nel 1950 e Svezia nel 1953, furono divulgati i primi fondamenti e creati i primi espedienti per rendere, con la loro applicazione, più veritiera e possibile la situazione che si voleva creare.
In Germania, fino al 1950, furono prodotte schede che rappresentavano i vari tipi di ferita. successivamente, nel 1951, furono create, con materiale gommoso, ferite, traumi o lesioni da applicare alle persone che venivano di volta in volta impiegate nelle diverse simulazioni.
Questo tipo di materiale presentava però alcuni problemi, in quanto doveva venire fissato al corpo del simulatore con elastici, cerotti o altro materiale adesivo. Inoltre, pur avendo una rassomiglianza notevole con la ferita, si poteva notare a distanza l'applicazione di corpi estranei sul simulatore e spesso il risultato finale non era quello voluto.
Nel 1954, distribuiti dalla Croce Rossa giovanile tedesca apparvero i primi "fogli per la rappresentazione realistica di un incidente" trasformati poi, dal 1955, in opuscoli che furono distribuiti sul territorio in diverse edizioni.
Sulla base della negativa esperienza avuta con l'uso di modelli di ferita prodotti in materiale gommoso, nel 1964 fu prodotta la prima cassettina per trucchi "Mehlem 64" che dal 1984 viene usata con grandissimo successo dalla Croce rossa Tedesca. Sono state anche preparate dispense da utilizzare come materiale didattico nei diversi gradi di istruzione.
In Italia il Gruppo Truccatori ha avuto i suoi Natali nel 1983 nel Friuli Venezia Giulia quando si svolse il 1° corso per Truccatori tenuto da Istruttori della Croce Rossa Tedesca.
Il Piemonte è stata la prima Regione a dare un'organizzazione ben definita al gruppo dei truccatori, provvedendo a censirli e documentandone singolarmente l'attività svolta; vengono nominati Delegati Tecnici ai vari livelli, dai locali, ai provinciali al regionale.
Nel Marzo '97 si svolse a Roma, con la partecipazione di due docenti attestati della Croce Rossa Tedesca, il primo Corso Nazionale per Istruttori di Trucco.
A Roma l'Ispettorato Nazionale ritenne che tale gruppo necessitava di un responsabile nazionale, così nello stesso anno il V.d.S. Giuseppe Giordana, già Delegato Tecnico Regionale del Piemonte, venne nominato: Delegato Tecnico Nazionale per i Truccatori e i Simulatori.
Da quel momento in poi fu tutto un susseguirsi di attività.
Nell'ottobre del 1998 venne organizzato il 2° Corso Istruttori di Trucco e contemporaneamente il 1° Corso Nazionale per Formatori Istruttori di Trucco, presso il Comitato Locale di Borgo S. Dalmazzo (CN).
Sempre in questo anno, presso il Comitato Provinciale di Udine, nascono i primi simulatori professionisti attestati.
Il 1 gennaio 2001 è ufficialmente entrato in vigore il Regolamento Nazionale Truccatori e Simulatori.
Molti Truccatori, Simulatori e Istruttori hanno lavorato in manifestazioni a livello nazionale ed europeo: gare di Primo Soccorso, di esercitazioni in vari Regioni e svariate attività per aziende od Enti extra Croce Rossa; di particolare interesse le collaborazioni con il C.P.E. Consorzio Piemonte Emergenza, con alcune A.S.L. e A.N.P.A.S. del Piemonte e della Lombardia, con l'A.S.L. 7 della Toscana, con Siena Emergenza e la Misericordia, con la Base NATO di Vicenza e l'American Red Cross.
Il Gruppo ha inoltre contribuito alla realizzazione di trucchi cinematografici in alcuni films e trasmissioni televisive.
L'attività del Gruppo è sempre in continua espansione”
Segnalo infine l’articolo di Rosana Bullian in: http://www.psicologiperipopolifvg.it/articoli.php
( Luigi Ranzato )
Laboratorio 8: "La formazione degli psicologi dell'emergenza"
Avviato e rinviato ad altra data con gli addetti delle Università e delle Associazioni.
Laboratorio 7: "Il triage sanitario e il triage psicosociale"
Responsabili: Michele Cusano e Alessandro Brunialti
(Alcune riflessioni di Luigi Ranzato)
A) Triage Sanitario:
“Il termine sanitario Triage, dal francese trier che significa scegliere, non nacque in origine per gestire il sovraffollamento dei Pronto Soccorsi, semmai è avvenuto successivamente, ed è in realtà, come lo conosciamo noi oggi, un’evoluzione del soccorso extraospedaliero. Questo, a sua volta, nasce dalla sanità militare …”
Questa interessante notazione sulla storia del Triage la potete leggere nel sito del Gruppo Formazione Triage (http://www.triage.it/index00.htm), accanto ad altre informazioni sulla definizione, metodologia, codici di priorità, parametri vitali, tipi di triage, scheda di triage, materiali utili.
Sulla storia che colloca la nascita del triage sullo scenario dell’emergenza dopo le battaglie, potete consultare anche http://www.sanmatteo.org/med-news/mag2000.htm#editoriale
Linee guida per una corretta realizzazione del triage infermieristico si possono leggere anche in http://www.eurom.it/medicina/e/e14_3_33.html.
Il Triage Infermieristico viene svolto in base a criteri pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 285 del 7 dicembre 2001, da un infermiere professionale, adeguatamente formato.
McGraw-Hill ha pubblicato in seconda edizione nell’aprile 2005 “Triage infermieristico” (ISBN: 8838616450, Prezzo: Euro 33,00), a cura del Gruppo Formazione Triage.
La conoscenza del triage sanitario (alias triage infermieristico, di qui la specificità di “infermiere triagista IT”) da parte dello psicologo dell’emergenza rappresenta un prerequisito essenziale nella sua operatività per due fondamentali motivi:
A) per la collocazione dello psicologo dell’emergenza chè può anche essere prevista presso il Posto Medico Avanzato (PMA) come suggeriscono i Criteri di Massima proposti dal Dipartimento della Protezione Civile
(http://www.protezionecivile.it/cms/attach/editor/rischio_sanitario/Criteri_di_massima.pdf);
B) per la conoscenza delle reazioni psicologiche dei sopravissuti e degli stessi triagisti nell’operazione triage sanitario.
Nel Campo Scuola del 16-17 settembre 2006 avremo modo di verificare la validità di questi due motivi. Nel Laboratorio n. 7 sul Triage i colleghi saranno chiamati ad esercitarsi nella duplice veste di sopravissuti e triagisti con interessanti feedback emozionali.
Nell’esercitazione di domenica mattina sarà anche allestito un PMA su cui convergeranno i sopravissuti delle tre simulazioni previste (persone scomparse, incidente stradale, NBCR) dove accanto al personale sanitario opererà una squadra di psicologi
B) Triage psicosociale (continua…)
(a cura di Luigi Ranzato)
___
Riceviamo e pubblichiamo da MICHELE CUSANO, responsabile del Laboratorio:
Oltre al piacere di ringraziare gli organizzatori e salutare gli iscritti al Laboratorio n°7, voglio dare a tutti gli iscritti la notizia che i cosiddetti "Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi" non sono più "solo" una proposta del Dipartimento di Protezione Civile che aveva avuto l'assenso della Conferenza Stato-Regioni, perchè, essendo stati pubblicati il 29/08/2006 in Gazzetta Ufficiale, oggi quegli accordi per la Categoria, per la Psicologia dell'Emergenza e per la collettività, sono molto di più, sono una vera e propria Norma che vincola le Regioni a dar luogo al Supporto Psicosociale nelle catastrofi, ed a farlo rispettando lo spirito, le finalità e l'impianto organizzativo delineato dai "Criteri di massima..." in tutta l'Italia.
Più ancora del piacere di poter dare questa notizia, è forte il piacere di precisare che il nostro laboratorio non sarà, quindi, "solo" un luogo di confronto e riflessione congiunta, di individuazione di finalità e metodologie, di esercitazione e costruzione di strumenti operativi ma sarà finalmente anche un momento di studio approfondito di come effettuare il Triage Psicologico e Psicosociale, tentando di rispettare pienamente le indicazioni dirette e indirette che i cosiddetti "Criteri di massima..." oggi Legge, ci danno.
In verità durante il Laboratorio vedremo anche il contributo diretto e indiretto che possiamo avere da altre fonti normative che ci riguardano.
E' evidente che tutto questo ci impone anche un grande ringraziamento a tutti quelli che nell'ambito del Dipartimento di Protezione Civile, presso gli Uffici Regionali per le emergenze e negli ambiti di Categoria attenti alla Psicologia dell'Emergenza, hanno operato per raggiungere questo importante risultato per la collettività e per la Categoria. Nei prossimi giorni sarà pronto anche il programma dettagliato delle fasi e dei contenuti dell'attività del laboratorio.
Un cordiale saluto,
Michele Cusano
________________________________
LABORATORIO N° 7
“IL TRIAGE SANITARIO E IL TRIAGE PSICOSOCIALE”
Programma relativo al Triage Psicosociale
Prof. Michele Cusano
Premessa
Il lavoro si svolgerà secondo la seguente modalità:
breve introduzione dei singoli segmenti del programma da parte del conduttore,
riflessione e confronto di gruppo,
focalizzazione dei nuclei concettuali più significativi e raccolta delle
raccomandazioni di base sul triage psicosociale emerse dai lavori del laboratorio.
Programma
il triage psicosociale,
obiettivi del triage psicosociale,
precauzioni ed atteggiamenti che devono caratterizzare l’ effettuazione del triage psicosociale,
dove e quando attuare il triage psicosociale,
destinatari del triage psicosociale:1) vittime dirette,2)vittime indirette, 3)tessuto sociale,
4) soccorritori,
triage e monitoraggio dello stato psichico e psicosomatico del soccorritore,
triage psicosociale con membri della popolazione generale,
triage psicosociale con targhets di popolazione a più elevata vulnerabilità,
il triage psicosociale delegato: 1)genitori, 2)insegnanti,ecc.,
il triage psicosociale nei confronti dei soggetti “catalizzatori”,
il supporto psicologico durante le operazioni di triage psicosociale,
strumenti del triage psicosociale: 1)protocolli, 2)questionari, 3)materiale informativo,ecc.,
il triage psicosociale lungo la catena dei soccorsi,
individuazione e definizione delle classi di priorità nel triage psicosociale,
il protocollo di triage proposto dai Criteri di massima....,
qualità del triage.
Esercizi di role-playng, alternandosi nei ruoli di triagista, vittima, soccorritore,
Presentazione dell’elaborato costituito dalle raccomandazioni di base emerse dal laboratorio,
Integrazione di un team di triage psicosociale nell’esercitazione di Domenica 17 Settembre.
(Alcune riflessioni di Luigi Ranzato)
A) Triage Sanitario:
“Il termine sanitario Triage, dal francese trier che significa scegliere, non nacque in origine per gestire il sovraffollamento dei Pronto Soccorsi, semmai è avvenuto successivamente, ed è in realtà, come lo conosciamo noi oggi, un’evoluzione del soccorso extraospedaliero. Questo, a sua volta, nasce dalla sanità militare …”
Questa interessante notazione sulla storia del Triage la potete leggere nel sito del Gruppo Formazione Triage (http://www.triage.it/index00.htm), accanto ad altre informazioni sulla definizione, metodologia, codici di priorità, parametri vitali, tipi di triage, scheda di triage, materiali utili.
Sulla storia che colloca la nascita del triage sullo scenario dell’emergenza dopo le battaglie, potete consultare anche http://www.sanmatteo.org/med-news/mag2000.htm#editoriale
Linee guida per una corretta realizzazione del triage infermieristico si possono leggere anche in http://www.eurom.it/medicina/e/e14_3_33.html.
Il Triage Infermieristico viene svolto in base a criteri pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale n. 285 del 7 dicembre 2001, da un infermiere professionale, adeguatamente formato.
McGraw-Hill ha pubblicato in seconda edizione nell’aprile 2005 “Triage infermieristico” (ISBN: 8838616450, Prezzo: Euro 33,00), a cura del Gruppo Formazione Triage.
La conoscenza del triage sanitario (alias triage infermieristico, di qui la specificità di “infermiere triagista IT”) da parte dello psicologo dell’emergenza rappresenta un prerequisito essenziale nella sua operatività per due fondamentali motivi:
A) per la collocazione dello psicologo dell’emergenza chè può anche essere prevista presso il Posto Medico Avanzato (PMA) come suggeriscono i Criteri di Massima proposti dal Dipartimento della Protezione Civile
(http://www.protezionecivile.it/cms/attach/editor/rischio_sanitario/Criteri_di_massima.pdf);
B) per la conoscenza delle reazioni psicologiche dei sopravissuti e degli stessi triagisti nell’operazione triage sanitario.
Nel Campo Scuola del 16-17 settembre 2006 avremo modo di verificare la validità di questi due motivi. Nel Laboratorio n. 7 sul Triage i colleghi saranno chiamati ad esercitarsi nella duplice veste di sopravissuti e triagisti con interessanti feedback emozionali.
Nell’esercitazione di domenica mattina sarà anche allestito un PMA su cui convergeranno i sopravissuti delle tre simulazioni previste (persone scomparse, incidente stradale, NBCR) dove accanto al personale sanitario opererà una squadra di psicologi
B) Triage psicosociale (continua…)
(a cura di Luigi Ranzato)
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Riceviamo e pubblichiamo da MICHELE CUSANO, responsabile del Laboratorio:
Oltre al piacere di ringraziare gli organizzatori e salutare gli iscritti al Laboratorio n°7, voglio dare a tutti gli iscritti la notizia che i cosiddetti "Criteri di massima sugli interventi psicosociali da attuare nelle catastrofi" non sono più "solo" una proposta del Dipartimento di Protezione Civile che aveva avuto l'assenso della Conferenza Stato-Regioni, perchè, essendo stati pubblicati il 29/08/2006 in Gazzetta Ufficiale, oggi quegli accordi per la Categoria, per la Psicologia dell'Emergenza e per la collettività, sono molto di più, sono una vera e propria Norma che vincola le Regioni a dar luogo al Supporto Psicosociale nelle catastrofi, ed a farlo rispettando lo spirito, le finalità e l'impianto organizzativo delineato dai "Criteri di massima..." in tutta l'Italia.
Più ancora del piacere di poter dare questa notizia, è forte il piacere di precisare che il nostro laboratorio non sarà, quindi, "solo" un luogo di confronto e riflessione congiunta, di individuazione di finalità e metodologie, di esercitazione e costruzione di strumenti operativi ma sarà finalmente anche un momento di studio approfondito di come effettuare il Triage Psicologico e Psicosociale, tentando di rispettare pienamente le indicazioni dirette e indirette che i cosiddetti "Criteri di massima..." oggi Legge, ci danno.
In verità durante il Laboratorio vedremo anche il contributo diretto e indiretto che possiamo avere da altre fonti normative che ci riguardano.
E' evidente che tutto questo ci impone anche un grande ringraziamento a tutti quelli che nell'ambito del Dipartimento di Protezione Civile, presso gli Uffici Regionali per le emergenze e negli ambiti di Categoria attenti alla Psicologia dell'Emergenza, hanno operato per raggiungere questo importante risultato per la collettività e per la Categoria. Nei prossimi giorni sarà pronto anche il programma dettagliato delle fasi e dei contenuti dell'attività del laboratorio.
Un cordiale saluto,
Michele Cusano
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LABORATORIO N° 7
“IL TRIAGE SANITARIO E IL TRIAGE PSICOSOCIALE”
Programma relativo al Triage Psicosociale
Prof. Michele Cusano
Premessa
Il lavoro si svolgerà secondo la seguente modalità:
breve introduzione dei singoli segmenti del programma da parte del conduttore,
riflessione e confronto di gruppo,
focalizzazione dei nuclei concettuali più significativi e raccolta delle
raccomandazioni di base sul triage psicosociale emerse dai lavori del laboratorio.
Programma
il triage psicosociale,
obiettivi del triage psicosociale,
precauzioni ed atteggiamenti che devono caratterizzare l’ effettuazione del triage psicosociale,
dove e quando attuare il triage psicosociale,
destinatari del triage psicosociale:1) vittime dirette,2)vittime indirette, 3)tessuto sociale,
4) soccorritori,
triage e monitoraggio dello stato psichico e psicosomatico del soccorritore,
triage psicosociale con membri della popolazione generale,
triage psicosociale con targhets di popolazione a più elevata vulnerabilità,
il triage psicosociale delegato: 1)genitori, 2)insegnanti,ecc.,
il triage psicosociale nei confronti dei soggetti “catalizzatori”,
il supporto psicologico durante le operazioni di triage psicosociale,
strumenti del triage psicosociale: 1)protocolli, 2)questionari, 3)materiale informativo,ecc.,
il triage psicosociale lungo la catena dei soccorsi,
individuazione e definizione delle classi di priorità nel triage psicosociale,
il protocollo di triage proposto dai Criteri di massima....,
qualità del triage.
Esercizi di role-playng, alternandosi nei ruoli di triagista, vittima, soccorritore,
Presentazione dell’elaborato costituito dalle raccomandazioni di base emerse dal laboratorio,
Integrazione di un team di triage psicosociale nell’esercitazione di Domenica 17 Settembre.
Laboratorio 6: "Il soccorso psicologico dopo un disastro aereo"
Responsabile: Rolando Incontrera et coll.
Il tema per il laboratorio: Il Supporto Psicologico dopo un Disastro Aereo è stato proposto da Psicologi per i Popoli Regione Friuli Venezia Giulia in quanto l’associazione ha dovuto affrontare concretamente tale aspetto, sia sotto il profilo teorico di letteratura, sia sotto quello pratico, allorché si trovò ad operare con l’associazione di volo leggero di protezione civile “Gruppo Amici del Volo” e soprattutto allorché fu inserita dalla Protezione Civile regionale nei piani esercitativi full scale dell’Aeroporto internazionale di Ronchi nel 2003 e 2004, e MANIFESTAZIONE AEREA “Frecce Tricolori, 45 anni di storia” Rivolto del Friuli, 3-4 settembre 2005, e 2006, e ciò ben prima della disposizione ministeriale del 16 aprile 2006:
Indicazioni per il coordinamento operativo di emergenze dovute a:
1. Incidenti ferroviari con convogli passeggeri - Esplosioni o crolli di strutture con coinvolgimento di persone - Incidenti stradali che coinvolgono un gran numero di
persone
2. Incidenti in mare che coinvolgono un gran numero di persone
3. Incidenti aerei
4. Incidenti con presenza di sostanze pericolose
Il tema oggetto del laboratorio è stato trattato da Psicologi Per i Popoli Regione Friuli Venezia Giulia a livello teorico e pratico nel corso di esercitazioni full scale quali: esercitazione presso l’Aeroporto Internazionale di Ronchi “Aquileia 2003 e “Aquileia 2004” e nell’ambito di corsi ad hoc per il personale della CRI svoltisi all’Isola della Cona (Go), Industria Sidermontaggi di Cargnacco,(UD), ecc..
In occasione dell’esercitazione Aquileia 2004 fu simulata per la prima volta una serie di patologie psichiche. Sia gli operatori di salute mentale, sia gli stessi simulatori parteciparono ad un apposito corso da noi elaborato al fine di evidenziare la sintomatologia ed il relativo fronteggiamento (coping).
La Società di gestione dello scalo di Ronchi dei Legionari a suo tempo mise in rete il seguente comunicato:
““Ronchi dei Legionari, 4 dicembre 2003.
Per non farsi trovare impreparata nelle situazioni di emergenza che potrebbero verificarsi in ambito aeroportuale, la Società di gestione dello scalo di Ronchi dei Legionari ha dato il via ad un'iniziativa formativa molto interessante vertente sugli "Aspetti psicologici nelle emergenze", tenuta dall'Associazione ONLUS "Psicologi per i Popoli Regione Friuli-Venezia Giulia".
L'iniziativa, che rientra nell'ambito del più vasto programma di esercitazioni periodiche previste sull'aeroporto regionale, si propone di fornire a tutti gli operatori coinvolti nella simulazione di emergenza le conoscenze necessarie per affrontare le problematiche di carattere psicologico in situazioni di emergenza e post-emergenza, a motivo di calamità, disastri, incidenti, ecc., con particolare riferimento all'ambito aeroportuale, sviluppandone, al contempo, la consapevolezza necessaria alla tutela del loro equilibrio psicologico.
Integrare la propria preparazione con conoscenze psicologiche è diventata, infatti, una necessità del personale non solo dello scalo, ma anche delle forze pubbliche, dei soccorritori e dei sanitari che operano in ambito aeroportuale, i quali devono essere in grado di agire concretamente e tempestivamente nelle situazioni di emergenza, affinando tecniche e procedure di soccorso sempre più efficaci per evitare stress e sindrome da burnout nel soccorritore.
Preparare questi operatori ed affrontare simili evenienze -evitando la riduzione delle capacità personali creata dalla tensione emozionale prodotta dalla situazione di emergenza è un’ operazione molto complessa. Per questo la formazione è stata affidata a dei riconosciuti professionisti operanti su base volontaria nell'Associazione "Psicologi per i Popoli - Regione Friuli - Venezia Giulia", un'organizzazione inquadrata all'interno della Protezione Civile Regionale, in grado di garantire competenze professionali tra loro molto diverse, fra cui quelle mediche, psichiatriche, psicologiche socio-sanitarie-educative, di facilitazione linguistica e mediazione culturale.
Le lezioni iniziate in novembre, ospitate nella Sala conferenze dell'aeroporto di Ronchi dei Legionari, avranno termine domani, venerdì 5 dicembre, in coincidenza dell'esercitazione annuale full-scale "AQUILEIA 2003”:una prova che costituisce un'importante momento di verifica della capacità di coordinamento di tutte le forze chiamate in causa durante una vera emergenza (Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Polizia, Guardia di Finanza, Comando dei Carabinieri, Prefettura, Protezione Civile, Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo, altre associazioni di Protezione Civile e le squadre di Protezione Civile di Ronchi, Monfalcone, Muggia, Monrupino ecc., ed altri Enti preposti alla salvaguardia di cose e persone) e che consentirà a tutti gli operatori di sperimentare sul campo quanto appreso durante la formazione.""
In seguito anche la stessa società di gestione dell’aeroporto Marco Polo di Venezia SAVE ci reclutò fu realizzata una prima tranche
In particolare relativamente alle esercitazioni full scale va segnalata in esse la presenza di “simulatori” di vittime, non solo per gli aspetti fisici (presenza quasi costante in esercitazioni molto realistiche) ma anche per gli aspetti psichiatrici e psicologici, aspetto questo molto raro per le difficoltà e diverse abilità che ciò comporta.
La loro abilità nel simulare i vari sintomi connotanti quadri nosografici molto verosimili ha consentito agli operatori (sia quelli afferenti alla linea sanitaria – psicologi, psicoterapeuti, personale sanitario- che quelli della linea ausiliaria di assistenza) oltre che di verificare l’impatto emozionale che comporta sempre -anche negli operatori di soccorso,ancorché operatori di salute mentale provetti – il soccorrere le vittime di un disastro, anche di valutare le proprie capacità di fronteggiamento della situazione - coping - mediante l’impiego di appropriate metodiche.
Il laboratorio, quindi, lo vediamo anzitutto come luogo di scambio delle proprie esperienze sul campo.
Proponiamo tuttavia un’ipotesi iniziale di traccia di lavoro che peraltro rispecchia il percorso teorico esperienziale da noi fatto e rispondente alle esigenze operative ambientali dei teatri in cui andavamo ad operare”.
In effetti il nostro intervento in emergenza non è concepito come avulso da tutto un percorso di prevenzione primaria.
TRACCIA
1. Inquadramento della tematica alla luce della normativa di riferimento
2. Principali tipologie di evento
3. Ipotizzazione a carico dei partecipanti dei possibili scenari operativi per l’intervento di soccorso psicologico
4. Progettazione delle relative modalità operative dell’intervento di supporto psicologico
5. Descrizione dei progetti e microsimulazione
6. Discussione
Bibliografia
1. Anastasio Paola & Rolando Incontrera, Apporto alla Psicologia dell’Emergenza - supporto didattico al corso per Operatori della C.R.I. Volontari del Soccorso - Ispettorato Provinciale di Udine giugno/luglio 2002 - www.psicologiperipopolifvg.it
2. Buligan E. “La formazione del soccorritore: ruolo del simulatore nelle esercitazioni”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
3. Carbonera F. “La relazione d’aiuto e la comunicazione”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
4. Cecchinato H. , Scalpellini E., Viscovich M. “La comunicazione in emergenza”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
5. Corona L., Tesi di laurea, , La Formazione in Psicologia dell’Emergenza, 2002, reperibile nel sito del Corriere della Sera http://www.tesionline.it/default
6. Corona L. “Reazioni individuali e collettive ad un disastro”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005.
7. Daris D. “Reazioni emozionali nei soccorritori”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
8. Incontrera R., Apporto della Kinesiologia Applicata nella Psicologia dell’Emergenza, Atti del IV modulo “Tecniche di intervento nell’emergenza” del Master in Psicologia dell’Emergenza, S.I.P.Em. Roma Novembre 2000.
9. Incontrera R., Il Soccorso Psicologico nella Protezione Civile. Lettura emozionale di un disastro, atti del convegno “ La psicologia nelle emergenze. Aspetti attuativi” Ordine degli Psicologi FVG, www.psicologi.fvg.it , Monfalcone, 17 gennaio 2003
10. Incontrera R., La formazione del personale nel campo della psicologia delle catastrofi come strumento di autoprotezione e di soccorso. 15-16 novembre. 2003, Atti del 1°International Congress On Disaster Management and Disaster Medicine, Bolzano
11. Incontrera R. Psicologia dell’emergenza: l’associazione Psicologi per i Popoli Regione Friuli-Venezia Giulia, Gli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia. Giornale dell’Ordine degli Psicologi del Friuli-venezia Giulia 2004
12. Incontrera R., “La formazione e preparazione del personale nell’ambito del soccorso psicologico in caso di incidenti aeroportuali”. Atti del 2°International Congress On Disaster Management and Disaster Medicine, Bolzano 2004
13. Incontrera R., “Esposizione e commento della C.M. del Dipartimento della Protezione Civile e D.M.13-02- 2001 sugli aspetti psicologici nelle Emergenze Sanitarie”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
14. Incontrera R.,”Cosa saper fare per lo stress della popolazione e del soccorritore”. Atti dello Stage per Pediatri sulle Grandi Emergenze”. Fogliano di Redipuglia (GO), 16-18 settembre 2005.
15. Livia V. “Il triage medico-psichiatrico-psicologico” Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
16. Persoglia A. Dir. Op. Aeroporto FVG di Ronchi, Rocchetto F. responsabile Dir. Gest. Aeroporto “Marco Polo” di Tessera (Ve) “La formazione degli operatori aeroportuali sugli aspetti psicologici dell’emergenza”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 200
17. Piccini C. “Gruppi vulnerabili. Le reazioni emotive nei bambini e negli anzian”i Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
18. Pribaz A. “Le patologie del soccorritore”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
19. Sgarro M, Post Traumatic Stress Disorder, Edizioni Kappa, Roma, 1997
Altre relazioni in http://www.psicologiperipopolifvg.it
Rolando Incontrera
Il tema per il laboratorio: Il Supporto Psicologico dopo un Disastro Aereo è stato proposto da Psicologi per i Popoli Regione Friuli Venezia Giulia in quanto l’associazione ha dovuto affrontare concretamente tale aspetto, sia sotto il profilo teorico di letteratura, sia sotto quello pratico, allorché si trovò ad operare con l’associazione di volo leggero di protezione civile “Gruppo Amici del Volo” e soprattutto allorché fu inserita dalla Protezione Civile regionale nei piani esercitativi full scale dell’Aeroporto internazionale di Ronchi nel 2003 e 2004, e MANIFESTAZIONE AEREA “Frecce Tricolori, 45 anni di storia” Rivolto del Friuli, 3-4 settembre 2005, e 2006, e ciò ben prima della disposizione ministeriale del 16 aprile 2006:
Indicazioni per il coordinamento operativo di emergenze dovute a:
1. Incidenti ferroviari con convogli passeggeri - Esplosioni o crolli di strutture con coinvolgimento di persone - Incidenti stradali che coinvolgono un gran numero di
persone
2. Incidenti in mare che coinvolgono un gran numero di persone
3. Incidenti aerei
4. Incidenti con presenza di sostanze pericolose
Il tema oggetto del laboratorio è stato trattato da Psicologi Per i Popoli Regione Friuli Venezia Giulia a livello teorico e pratico nel corso di esercitazioni full scale quali: esercitazione presso l’Aeroporto Internazionale di Ronchi “Aquileia 2003 e “Aquileia 2004” e nell’ambito di corsi ad hoc per il personale della CRI svoltisi all’Isola della Cona (Go), Industria Sidermontaggi di Cargnacco,(UD), ecc..
In occasione dell’esercitazione Aquileia 2004 fu simulata per la prima volta una serie di patologie psichiche. Sia gli operatori di salute mentale, sia gli stessi simulatori parteciparono ad un apposito corso da noi elaborato al fine di evidenziare la sintomatologia ed il relativo fronteggiamento (coping).
La Società di gestione dello scalo di Ronchi dei Legionari a suo tempo mise in rete il seguente comunicato:
““Ronchi dei Legionari, 4 dicembre 2003.
Per non farsi trovare impreparata nelle situazioni di emergenza che potrebbero verificarsi in ambito aeroportuale, la Società di gestione dello scalo di Ronchi dei Legionari ha dato il via ad un'iniziativa formativa molto interessante vertente sugli "Aspetti psicologici nelle emergenze", tenuta dall'Associazione ONLUS "Psicologi per i Popoli Regione Friuli-Venezia Giulia".
L'iniziativa, che rientra nell'ambito del più vasto programma di esercitazioni periodiche previste sull'aeroporto regionale, si propone di fornire a tutti gli operatori coinvolti nella simulazione di emergenza le conoscenze necessarie per affrontare le problematiche di carattere psicologico in situazioni di emergenza e post-emergenza, a motivo di calamità, disastri, incidenti, ecc., con particolare riferimento all'ambito aeroportuale, sviluppandone, al contempo, la consapevolezza necessaria alla tutela del loro equilibrio psicologico.
Integrare la propria preparazione con conoscenze psicologiche è diventata, infatti, una necessità del personale non solo dello scalo, ma anche delle forze pubbliche, dei soccorritori e dei sanitari che operano in ambito aeroportuale, i quali devono essere in grado di agire concretamente e tempestivamente nelle situazioni di emergenza, affinando tecniche e procedure di soccorso sempre più efficaci per evitare stress e sindrome da burnout nel soccorritore.
Preparare questi operatori ed affrontare simili evenienze -evitando la riduzione delle capacità personali creata dalla tensione emozionale prodotta dalla situazione di emergenza è un’ operazione molto complessa. Per questo la formazione è stata affidata a dei riconosciuti professionisti operanti su base volontaria nell'Associazione "Psicologi per i Popoli - Regione Friuli - Venezia Giulia", un'organizzazione inquadrata all'interno della Protezione Civile Regionale, in grado di garantire competenze professionali tra loro molto diverse, fra cui quelle mediche, psichiatriche, psicologiche socio-sanitarie-educative, di facilitazione linguistica e mediazione culturale.
Le lezioni iniziate in novembre, ospitate nella Sala conferenze dell'aeroporto di Ronchi dei Legionari, avranno termine domani, venerdì 5 dicembre, in coincidenza dell'esercitazione annuale full-scale "AQUILEIA 2003”:una prova che costituisce un'importante momento di verifica della capacità di coordinamento di tutte le forze chiamate in causa durante una vera emergenza (Vigili del Fuoco, Croce Rossa, Polizia, Guardia di Finanza, Comando dei Carabinieri, Prefettura, Protezione Civile, Associazione Nazionale Carabinieri in Congedo, altre associazioni di Protezione Civile e le squadre di Protezione Civile di Ronchi, Monfalcone, Muggia, Monrupino ecc., ed altri Enti preposti alla salvaguardia di cose e persone) e che consentirà a tutti gli operatori di sperimentare sul campo quanto appreso durante la formazione.""
In seguito anche la stessa società di gestione dell’aeroporto Marco Polo di Venezia SAVE ci reclutò fu realizzata una prima tranche
In particolare relativamente alle esercitazioni full scale va segnalata in esse la presenza di “simulatori” di vittime, non solo per gli aspetti fisici (presenza quasi costante in esercitazioni molto realistiche) ma anche per gli aspetti psichiatrici e psicologici, aspetto questo molto raro per le difficoltà e diverse abilità che ciò comporta.
La loro abilità nel simulare i vari sintomi connotanti quadri nosografici molto verosimili ha consentito agli operatori (sia quelli afferenti alla linea sanitaria – psicologi, psicoterapeuti, personale sanitario- che quelli della linea ausiliaria di assistenza) oltre che di verificare l’impatto emozionale che comporta sempre -anche negli operatori di soccorso,ancorché operatori di salute mentale provetti – il soccorrere le vittime di un disastro, anche di valutare le proprie capacità di fronteggiamento della situazione - coping - mediante l’impiego di appropriate metodiche.
Il laboratorio, quindi, lo vediamo anzitutto come luogo di scambio delle proprie esperienze sul campo.
Proponiamo tuttavia un’ipotesi iniziale di traccia di lavoro che peraltro rispecchia il percorso teorico esperienziale da noi fatto e rispondente alle esigenze operative ambientali dei teatri in cui andavamo ad operare”.
In effetti il nostro intervento in emergenza non è concepito come avulso da tutto un percorso di prevenzione primaria.
TRACCIA
1. Inquadramento della tematica alla luce della normativa di riferimento
2. Principali tipologie di evento
3. Ipotizzazione a carico dei partecipanti dei possibili scenari operativi per l’intervento di soccorso psicologico
4. Progettazione delle relative modalità operative dell’intervento di supporto psicologico
5. Descrizione dei progetti e microsimulazione
6. Discussione
Bibliografia
1. Anastasio Paola & Rolando Incontrera, Apporto alla Psicologia dell’Emergenza - supporto didattico al corso per Operatori della C.R.I. Volontari del Soccorso - Ispettorato Provinciale di Udine giugno/luglio 2002 - www.psicologiperipopolifvg.it
2. Buligan E. “La formazione del soccorritore: ruolo del simulatore nelle esercitazioni”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
3. Carbonera F. “La relazione d’aiuto e la comunicazione”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
4. Cecchinato H. , Scalpellini E., Viscovich M. “La comunicazione in emergenza”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
5. Corona L., Tesi di laurea, , La Formazione in Psicologia dell’Emergenza, 2002, reperibile nel sito del Corriere della Sera http://www.tesionline.it/default
6. Corona L. “Reazioni individuali e collettive ad un disastro”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005.
7. Daris D. “Reazioni emozionali nei soccorritori”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
8. Incontrera R., Apporto della Kinesiologia Applicata nella Psicologia dell’Emergenza, Atti del IV modulo “Tecniche di intervento nell’emergenza” del Master in Psicologia dell’Emergenza, S.I.P.Em. Roma Novembre 2000.
9. Incontrera R., Il Soccorso Psicologico nella Protezione Civile. Lettura emozionale di un disastro, atti del convegno “ La psicologia nelle emergenze. Aspetti attuativi” Ordine degli Psicologi FVG, www.psicologi.fvg.it , Monfalcone, 17 gennaio 2003
10. Incontrera R., La formazione del personale nel campo della psicologia delle catastrofi come strumento di autoprotezione e di soccorso. 15-16 novembre. 2003, Atti del 1°International Congress On Disaster Management and Disaster Medicine, Bolzano
11. Incontrera R. Psicologia dell’emergenza: l’associazione Psicologi per i Popoli Regione Friuli-Venezia Giulia, Gli Psicologi del Friuli-Venezia Giulia. Giornale dell’Ordine degli Psicologi del Friuli-venezia Giulia 2004
12. Incontrera R., “La formazione e preparazione del personale nell’ambito del soccorso psicologico in caso di incidenti aeroportuali”. Atti del 2°International Congress On Disaster Management and Disaster Medicine, Bolzano 2004
13. Incontrera R., “Esposizione e commento della C.M. del Dipartimento della Protezione Civile e D.M.13-02- 2001 sugli aspetti psicologici nelle Emergenze Sanitarie”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
14. Incontrera R.,”Cosa saper fare per lo stress della popolazione e del soccorritore”. Atti dello Stage per Pediatri sulle Grandi Emergenze”. Fogliano di Redipuglia (GO), 16-18 settembre 2005.
15. Livia V. “Il triage medico-psichiatrico-psicologico” Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
16. Persoglia A. Dir. Op. Aeroporto FVG di Ronchi, Rocchetto F. responsabile Dir. Gest. Aeroporto “Marco Polo” di Tessera (Ve) “La formazione degli operatori aeroportuali sugli aspetti psicologici dell’emergenza”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 200
17. Piccini C. “Gruppi vulnerabili. Le reazioni emotive nei bambini e negli anzian”i Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
18. Pribaz A. “Le patologie del soccorritore”. Atti del Convegno Regionale LA PSICOLOGIA DELL’EMERGENZA:ASPETTI ATTUATIVI E PROSPETTIVE NEL FRIULI VENEZIA GIULIA -Muggia 16 aprile 2005
19. Sgarro M, Post Traumatic Stress Disorder, Edizioni Kappa, Roma, 1997
Altre relazioni in http://www.psicologiperipopolifvg.it
Rolando Incontrera
Laboratorio 5: "Il debriefing psicologico"
Responsabili: Isabella De Giorgi, Raffaella Paladini, Luca Pezzullo, Daniela Ferrini
LA PROBLEMATIZZAZIONE DEL DEBRIEFING
Il tema del Debriefing psicologico, o Critical Incident Stress Debriefing (CISD), ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del settore della psicologia dell'emergenza, soprattutto in ambito anglosassone.
A partire dall'originale proposta di Mitchell (1983), il CISD si è enormemente diffuso in tutto il mondo, tanto da essere a volte "confuso" con l'intera "pratica" della psicologia dell'emergenza, superando in popolarità la stessa matrice di intervento (il CISM, Critical Incident Stress Management) di cui in teoria sarebbe solo una piccola parte.
Questa riduzione indebita è però un errore concettuale, una "metonimina impropria", che in alcuni casi ha eccessivamente semplificato ed "appiattito" la "teoria della clinica" della psicologia dell'emergenza e dello psychological first aid.
Questa esigenza di ricondurre il CISD (che spesso ha portato con sè attese a tratti "miracolistiche", che si stanno rivelando infondate nelle più recenti review e meta-analisi presenti in letteratura) ad una sua più corretta ed adeguata applicazione è stata colta soprattutto in ambito europeo, da autori francesi e scandinavi (Lebigot, Leclercq, Dyregrov,...).
Tali scuole di pensiero hanno proposto di ridurre l'eccessiva enfasi posta sul meticoloso rispetto della procedura orginale (ritenuta troppo rigida e vincolante), e ne hanno invece enfatizzato le dimensioni psicologiche "processuali" e gruppali.
In pratica, si sottolinea l'importanza per lo psicologo di occuparsi molto più dei processi psicologici coinvolti nel lavoro di gruppo, che della rigida applicazione delle procedure tecniche formalmente previste.
Tale nuova "consapevolezza" nell'implementazione dei Debriefing sta iniziando a diffondersi sempre di più in ambito internazionale, e potrebbe permettere il superamento di alcuni dei "limiti" ormai riconosciuti della procedura "classica".
Il dibattito sull'utilità e l'efficacia del Debriefing, con tutta la delicatezza e complessità che l'accompagna proprio per il suo statuto "di fondamento identitario" di molta pratica della psicologia dell'emergenza, è attualmente assai vivace.
Si segnalano alcune risorse di approfondimento:
Early Intervention and CISD Fact Sheet - NCPTSD/VA
Un'introduzione generale in prospettiva anglosassone, con ampi riferimenti alla struttura del CISD ed a studi di efficacia.
Le débriefing psychologique est-il dangereux ?
Un articolo di Erik De Soir, sul prestigioso Journal International De Victimologie, in cui viene analizzata la letteratura critica sul Debriefing.
"CISD, Psychological Debriefing & Group Help after Critical Incidents"
La classica, ampia ed aggiornatissima "reference list" sul CISD delle Trauma Pages di Baldwin, redatta da Atle Dyregrov. Si tratta della più prestigiosa e valida "overview" delle risorse scientifiche di settore.
A livello di testi, volumi ed articoli scientifici, si segnalano in particolare i seguenti classici, che hanno segnato alcuni dei punti fondamentali nell'evoluzione teorica della ricerca sul Debriefing:
Deahl, M. (2000). Psychological debriefing: controversy and challenge. Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 34, 929-939.
Dyregrov, A. (1997). The process in critical incident stress debriefings. Journal of Traumatic Stress, 10, 589-605.
Everly G. S. Jr., Flannery, R. B., Eyler, V. A. (2002). Critical Incident Stress Management (CISM): A statistical review of the literature. Psychiatric Quarterly, 73, 171-182.
Litz, B. T., Gray, M. J., Bryant, R. A., & Adler, A. B. (2002). Early intervention for trauma: current status and future directions. Clinical Psychology: Science and Practice, 9, 112-134.
McNally, R. J., Bryant, R. A., & Ehlers, A. (2003). Does early psychological intervention promote recovery from posttraumatic stress? Psychological Science in the Public Interest, 4, 45-79.
Mitchell, J. T. (1983). When disaster strikes.... The Critical Incident Stress Debriefing. Journal of Emergency Medical Services, 8, 36-39.
Mitchell, J. T. (1988). The history, status and future of critical incident stress debriefings. Journal of Emergency Medical Services, 13, 47-52.
Raphael, B. & Wilson, J. P. (2000) (Eds.). Psychological debriefing. Theory, practice and evidence. Cambridge: Cambridge University Press.
(a cura di L.Pezzullo)
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LABORATORIO 5 (IL DEBRIEFING PSICOLOGICO)
Qui di seguito il programma di massima già sottoposto via e-mail a tutti i
partecipanti al laboratorio ed in corso di implementazione:
ore 9.00 - 13.00 (con intervallo attorno alle ore 11):
a.. autopresentazione dei partecipanti;
b.. breve introduzione storico-teorica con riferimenti alle scuole principali ed
agli studi di efficacia in corso;
c.. relazioni preannunciate su esperienze dirette di debriefing psicologico in
contesti diversi di intervento ed all'interno di organizzazioni diverse (intorno
ai 15'-30' a seconda del numero finale delle relazioni);
d.. confronto e riflessioni sulle testimonianze dirette - e sulle ricerche in
corso di cui si è a conoscenza - per individuare punti critici e punti di forza
del debriefing psicologico a seconda del contesto e della modalità della sua
applicazione;
e.. prime annotazioni in vista della relazione finale
ore 15.00 - 18.00:
a.. parte pratica attraverso una simulazione: divisione del gruppo in due sottogruppi di 12 persone con osservatore esterno, con preventiva scelta condivisa della situazione da trattare sottoponendo almeno tre diverse tematiche e prevedendo l'opportunità di trattare attraverso i due sottogruppi vittime e soccorritori di una stessa emergenza;
b.. discussione di gruppo sulle simulate;
c.. dibattito conclusivo prendendo in considerazione anche le attuali posizioni a
livello internazionale sulla materia;
d.. stesura di una sintetica relazione finale con eventuali "raccomandazioni"
Cordiali saluti
Isabella De Giorgi
LA PROBLEMATIZZAZIONE DEL DEBRIEFING
Il tema del Debriefing psicologico, o Critical Incident Stress Debriefing (CISD), ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo del settore della psicologia dell'emergenza, soprattutto in ambito anglosassone.
A partire dall'originale proposta di Mitchell (1983), il CISD si è enormemente diffuso in tutto il mondo, tanto da essere a volte "confuso" con l'intera "pratica" della psicologia dell'emergenza, superando in popolarità la stessa matrice di intervento (il CISM, Critical Incident Stress Management) di cui in teoria sarebbe solo una piccola parte.
Questa riduzione indebita è però un errore concettuale, una "metonimina impropria", che in alcuni casi ha eccessivamente semplificato ed "appiattito" la "teoria della clinica" della psicologia dell'emergenza e dello psychological first aid.
Questa esigenza di ricondurre il CISD (che spesso ha portato con sè attese a tratti "miracolistiche", che si stanno rivelando infondate nelle più recenti review e meta-analisi presenti in letteratura) ad una sua più corretta ed adeguata applicazione è stata colta soprattutto in ambito europeo, da autori francesi e scandinavi (Lebigot, Leclercq, Dyregrov,...).
Tali scuole di pensiero hanno proposto di ridurre l'eccessiva enfasi posta sul meticoloso rispetto della procedura orginale (ritenuta troppo rigida e vincolante), e ne hanno invece enfatizzato le dimensioni psicologiche "processuali" e gruppali.
In pratica, si sottolinea l'importanza per lo psicologo di occuparsi molto più dei processi psicologici coinvolti nel lavoro di gruppo, che della rigida applicazione delle procedure tecniche formalmente previste.
Tale nuova "consapevolezza" nell'implementazione dei Debriefing sta iniziando a diffondersi sempre di più in ambito internazionale, e potrebbe permettere il superamento di alcuni dei "limiti" ormai riconosciuti della procedura "classica".
Il dibattito sull'utilità e l'efficacia del Debriefing, con tutta la delicatezza e complessità che l'accompagna proprio per il suo statuto "di fondamento identitario" di molta pratica della psicologia dell'emergenza, è attualmente assai vivace.
Si segnalano alcune risorse di approfondimento:
Early Intervention and CISD Fact Sheet - NCPTSD/VA
Un'introduzione generale in prospettiva anglosassone, con ampi riferimenti alla struttura del CISD ed a studi di efficacia.
Le débriefing psychologique est-il dangereux ?
Un articolo di Erik De Soir, sul prestigioso Journal International De Victimologie, in cui viene analizzata la letteratura critica sul Debriefing.
"CISD, Psychological Debriefing & Group Help after Critical Incidents"
La classica, ampia ed aggiornatissima "reference list" sul CISD delle Trauma Pages di Baldwin, redatta da Atle Dyregrov. Si tratta della più prestigiosa e valida "overview" delle risorse scientifiche di settore.
A livello di testi, volumi ed articoli scientifici, si segnalano in particolare i seguenti classici, che hanno segnato alcuni dei punti fondamentali nell'evoluzione teorica della ricerca sul Debriefing:
Deahl, M. (2000). Psychological debriefing: controversy and challenge. Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 34, 929-939.
Dyregrov, A. (1997). The process in critical incident stress debriefings. Journal of Traumatic Stress, 10, 589-605.
Everly G. S. Jr., Flannery, R. B., Eyler, V. A. (2002). Critical Incident Stress Management (CISM): A statistical review of the literature. Psychiatric Quarterly, 73, 171-182.
Litz, B. T., Gray, M. J., Bryant, R. A., & Adler, A. B. (2002). Early intervention for trauma: current status and future directions. Clinical Psychology: Science and Practice, 9, 112-134.
McNally, R. J., Bryant, R. A., & Ehlers, A. (2003). Does early psychological intervention promote recovery from posttraumatic stress? Psychological Science in the Public Interest, 4, 45-79.
Mitchell, J. T. (1983). When disaster strikes.... The Critical Incident Stress Debriefing. Journal of Emergency Medical Services, 8, 36-39.
Mitchell, J. T. (1988). The history, status and future of critical incident stress debriefings. Journal of Emergency Medical Services, 13, 47-52.
Raphael, B. & Wilson, J. P. (2000) (Eds.). Psychological debriefing. Theory, practice and evidence. Cambridge: Cambridge University Press.
(a cura di L.Pezzullo)
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LABORATORIO 5 (IL DEBRIEFING PSICOLOGICO)
Qui di seguito il programma di massima già sottoposto via e-mail a tutti i
partecipanti al laboratorio ed in corso di implementazione:
ore 9.00 - 13.00 (con intervallo attorno alle ore 11):
a.. autopresentazione dei partecipanti;
b.. breve introduzione storico-teorica con riferimenti alle scuole principali ed
agli studi di efficacia in corso;
c.. relazioni preannunciate su esperienze dirette di debriefing psicologico in
contesti diversi di intervento ed all'interno di organizzazioni diverse (intorno
ai 15'-30' a seconda del numero finale delle relazioni);
d.. confronto e riflessioni sulle testimonianze dirette - e sulle ricerche in
corso di cui si è a conoscenza - per individuare punti critici e punti di forza
del debriefing psicologico a seconda del contesto e della modalità della sua
applicazione;
e.. prime annotazioni in vista della relazione finale
ore 15.00 - 18.00:
a.. parte pratica attraverso una simulazione: divisione del gruppo in due sottogruppi di 12 persone con osservatore esterno, con preventiva scelta condivisa della situazione da trattare sottoponendo almeno tre diverse tematiche e prevedendo l'opportunità di trattare attraverso i due sottogruppi vittime e soccorritori di una stessa emergenza;
b.. discussione di gruppo sulle simulate;
c.. dibattito conclusivo prendendo in considerazione anche le attuali posizioni a
livello internazionale sulla materia;
d.. stesura di una sintetica relazione finale con eventuali "raccomandazioni"
Cordiali saluti
Isabella De Giorgi
Laboratorio 4: "La progettazione dell'intervento psicosociale nelle emergenze internazionali"
Responsabile: Paolo Castelletti
LABORATORIO 4
LA PROGETTAZIONE DELL'INTERVENTO PSICOSOCIALE NELLE EMERGENZE INTERNAZIONALI
PROGRAMMA
Mattino:
INTRODUZIONE
Teoria e metodologia della progettazione psicosociale nelle emergenze
internazionali
(Paolo Castelletti)
CONTRIBUTO
Normativa europea in ambito di presentazione e finanziamento dei progetti
psicosociali".
Marialuisa Silvestrini, PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE
ESPERIENZE
Pratica della progettazione psicosociale nei contesti internazionali
I partecipanti con esperienza in programmi di assistenza umanitaria
esporranno sinteticamente un intervento da loro effettuato con riferimento
alle diverse fasi del PCM, interagendo con il gruppo.
Pomeriggio:
DIBATTITO
Significato e prospettive del progetto psicosociale nelle emergenze
internazionali
Sulla base di quanto emerso nel corso della mattinata i partecipanti daranno
vita a un focus group centrato sul progetto psicosociale nelle emergenze
internazionali, i suoi significati, le caratteristiche, le prospettive, le
possibilità operative per gli psicologi.
Al termine della giornata verranno elaborate raccomandazioni di buona
pratica nella progettazione psicosociale. Ai partecipanti saranno inoltre
lasciate, a titolo esemplificativo, schede del WHO sul Rapid Assessment of
Mental Health Needs (RAMH).
________________
Sarebbe un buon risultato se il laboratorio n. 4, alla fine, rappresentasse per chi vi avrà partecipato il compimento di un percorso attraverso le tematiche complesse dell'intervento psicosociale nelle emergenze internazionali.
Si cercherà di creare un rimbalzo fra teoria e pratica per mezzo di brevi relazioni, testimonianze, domande e magari anche un lavoro in piccoli gruppi. Ciò partendo da alcuni quesiti di fondo implicati dal titolo stesso del laboratorio.
Ve li indico:
- cosa si intende per intervento psicosociale ?
- in cosa consiste un progetto psicosociale ?
- cosa si intende per intervento psicosociale in una situazione di
emergenza ?
- cosa si intende per intervento psicosociale in una emergenza
internazionale ?
- perché si considerano così importanti negli interventi psicosociali in
ambito internazionale il concetto di progetto e la capacità di progettare ?
Se riusciremo ad avere idee più chiare almeno su questi quesiti di fondo,
che è comunque necessario porsi, potremo dire di aver speso bene il nostro
tempo.
Ci aiuteranno a procedere alcune fonti indispensabili di cui per ora
ve ne segnalo tre:
- L'ultima edizione del Manuale sul Project Cycle Management di ECHO, che si
può scaricare in pdf dal sito di ECHO http://ec.europa.eu/echo/index_en.htm
- I documenti di lavoro predisposti dallo Psychosocial Working Group che da
anni si occupa della concettualizzazione dell'intervento psicosociale nelle
emergenze. Si trovano al sito http://www.forcedmigration.org/psychosocial
- Un manuale edito dalla WHO sulla valutazione dei bisogni in salute mentale
nelle emergenze complesse, al sito http://www.who.int/hac/techguidance/pht/7405.pdf
Un cordiale arrivederci
Paolo Castelletti
LABORATORIO 4
LA PROGETTAZIONE DELL'INTERVENTO PSICOSOCIALE NELLE EMERGENZE INTERNAZIONALI
PROGRAMMA
Mattino:
INTRODUZIONE
Teoria e metodologia della progettazione psicosociale nelle emergenze
internazionali
(Paolo Castelletti)
CONTRIBUTO
Normativa europea in ambito di presentazione e finanziamento dei progetti
psicosociali".
Marialuisa Silvestrini, PROTEZIONE CIVILE NAZIONALE
ESPERIENZE
Pratica della progettazione psicosociale nei contesti internazionali
I partecipanti con esperienza in programmi di assistenza umanitaria
esporranno sinteticamente un intervento da loro effettuato con riferimento
alle diverse fasi del PCM, interagendo con il gruppo.
Pomeriggio:
DIBATTITO
Significato e prospettive del progetto psicosociale nelle emergenze
internazionali
Sulla base di quanto emerso nel corso della mattinata i partecipanti daranno
vita a un focus group centrato sul progetto psicosociale nelle emergenze
internazionali, i suoi significati, le caratteristiche, le prospettive, le
possibilità operative per gli psicologi.
Al termine della giornata verranno elaborate raccomandazioni di buona
pratica nella progettazione psicosociale. Ai partecipanti saranno inoltre
lasciate, a titolo esemplificativo, schede del WHO sul Rapid Assessment of
Mental Health Needs (RAMH).
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Sarebbe un buon risultato se il laboratorio n. 4, alla fine, rappresentasse per chi vi avrà partecipato il compimento di un percorso attraverso le tematiche complesse dell'intervento psicosociale nelle emergenze internazionali.
Si cercherà di creare un rimbalzo fra teoria e pratica per mezzo di brevi relazioni, testimonianze, domande e magari anche un lavoro in piccoli gruppi. Ciò partendo da alcuni quesiti di fondo implicati dal titolo stesso del laboratorio.
Ve li indico:
- cosa si intende per intervento psicosociale ?
- in cosa consiste un progetto psicosociale ?
- cosa si intende per intervento psicosociale in una situazione di
emergenza ?
- cosa si intende per intervento psicosociale in una emergenza
internazionale ?
- perché si considerano così importanti negli interventi psicosociali in
ambito internazionale il concetto di progetto e la capacità di progettare ?
Se riusciremo ad avere idee più chiare almeno su questi quesiti di fondo,
che è comunque necessario porsi, potremo dire di aver speso bene il nostro
tempo.
Ci aiuteranno a procedere alcune fonti indispensabili di cui per ora
ve ne segnalo tre:
- L'ultima edizione del Manuale sul Project Cycle Management di ECHO, che si
può scaricare in pdf dal sito di ECHO http://ec.europa.eu/echo/index_en.htm
- I documenti di lavoro predisposti dallo Psychosocial Working Group che da
anni si occupa della concettualizzazione dell'intervento psicosociale nelle
emergenze. Si trovano al sito http://www.forcedmigration.org/psychosocial
- Un manuale edito dalla WHO sulla valutazione dei bisogni in salute mentale
nelle emergenze complesse, al sito http://www.who.int/hac/techguidance/pht/7405.pdf
Un cordiale arrivederci
Paolo Castelletti
Laboratorio 3: "L'annuncio di cattive notizie e l'accompagnamento nel riconoscimento delle salme"
Responsabile: Fabio Sbattella et coll.
Laboratorio 2: "La formazione dei soccorritori e la selezione dei volontari"
Responsabili: Giampaolo Libardi, Delfo Bonenti
LABORATORIO n.2 - NOTE ORGANIZZATIVE (a cura di G.Libardi)
Vincoli di tempo:
Il laboratorio ha una durata complessiva di 7 ore e 30 min. comprese le pause intermedie di circa 20 min. ciascuna.
La chiusura dei lavori al mattino è legata alla necessità della mensa (alle 13 è necessario interrompere) e all’arrivo delle autorità invitate (alle 18 i lavori devono essere conclusi).
Qualunque sia il lavoro svolto è indispensabile che l’ultima mezz’ora della mattinata e l’ultima mezz’ora del pomeriggio siano riservate alla socializzazione di quanto prodotto.
Sarà utile prevedere circa 30 minuti all’inizio della giornata di lavoro per la presentazione dei partecipanti (si stimano almeno 20 persone presenti) e del come verrà strutturata la giornata.
Nota finale:
l’effettivo spazio per trattare i diversi contenuti è limitato a 5 ore e 20 minuti che – tenendo conto delle alte probabilità con cui si possono verificare imprevisti – possiamo ridurre a 5 ore.
Temi:
Il laboratorio prevede riflessioni su due temi distinti, ma strettamente collegati l’uno all’altro e di uguale importanza:
-Il primo è di carattere generale e riguarda la formazione dei soccorritori siano essi professionisti o volontari, con anni di esperienza o new entry nelle organizzazioni di appartenenza (resp. Giampaolo Libardi)
-Il secondo è di carattere più specifico e riguarda la selezione di una particolare area di soccorritori costituita dai soli volontari. (resp. Delfo Ponenti)
Nota finale:
Ad entrambi i temi verrà riservato un identico spazio.
Gli esiti attesi dai lavori:
La parola “formazione” si presta a molteplici interpretazioni e suscita atteggiamenti e risposte diverse a seconda dei contesti in cui viene collocata e degli interlocutori a cui si rivolge. D’altra parte il mondo dei soccorritori è estremamente vario e complesso. Sarebbe interessante riuscire nel corso del laboratorio sul tema “la formazione dei soccorritori” a delineare:
1) Chi sono i soccorritori e attraverso quali criteri possiamo raggrupparli in categorie;
2) Cosa vogliamo intendere con la parola formazione quando la riferiamo a questo tipo di “lavoratori del sociale in situazione di emergenza”;
3) Quali specificità dobbiamo considerare per svolgere un ruolo attivo ed efficace all’interno delle varie categorie di soccoritori
Nei vari contesti di intervento in situazione di calamità/disastri, naturali o provocati dall’uomo si richiedono ai soccorritori delle caratteristiche o qualità personali specifiche. Ci si attende come esito dal laboratorio sul tema “la selezione dei volontari” delle indicazioni su:
1) caratteristiche distintive del volontario che vuole svolgere l’azione di soccorritore e breve descrizione delle stesse;
2) peso relativo delle caratteristiche individuate al fine di una valutazione del candidato;
3) raggruppamento delle caratteristiche individuate distinguendo quelle che devono essere possedute, da quelle che possono essere migliorate;
4) suggerimenti per la messa a punto di strumenti o protocolli per l’identificazione e la valutazione delle caratteristiche individuate;
5) suggerimenti sulle modalità con cui facilitare al volontario l’acquisizione delle caratteristiche individuate come suscettibili di miglioramento.
Proposte da rilanciare
Le ipotesi di rilancio si collocano su due direttrici distinte:
a) da un lato, si considera utile che gli esisti dei lavori siano confrontati con Responsabili nazionali e locali della Protezione Civile per individuare degli spazi all’interno dei piani formativi attivati che sappiano considerare la preparazione tecnica del soccorritore, ma anche la sua dimensione psicologica
b) dall’altro, si considera utile che all’interno del mondo accademico si approfondiscano riflessioni e scambi che considerino quanto emerso e ricerchino strumenti di selezione e valutazione dei volontari.
A proposito di formazione
(a cura di M.T.Fenoglio)
E’ indubbio che la domanda di psicologia che in questi anni è arrivata a Psicologi per i Popoli dalla protezione Civile e altre organizzazioni di volontariato è stata in prima istanza domanda di formazione.
Da una analisi per ora non sistematica delle domande pervenuteci, risulta che essa in parte discende dalla consapevolezza di non aver fino ad oggi affrontato adeguatamente il tema delle reazioni psicologiche di vittime e soccorritori in emergenza; in parte però appare il frutto di un desiderio di avvicinarsi a una tematica coinvolgente e scottante garantendosi la dovuta “distanza di sicurezza”.
Questa distanza, che può certamente sottintendere una specifica resistenza, va tuttavia a mio avviso considerata come un segnale importante di ciò che l’emergenza rappresenta per i soggetti che ci contattano, sul piano sia emotivo che culturale.
La richiesta della distanza va presa perciò molto sul serio, rispettata nella sua sostanza, e sviluppata in un avvicinamento graduale atto a favorire una reciproca conoscenza e fiducia. La domanda di corsi di formazione, quindi, va a mio avviso accolta ma non enfatizzata come esperienza di “docenza di aula”. Credo invece utile cogliere queste occasioni per porre ascolto a ciò che i partecipanti vogliono esprimere, senza fretta di sovrapporre ai contenuti che i partecipanti propongono schematizzazioni di varia natura.
Credo sia importante muoverci in equilibrio tra gli opposti pericoli del troppo silenzio, che può venir letto come atteggiamento profetico detentore di potere, e del troppo “parlato”, che rischia di saturare e ingessare l’incontro fornendo “risposte” preconfezionate.
Del resto la “teoria della formazione” poggia sugli assunti bioniani di “formazione a pensare”: il lavoro formativo consente ai partecipanti di “tenere un discorso” sulle proprie esperienze, grazie a questo distanziarsene aprendosi alla possibilità di “immaginarsi diversi”. Si tratta quindi di un processo che, anche se si può avvalere di lezioni frontali, non si identifica con queste, né con una generica “trasmissione attiva” di contenuti.
Nel corso della mia attività professionale come formatrice ho tuttavia constatato come la situazione di “aula”, con i suoi tempi concentrati, l’enfasi sulla parola, la dinamica del gruppo, ecc. non sempre è ben tollerata dai partecipanti, dai quali viene avanzata prima di tutto una domanda di conferma e sostegno alle proprie scelte, più che di “cambiamento” a fronte di vere e proprie difficoltà conclamate. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre questo tipo di domanda alla semplice richiesta di approvazione narcisistica: ciò che sembra motivare molte persone a partecipare a un corso di formazione sembra piuttosto il desiderio di tradurre a un terzo, di raccontare all’interno di uno spazio dedicato una esperienza che non ha ancora trovato una occasione per dirsi.
La formazione può utilmente essere impostata, perciò, come ricerca, nella quale lo psicologo assume il ruolo di raccoglitore di storie e “curatore editoriale” dei contenuti proposti. Sarà poi la rilettura di questi a offrire l’opportunità di distanziarsene, cogliendoli prospetticamente.
Lo psicologo ricercatore, eventualmente coadiuvato da collaboratori giovani e motivati, preparati all’uopo ma non troppo professionalizzati, curerà allora, presso organizzazioni, associazioni o gruppi, una raccolta di “interviste” che legheranno le tematiche da indagare alle vicende biografiche e al sentire dei singoli.
Il metodo della ricerca (più esattamente della “ricerca intervento”) è stato da me applicato, nello spazio di più di un decennio, in diversi contesti: quartieri cittadini o piccoli comuni; due comunità terapeutiche; una associazione di disabili; alcune associazioni di volontariato; un gruppo di disoccupati facenti capo al sindacato; un gruppo di donne in ricollocazione lavorativa; un gruppo di donne straniere dedite al lavoro di cura; un gruppo di mediatori culturali; una ONG.
Ho dato a questa metodologia il nome di “ricerca-intervento a vertice formativo”. Essa si distingue, infatti, dalla ricerca tradazionale in quanto centrata sullo spazio dato alla possibilità di pensiero favorita dalla creazione narrativa.
Lo strumento utilizzato, il colloquio biografico, è concepito come strumento psicologico e clinico: attento cioè alla dinamica relazionale tra intervistatore e intervistato; al setting; all’atteggiamento esente da giudizio; alla regolazione dagli assunti della continua scoperta dell' alterità/reciprocità; al transfert; alla “restituzione” in itinere e finale (riformulazione, feed back) dei contenuti proposti la quale, evitando le interpretazioni (si tratta di un “semplice” riassunto), è tesa a sostenere il senso complessivo del materiale proposto.
Il colloquio così impostato consente agli intervistati di vivere una esperienza di “ascolto” totale, impossibile in situazioni quotidiane in cui la narrazione è inquinata dalla “conversazione”, le rappresentazioni preconcette, le resistenze dell’interlocutore ad essere avvicinati da contenuti scomodi.
Ruolo fondamentale di questa metodologia formativa è inoltre la restituzione di gruppo, in cui i formatori presentano alla organizzazione o ai gruppi coinvolti le “voci” che si sono espresse, eventualmente organizzzate in modo tematico.
Il processo formativo, la “formazione a pensare”, non sono tuttavia mai immediati, né esenti da contraddizioni. Più di una volta la dichiarazione di un cambiamento di prospettiva e decisioni prese in conformità con una nuova consapevolezza ci è giunta a distanza di anni. Ciò che tuttavia viene colto sempre dai partecipanti è l’effetto distanziamento favorito dalle voci che si sviluppano attorno a uno stesso oggetto; la debanalizzazione di ciò che sembra ovvio; il piacere di comporre una narrazione che conserva le specificità pur costituendo una corale; la soddisfazione di essere protagonisti e di comporre, insieme ad altri, una particolare “epica” degli eventi.
Lo strumento: la narrazione
Il concetto di narrazione rientra nell'idea bruneriana di "psicologia popolare". Gli "psicologi popolari", vale a dire chiunque partecipi di una certa cultura, organizza narrativamente la propria esperienza, strutturandola in conformità con i significati ad essa attribuiti. La narrazione, quindi, si sviluppa in quanto dialettica tra "stati del mondo percepiti e propri desideri, che si influenzano a vicenda" (Bruner,1992).
“L'esigenza narrativa, d'altra parte, nasce da una motivazione psicologica prima che estetica: la ricerca di un significato per comprendere la realtà e sottrarsi così alla ansiogena dimensione dell'ignoto.
La raccolta delle narrazioni attraverso il colloquio promuove inoltre la valorizzazione dell'esperienza del singolo in un processo di salvataggio dal sentimento della perdita del senso di sé in relazione agli altri, ma anche del significato della propria identità. La società post-moderna, o globalizzata, offre scarse occasioni per la condivisione delle narrazioni personali e collettive. Eppure, più esse vengono esplicitate, condivise, contrattate, più sono ricchi da un lato la vita sociale, dall'altro il proprio "teatro personale", vale a dire il senso di esserci, il proprio valore come persona”. (Cuniberti P., Fenoglio, Occhionero G., 2001)
Alcune osservazioni in coda
Si è da qualche tempo diffusa anche in Europa una corrente chiamata “Narrative Therapy”, che si propone di essere di utilità alle vittime di un trauma.
Perchè si possa realizzare una condizione di autentica “formatività”, è tuttavia indispensabile che lo psicologo funga davvero da “terzo” nella relazione tra le parti in gioco, per favorire l’interrogazione, l’incertezza, il confronto e, attraverso questi, la nascita del pensiero
Da quanto ho appena illustrato inviterei quindia coloro che fossero interessati alle teorie narrative e alla loro applicazione ad usare molta cautela. Raccontare non è necessariamente teraputico, e il colloquio biografico richiede piena consapevolezza degli strumenti clinici impiegati….
Naturalmente il dibattito, specie se sulla base di esperienze, è opportuno e gradito.
Maria Teresa Fenoglio
Psicologi per i Popoli-Torino
Bibliografia
Bion W.R.(1961), trad.it Esperienze nei gruppi, Armando, Roma 1971
Bion W.R.(1963), trad.it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972
Bruner J.(1991), trad.it. La ricerca del significato, Bollati Borighieri, Torino 1992
Capello C. (2001), Il sé e l’altro nella scrittura autobiografica, Bollati Boringhieri, Torino 2001
Carli R., Trasformazione e cambiamento, (1976)in “Archivio di Psicologia, Psichiatria e Neurologia”, 1-2,
Carli R., Paniccia R.M., La cultura locale come organizzatore delle relazioni, sito internet spsonline.it/introCultura.htm#culturalocale
Cuniberti P., Fenoglio, Occhionero G, (2001) Psicologia clinica nella comunità: l’ esperienza di inserimento di un gruppo appartamento per pazienti psichiatrici in un quartiere cittadino, Asti
Fenoglio M.T., Franceschetti G.C. (1996), Albre, storie nate o cresciute sulle rive della Stura, Il Segnalibro, Torino
Fenoglio M.T., Franceschetti G.C., Giannini B., Olivero M (1998)., Tra le anse del grande fiume, voci e luoghi di La Loggia, Il Segnalibro, Torino
Fenoglio M.T., Identità nelle periferie: un contributo psicologico, in: “Appunti di politica territoriale”, Celid,Torino 2000
Kaneklin C., Scaratti G (1998), Formazione e narrazione, Cortina, Milano
Lorenzetti,(1992)La dimensione estetica dell'esperienza, Il Mulino, Bologna
Martini G.(1998), Ermeneutica e narrazione, Bollati Boringhieri, Torino
Ricoeur P.(1965), trad.it. Della interpretazione. Saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano 1967
Ricoeur P,(1988) La componente narrativa della psicoanalisi, Metaxù, vol.5
LABORATORIO n.2 - NOTE ORGANIZZATIVE (a cura di G.Libardi)
Vincoli di tempo:
Il laboratorio ha una durata complessiva di 7 ore e 30 min. comprese le pause intermedie di circa 20 min. ciascuna.
La chiusura dei lavori al mattino è legata alla necessità della mensa (alle 13 è necessario interrompere) e all’arrivo delle autorità invitate (alle 18 i lavori devono essere conclusi).
Qualunque sia il lavoro svolto è indispensabile che l’ultima mezz’ora della mattinata e l’ultima mezz’ora del pomeriggio siano riservate alla socializzazione di quanto prodotto.
Sarà utile prevedere circa 30 minuti all’inizio della giornata di lavoro per la presentazione dei partecipanti (si stimano almeno 20 persone presenti) e del come verrà strutturata la giornata.
Nota finale:
l’effettivo spazio per trattare i diversi contenuti è limitato a 5 ore e 20 minuti che – tenendo conto delle alte probabilità con cui si possono verificare imprevisti – possiamo ridurre a 5 ore.
Temi:
Il laboratorio prevede riflessioni su due temi distinti, ma strettamente collegati l’uno all’altro e di uguale importanza:
-Il primo è di carattere generale e riguarda la formazione dei soccorritori siano essi professionisti o volontari, con anni di esperienza o new entry nelle organizzazioni di appartenenza (resp. Giampaolo Libardi)
-Il secondo è di carattere più specifico e riguarda la selezione di una particolare area di soccorritori costituita dai soli volontari. (resp. Delfo Ponenti)
Nota finale:
Ad entrambi i temi verrà riservato un identico spazio.
Gli esiti attesi dai lavori:
La parola “formazione” si presta a molteplici interpretazioni e suscita atteggiamenti e risposte diverse a seconda dei contesti in cui viene collocata e degli interlocutori a cui si rivolge. D’altra parte il mondo dei soccorritori è estremamente vario e complesso. Sarebbe interessante riuscire nel corso del laboratorio sul tema “la formazione dei soccorritori” a delineare:
1) Chi sono i soccorritori e attraverso quali criteri possiamo raggrupparli in categorie;
2) Cosa vogliamo intendere con la parola formazione quando la riferiamo a questo tipo di “lavoratori del sociale in situazione di emergenza”;
3) Quali specificità dobbiamo considerare per svolgere un ruolo attivo ed efficace all’interno delle varie categorie di soccoritori
Nei vari contesti di intervento in situazione di calamità/disastri, naturali o provocati dall’uomo si richiedono ai soccorritori delle caratteristiche o qualità personali specifiche. Ci si attende come esito dal laboratorio sul tema “la selezione dei volontari” delle indicazioni su:
1) caratteristiche distintive del volontario che vuole svolgere l’azione di soccorritore e breve descrizione delle stesse;
2) peso relativo delle caratteristiche individuate al fine di una valutazione del candidato;
3) raggruppamento delle caratteristiche individuate distinguendo quelle che devono essere possedute, da quelle che possono essere migliorate;
4) suggerimenti per la messa a punto di strumenti o protocolli per l’identificazione e la valutazione delle caratteristiche individuate;
5) suggerimenti sulle modalità con cui facilitare al volontario l’acquisizione delle caratteristiche individuate come suscettibili di miglioramento.
Proposte da rilanciare
Le ipotesi di rilancio si collocano su due direttrici distinte:
a) da un lato, si considera utile che gli esisti dei lavori siano confrontati con Responsabili nazionali e locali della Protezione Civile per individuare degli spazi all’interno dei piani formativi attivati che sappiano considerare la preparazione tecnica del soccorritore, ma anche la sua dimensione psicologica
b) dall’altro, si considera utile che all’interno del mondo accademico si approfondiscano riflessioni e scambi che considerino quanto emerso e ricerchino strumenti di selezione e valutazione dei volontari.
A proposito di formazione
(a cura di M.T.Fenoglio)
E’ indubbio che la domanda di psicologia che in questi anni è arrivata a Psicologi per i Popoli dalla protezione Civile e altre organizzazioni di volontariato è stata in prima istanza domanda di formazione.
Da una analisi per ora non sistematica delle domande pervenuteci, risulta che essa in parte discende dalla consapevolezza di non aver fino ad oggi affrontato adeguatamente il tema delle reazioni psicologiche di vittime e soccorritori in emergenza; in parte però appare il frutto di un desiderio di avvicinarsi a una tematica coinvolgente e scottante garantendosi la dovuta “distanza di sicurezza”.
Questa distanza, che può certamente sottintendere una specifica resistenza, va tuttavia a mio avviso considerata come un segnale importante di ciò che l’emergenza rappresenta per i soggetti che ci contattano, sul piano sia emotivo che culturale.
La richiesta della distanza va presa perciò molto sul serio, rispettata nella sua sostanza, e sviluppata in un avvicinamento graduale atto a favorire una reciproca conoscenza e fiducia. La domanda di corsi di formazione, quindi, va a mio avviso accolta ma non enfatizzata come esperienza di “docenza di aula”. Credo invece utile cogliere queste occasioni per porre ascolto a ciò che i partecipanti vogliono esprimere, senza fretta di sovrapporre ai contenuti che i partecipanti propongono schematizzazioni di varia natura.
Credo sia importante muoverci in equilibrio tra gli opposti pericoli del troppo silenzio, che può venir letto come atteggiamento profetico detentore di potere, e del troppo “parlato”, che rischia di saturare e ingessare l’incontro fornendo “risposte” preconfezionate.
Del resto la “teoria della formazione” poggia sugli assunti bioniani di “formazione a pensare”: il lavoro formativo consente ai partecipanti di “tenere un discorso” sulle proprie esperienze, grazie a questo distanziarsene aprendosi alla possibilità di “immaginarsi diversi”. Si tratta quindi di un processo che, anche se si può avvalere di lezioni frontali, non si identifica con queste, né con una generica “trasmissione attiva” di contenuti.
Nel corso della mia attività professionale come formatrice ho tuttavia constatato come la situazione di “aula”, con i suoi tempi concentrati, l’enfasi sulla parola, la dinamica del gruppo, ecc. non sempre è ben tollerata dai partecipanti, dai quali viene avanzata prima di tutto una domanda di conferma e sostegno alle proprie scelte, più che di “cambiamento” a fronte di vere e proprie difficoltà conclamate. Sarebbe tuttavia riduttivo ricondurre questo tipo di domanda alla semplice richiesta di approvazione narcisistica: ciò che sembra motivare molte persone a partecipare a un corso di formazione sembra piuttosto il desiderio di tradurre a un terzo, di raccontare all’interno di uno spazio dedicato una esperienza che non ha ancora trovato una occasione per dirsi.
La formazione può utilmente essere impostata, perciò, come ricerca, nella quale lo psicologo assume il ruolo di raccoglitore di storie e “curatore editoriale” dei contenuti proposti. Sarà poi la rilettura di questi a offrire l’opportunità di distanziarsene, cogliendoli prospetticamente.
Lo psicologo ricercatore, eventualmente coadiuvato da collaboratori giovani e motivati, preparati all’uopo ma non troppo professionalizzati, curerà allora, presso organizzazioni, associazioni o gruppi, una raccolta di “interviste” che legheranno le tematiche da indagare alle vicende biografiche e al sentire dei singoli.
Il metodo della ricerca (più esattamente della “ricerca intervento”) è stato da me applicato, nello spazio di più di un decennio, in diversi contesti: quartieri cittadini o piccoli comuni; due comunità terapeutiche; una associazione di disabili; alcune associazioni di volontariato; un gruppo di disoccupati facenti capo al sindacato; un gruppo di donne in ricollocazione lavorativa; un gruppo di donne straniere dedite al lavoro di cura; un gruppo di mediatori culturali; una ONG.
Ho dato a questa metodologia il nome di “ricerca-intervento a vertice formativo”. Essa si distingue, infatti, dalla ricerca tradazionale in quanto centrata sullo spazio dato alla possibilità di pensiero favorita dalla creazione narrativa.
Lo strumento utilizzato, il colloquio biografico, è concepito come strumento psicologico e clinico: attento cioè alla dinamica relazionale tra intervistatore e intervistato; al setting; all’atteggiamento esente da giudizio; alla regolazione dagli assunti della continua scoperta dell' alterità/reciprocità; al transfert; alla “restituzione” in itinere e finale (riformulazione, feed back) dei contenuti proposti la quale, evitando le interpretazioni (si tratta di un “semplice” riassunto), è tesa a sostenere il senso complessivo del materiale proposto.
Il colloquio così impostato consente agli intervistati di vivere una esperienza di “ascolto” totale, impossibile in situazioni quotidiane in cui la narrazione è inquinata dalla “conversazione”, le rappresentazioni preconcette, le resistenze dell’interlocutore ad essere avvicinati da contenuti scomodi.
Ruolo fondamentale di questa metodologia formativa è inoltre la restituzione di gruppo, in cui i formatori presentano alla organizzazione o ai gruppi coinvolti le “voci” che si sono espresse, eventualmente organizzzate in modo tematico.
Il processo formativo, la “formazione a pensare”, non sono tuttavia mai immediati, né esenti da contraddizioni. Più di una volta la dichiarazione di un cambiamento di prospettiva e decisioni prese in conformità con una nuova consapevolezza ci è giunta a distanza di anni. Ciò che tuttavia viene colto sempre dai partecipanti è l’effetto distanziamento favorito dalle voci che si sviluppano attorno a uno stesso oggetto; la debanalizzazione di ciò che sembra ovvio; il piacere di comporre una narrazione che conserva le specificità pur costituendo una corale; la soddisfazione di essere protagonisti e di comporre, insieme ad altri, una particolare “epica” degli eventi.
Lo strumento: la narrazione
Il concetto di narrazione rientra nell'idea bruneriana di "psicologia popolare". Gli "psicologi popolari", vale a dire chiunque partecipi di una certa cultura, organizza narrativamente la propria esperienza, strutturandola in conformità con i significati ad essa attribuiti. La narrazione, quindi, si sviluppa in quanto dialettica tra "stati del mondo percepiti e propri desideri, che si influenzano a vicenda" (Bruner,1992).
“L'esigenza narrativa, d'altra parte, nasce da una motivazione psicologica prima che estetica: la ricerca di un significato per comprendere la realtà e sottrarsi così alla ansiogena dimensione dell'ignoto.
La raccolta delle narrazioni attraverso il colloquio promuove inoltre la valorizzazione dell'esperienza del singolo in un processo di salvataggio dal sentimento della perdita del senso di sé in relazione agli altri, ma anche del significato della propria identità. La società post-moderna, o globalizzata, offre scarse occasioni per la condivisione delle narrazioni personali e collettive. Eppure, più esse vengono esplicitate, condivise, contrattate, più sono ricchi da un lato la vita sociale, dall'altro il proprio "teatro personale", vale a dire il senso di esserci, il proprio valore come persona”. (Cuniberti P., Fenoglio, Occhionero G., 2001)
Alcune osservazioni in coda
Si è da qualche tempo diffusa anche in Europa una corrente chiamata “Narrative Therapy”, che si propone di essere di utilità alle vittime di un trauma.
Perchè si possa realizzare una condizione di autentica “formatività”, è tuttavia indispensabile che lo psicologo funga davvero da “terzo” nella relazione tra le parti in gioco, per favorire l’interrogazione, l’incertezza, il confronto e, attraverso questi, la nascita del pensiero
Da quanto ho appena illustrato inviterei quindia coloro che fossero interessati alle teorie narrative e alla loro applicazione ad usare molta cautela. Raccontare non è necessariamente teraputico, e il colloquio biografico richiede piena consapevolezza degli strumenti clinici impiegati….
Naturalmente il dibattito, specie se sulla base di esperienze, è opportuno e gradito.
Maria Teresa Fenoglio
Psicologi per i Popoli-Torino
Bibliografia
Bion W.R.(1961), trad.it Esperienze nei gruppi, Armando, Roma 1971
Bion W.R.(1963), trad.it. Apprendere dall’esperienza, Armando, Roma 1972
Bruner J.(1991), trad.it. La ricerca del significato, Bollati Borighieri, Torino 1992
Capello C. (2001), Il sé e l’altro nella scrittura autobiografica, Bollati Boringhieri, Torino 2001
Carli R., Trasformazione e cambiamento, (1976)in “Archivio di Psicologia, Psichiatria e Neurologia”, 1-2,
Carli R., Paniccia R.M., La cultura locale come organizzatore delle relazioni, sito internet spsonline.it/introCultura.htm#culturalocale
Cuniberti P., Fenoglio, Occhionero G, (2001) Psicologia clinica nella comunità: l’ esperienza di inserimento di un gruppo appartamento per pazienti psichiatrici in un quartiere cittadino, Asti
Fenoglio M.T., Franceschetti G.C. (1996), Albre, storie nate o cresciute sulle rive della Stura, Il Segnalibro, Torino
Fenoglio M.T., Franceschetti G.C., Giannini B., Olivero M (1998)., Tra le anse del grande fiume, voci e luoghi di La Loggia, Il Segnalibro, Torino
Fenoglio M.T., Identità nelle periferie: un contributo psicologico, in: “Appunti di politica territoriale”, Celid,Torino 2000
Kaneklin C., Scaratti G (1998), Formazione e narrazione, Cortina, Milano
Lorenzetti,(1992)La dimensione estetica dell'esperienza, Il Mulino, Bologna
Martini G.(1998), Ermeneutica e narrazione, Bollati Boringhieri, Torino
Ricoeur P.(1965), trad.it. Della interpretazione. Saggio su Freud, Il Saggiatore, Milano 1967
Ricoeur P,(1988) La componente narrativa della psicoanalisi, Metaxù, vol.5
Laboratorio 1: "L'intervento psicologico con i bambini nei disastri"
Responsabile: Ester Chicco
L’ambito di riflessione assegnato al nostro gruppo è estremamente vasto.
• Possiamo incontrare infatti emergenze dovute a catastrofi naturali od ambientali (terremoti, alluvioni, carestie, incidenti ecologici), a conflitti in corso o terminati, a situazione di attacchi terroristici, di sradicamento o di esclusione (i bambini di strada)…
• L’intervento psicologico può riferirsi ad una fase di prevenzione (la previsione e la comunicazione del rischio), può essere una risposta immediata all’emergenza, può riferirsi invece alla rilevazione e terapia di eventuali individui a rischio psicologico a causa dell’esperienza traumatica o ancora all’aiuto alla ricostruzione per una comunità traumatizzata (e di cui i bambini fanno ovviamente parte)
• E’ varia l’età della popolazione a cui ci rivolgiamo, le reazioni e le risposte di un adolescente sono certamente diverse da quelle di un neonato o di un bambino che non parla ancora
• E’ infine aperta la discussione su che cosa sia uno stato di PTSD per un bambino, in particolare per un bambino piccolo, su quali possano esserne i riflessi su di una personalità in formazione, ed ovviamente, su quali tipi di intervento siano più opportuni nelle diverse fasce di età e nelle diverse situazioni.
Vorrei indicare alcuni spunti di riflessione che potremmo approfondire nel corso della giornata:
• Quali possono essere le reazioni più comuni, nelle diverse fasce di età (bambini molto piccoli, bambini più grandi, adolescenti) di fronte a una situazione di emergenza, quali di queste reazioni ci devono preoccupare e quando
• Come organizzare una struttura di prima accoglienza (es. tenda), che cosa mettere nella valigia o zaino di primo intervento psicologico
• Quali attività possono essere utili nell’immediato e nei giorni successivi (giochi, fiabe, letture, racconti, canzoni, disegni…)
• Il ruolo dell’adulto/psicologo nei confronti dei bambini e degli altri adulti:
- rassicurare, contenere, ascoltare, spiegare
- funzionare come possibilità di dare un senso all’avvenuto (si può parlare, dire, pensare…)
- rimettere in funzione l’attività simbolica e la capacità di ricostruirsi
- ristabilire i legami
- accogliere e permettere l’esperienza di emozioni negative
- cogliere i segnali preoccupanti e fare attenzione ai soggetti più in difficoltà
- organizzare spazi, giochi ed attività
- ……..
• Quali emozioni e pensieri può suscitare nell’adulto/soccorritore l’incontro con la sofferenza del bambino e dell’adolescente
• Quali attenzioni particolari è necessario avere nei confronti dei bambini molto piccoli (0-3 anni) e di chi si occupa di loro
• Come tutelare i bambini da una eccessiva esposizione alla ripetizione del racconto dell’evento e ai media (TV, stampa)
• Come si può pensare di comunicare ai bambini più piccoli un eventuale rischio (es. terremoto) per indurre comportamenti adeguati
• Quali informazioni può essere utile trasmettere a genitori, ad insegnanti, e in genere a chi si occupa di bambini in una fase di prima emergenza
• Quali contatti stabilire con le istituzioni, le associazioni ecc. Quali figure contattare per coordinare gli interventi nei confronti dei bambini
• Come il soccorritore si prende cura di sé stesso
Attorno a questi (ma anche ad altri) spunti, i partecipanti al gruppo sono invitati a presentare loro eventuali esperienze dirette di intervento psicologico con bambini in situazione di emergenza e/o le loro riflessioni.
Ci sarà anche spazio per un momento di lavoro comune a gruppi.
L’ambito di riflessione assegnato al nostro gruppo è estremamente vasto.
• Possiamo incontrare infatti emergenze dovute a catastrofi naturali od ambientali (terremoti, alluvioni, carestie, incidenti ecologici), a conflitti in corso o terminati, a situazione di attacchi terroristici, di sradicamento o di esclusione (i bambini di strada)…
• L’intervento psicologico può riferirsi ad una fase di prevenzione (la previsione e la comunicazione del rischio), può essere una risposta immediata all’emergenza, può riferirsi invece alla rilevazione e terapia di eventuali individui a rischio psicologico a causa dell’esperienza traumatica o ancora all’aiuto alla ricostruzione per una comunità traumatizzata (e di cui i bambini fanno ovviamente parte)
• E’ varia l’età della popolazione a cui ci rivolgiamo, le reazioni e le risposte di un adolescente sono certamente diverse da quelle di un neonato o di un bambino che non parla ancora
• E’ infine aperta la discussione su che cosa sia uno stato di PTSD per un bambino, in particolare per un bambino piccolo, su quali possano esserne i riflessi su di una personalità in formazione, ed ovviamente, su quali tipi di intervento siano più opportuni nelle diverse fasce di età e nelle diverse situazioni.
Vorrei indicare alcuni spunti di riflessione che potremmo approfondire nel corso della giornata:
• Quali possono essere le reazioni più comuni, nelle diverse fasce di età (bambini molto piccoli, bambini più grandi, adolescenti) di fronte a una situazione di emergenza, quali di queste reazioni ci devono preoccupare e quando
• Come organizzare una struttura di prima accoglienza (es. tenda), che cosa mettere nella valigia o zaino di primo intervento psicologico
• Quali attività possono essere utili nell’immediato e nei giorni successivi (giochi, fiabe, letture, racconti, canzoni, disegni…)
• Il ruolo dell’adulto/psicologo nei confronti dei bambini e degli altri adulti:
- rassicurare, contenere, ascoltare, spiegare
- funzionare come possibilità di dare un senso all’avvenuto (si può parlare, dire, pensare…)
- rimettere in funzione l’attività simbolica e la capacità di ricostruirsi
- ristabilire i legami
- accogliere e permettere l’esperienza di emozioni negative
- cogliere i segnali preoccupanti e fare attenzione ai soggetti più in difficoltà
- organizzare spazi, giochi ed attività
- ……..
• Quali emozioni e pensieri può suscitare nell’adulto/soccorritore l’incontro con la sofferenza del bambino e dell’adolescente
• Quali attenzioni particolari è necessario avere nei confronti dei bambini molto piccoli (0-3 anni) e di chi si occupa di loro
• Come tutelare i bambini da una eccessiva esposizione alla ripetizione del racconto dell’evento e ai media (TV, stampa)
• Come si può pensare di comunicare ai bambini più piccoli un eventuale rischio (es. terremoto) per indurre comportamenti adeguati
• Quali informazioni può essere utile trasmettere a genitori, ad insegnanti, e in genere a chi si occupa di bambini in una fase di prima emergenza
• Quali contatti stabilire con le istituzioni, le associazioni ecc. Quali figure contattare per coordinare gli interventi nei confronti dei bambini
• Come il soccorritore si prende cura di sé stesso
Attorno a questi (ma anche ad altri) spunti, i partecipanti al gruppo sono invitati a presentare loro eventuali esperienze dirette di intervento psicologico con bambini in situazione di emergenza e/o le loro riflessioni.
Ci sarà anche spazio per un momento di lavoro comune a gruppi.
Avvio delle attività preparatorie per il Campo-Scuola
A partire da oggi, sono attivati gli spazi di discussione relativi ai diversi Laboratori-Seminari del Campo-Scuola Nazionale di Psicologia dell'Emergenza.
Per adesso alcuni di questi devono ancora essere "riempiti" di contenuti, ma nel corso dei prossimi giorni e delle prossime settimane i vari Responsabili aggiungeranno nell'area di loro competenza commenti, indicazioni e spunti di approfondimento, mentre tutti i partecipanti e lettori del Blog potranno contribuire alla discussione utilizzando liberamente i "commenti" (basta cliccare sul link "comments", presente in basso sotto ogni post).
Per adesso alcuni di questi devono ancora essere "riempiti" di contenuti, ma nel corso dei prossimi giorni e delle prossime settimane i vari Responsabili aggiungeranno nell'area di loro competenza commenti, indicazioni e spunti di approfondimento, mentre tutti i partecipanti e lettori del Blog potranno contribuire alla discussione utilizzando liberamente i "commenti" (basta cliccare sul link "comments", presente in basso sotto ogni post).
26 luglio 2006
CAMPO-SCUOLA DI ROVERETO
Buondì a tutti,
con oggi questo Blog diviene il "contenitore" delle discussioni tematiche preparatorie al Campo-Scuola Nazionale di Psicologia dell'Emergenza, organizzato da Psicologi per i Popoli ed aperto a tutte le realtà professionali del settore, che si terrà il 15-16-17 settembre 2006 a Marco di Rovereto (TN).
Maggiori informazioni sull'incontro di settembre sono reperibili qui:
Campo-Scuola Nazionale
Il blog è liberamente aperto ai commenti tematici di tutti, e non è moderato (anche se ci si riserva la possibilità di cancellare i contributi "off-topic").
Per aggiungere un commento e partecipare alla discussione, è sufficiente cliccare sotto un argomento, sul link "Commenti", e poi su "Posta un Commento".
A breve, verranno avviati gli argomenti tematici di discussione (suddivisi per "laboratorio didattico").
Buon lavoro a tutti,
Luca
con oggi questo Blog diviene il "contenitore" delle discussioni tematiche preparatorie al Campo-Scuola Nazionale di Psicologia dell'Emergenza, organizzato da Psicologi per i Popoli ed aperto a tutte le realtà professionali del settore, che si terrà il 15-16-17 settembre 2006 a Marco di Rovereto (TN).
Maggiori informazioni sull'incontro di settembre sono reperibili qui:
Campo-Scuola Nazionale
Il blog è liberamente aperto ai commenti tematici di tutti, e non è moderato (anche se ci si riserva la possibilità di cancellare i contributi "off-topic").
Per aggiungere un commento e partecipare alla discussione, è sufficiente cliccare sotto un argomento, sul link "Commenti", e poi su "Posta un Commento".
A breve, verranno avviati gli argomenti tematici di discussione (suddivisi per "laboratorio didattico").
Buon lavoro a tutti,
Luca
08 luglio 2006
Psicologi per i Popoli
"Psicologi per i Popoli" è una delle più "antiche" e prestigiose società italiane di Psicologia dell'Emergenza e dell'Assistenza Umanitaria.
Strutturata su base regionale, in prevalenza nel centro-nord Italia, e riunita in una Federazione nazionale, è stata forse la prima associazione di settore in Italia (assieme alla SIPEM, più attiva nel centro-sud del paese).
L'Associazione ha rappresentato il "punto focale" di molte iniziative operative, esercitative e di elaborazione teorica nell'ambito della psicologia dell'emergenza, e si è posta in un rapporto di forte collaborazione con enti locali e università nelle diverse regioni in cui è attiva.
Da poco il sito dell'Associazione è stato rivisto e ristrutturato, ed attraverso di esso è anche possibile accedere al primo numero della nuova "Rivista di Psicologia dell'Emergenza e dell'Assistenza Umanitaria", che, oltre ad essere l'organo associativo, si vuole anche proporre come rivista di riferimento per il settore a livello nazionale.
Merita decisamente un'occhiata ! :-)
Luca
Strutturata su base regionale, in prevalenza nel centro-nord Italia, e riunita in una Federazione nazionale, è stata forse la prima associazione di settore in Italia (assieme alla SIPEM, più attiva nel centro-sud del paese).
L'Associazione ha rappresentato il "punto focale" di molte iniziative operative, esercitative e di elaborazione teorica nell'ambito della psicologia dell'emergenza, e si è posta in un rapporto di forte collaborazione con enti locali e università nelle diverse regioni in cui è attiva.
Da poco il sito dell'Associazione è stato rivisto e ristrutturato, ed attraverso di esso è anche possibile accedere al primo numero della nuova "Rivista di Psicologia dell'Emergenza e dell'Assistenza Umanitaria", che, oltre ad essere l'organo associativo, si vuole anche proporre come rivista di riferimento per il settore a livello nazionale.
Merita decisamente un'occhiata ! :-)
Luca
Sempre sulla psicologia militare...
Riprendendo il discorso precedentemente avviato sulle "terapie" da PTSD nei militari statunitensi attualmente impegnati nei teatri operativi medio-orientali, è uscito oggi un interessante articolo della Associated Press, reperibile presso questo link:
Army cuts 1,000 for personality disorders
Quest'anno la US Army ha congedato circa 1000 militari per disturbi della personalità, prevalentemente distribuiti, a quanto si può inferire dal testo, sulla dimensione sociopatica.
L'articolo aggiorna anche con interessanti dati epidemiologici e quantitativi sia i riferimenti alla diffusione di difficoltà emotive e disturbi psicologici nel personale militare operativo nei teatri suddetti, sia il dimensionamento degli Stress Management Team messi a disposizione del personale (200 su 150.000 operatori in Iraq, 25 su circa 30.000 in Afghanistan).
Army cuts 1,000 for personality disorders
Quest'anno la US Army ha congedato circa 1000 militari per disturbi della personalità, prevalentemente distribuiti, a quanto si può inferire dal testo, sulla dimensione sociopatica.
L'articolo aggiorna anche con interessanti dati epidemiologici e quantitativi sia i riferimenti alla diffusione di difficoltà emotive e disturbi psicologici nel personale militare operativo nei teatri suddetti, sia il dimensionamento degli Stress Management Team messi a disposizione del personale (200 su 150.000 operatori in Iraq, 25 su circa 30.000 in Afghanistan).
09 giugno 2006
Ancora sul PTSD nei militari statunitensi in Iraq
I dati sull'incidenza del PTSD nei militari statunitensi veterani del teatro iracheno potrebbero essere sottostimati, e la gestione clinica degli stessi, come già segnalato in un precedente post del blog, sembra avere ampi spazi di miglioramento.
Questo articolo riprodotto in Opsonline affronta l'argomento da una prospettiva giornalistica, ma interessante.
Questo articolo riprodotto in Opsonline affronta l'argomento da una prospettiva giornalistica, ma interessante.
05 maggio 2006
Attentato in Afghanistan
A pochi giorni di distanza dal "secondo attentato di Nassiriya", l'Esercito Italiano ha subito altre perdite in un teatro operativo asiatico: oggi due militari sono morti nell'attentato avvenuto a Kabul, ed in cui sono rimasti coinvolti i mezzi Puma del Secondo Reggimento Alpini. Difficile che questa "sincronia" sia casuale, tenendo conto del recente passaggio di comando ISAF e dell'evoluzione della politica italiana con le recenti elezioni. Non a caso, l'intelligence si dice già convinta che lo scopo di entrambi gli attentati possa essere analogo:
Articolo di analisi di Repubblica Online
Aldilà della valutazione geopolitica, rimane però il dolore per l'ennesimo evento luttuoso.
A livello "psicologico" e "culturale" delle Forze Armate Italiane impegnate nelle attività di PeaceKeeping/PeaceEnforcing, i recenti attentati stanno fornendo (purtroppo) motivo per dover parzialmente ripensare la nostra autopercezione di "reparti bene accetti", proprio in quanto particolarmente attenti alla costruzione del rapporto con la popolazione locale: il lucido agire terroristico di elementi fondamentalisti, spesso "dissociati" rispetto al reale sentire della popolazione locale, sta in parte costringendo i nostri reparti a rivedere schemi operativi ormai abbastanza consolidati (e fortemente orientati alla CIMIC ed all'apertura alla popolazione), imponendo una difficile e frustrante modifica anche del modo che gli operatori sul campo hanno di autopercepirsi e di "pensarsi collettivamente in un certo ruolo funzionale".
Una transizione che purtroppo ci segnala come la giustamente celebrata e tutt'ora notevole "diversità italiana" nelle modalità di implementazione delle operazioni di PeaceKeeping possa incontrare, a volte, anche dei luttuosi momenti di scacco.
Articolo di analisi di Repubblica Online
Aldilà della valutazione geopolitica, rimane però il dolore per l'ennesimo evento luttuoso.
A livello "psicologico" e "culturale" delle Forze Armate Italiane impegnate nelle attività di PeaceKeeping/PeaceEnforcing, i recenti attentati stanno fornendo (purtroppo) motivo per dover parzialmente ripensare la nostra autopercezione di "reparti bene accetti", proprio in quanto particolarmente attenti alla costruzione del rapporto con la popolazione locale: il lucido agire terroristico di elementi fondamentalisti, spesso "dissociati" rispetto al reale sentire della popolazione locale, sta in parte costringendo i nostri reparti a rivedere schemi operativi ormai abbastanza consolidati (e fortemente orientati alla CIMIC ed all'apertura alla popolazione), imponendo una difficile e frustrante modifica anche del modo che gli operatori sul campo hanno di autopercepirsi e di "pensarsi collettivamente in un certo ruolo funzionale".
Una transizione che purtroppo ci segnala come la giustamente celebrata e tutt'ora notevole "diversità italiana" nelle modalità di implementazione delle operazioni di PeaceKeeping possa incontrare, a volte, anche dei luttuosi momenti di scacco.
29 aprile 2006
L'attentato di Nassiriya e l'impegno delle FFAA
A distanza di due anni e mezzo, un nuovo attentato ha colpito il contingente italiano in Iraq. Quattro morti (tre italiani ed un rumeno) ed un ferito grave sono il risultato dell'attentato della mattina del 27, eseguito con una IED basata su carica cava, che ha colpito in pieno il VM90P su cui viaggiavano i 5 militari.
Il cordoglio per l'evento si affianca anche alla consapevolezza che l'Esercito e l'Arma in anni recenti hanno sviluppato procedure ed inquadrato personale altamente qualificato per la gestione degli stress traumatici da evento critico; personale che, in patria, supporta direttamente i parenti delle vittime, e, proiettato in teatro operativo, è in grado di supportare efficacemente anche i colleghi delle FF.AA. che sono stati indirettamente coinvolti nell'evento. La cultura della psicologia dell'emergenza sta, gradualmente ma significativamente, iniziando a filtrare anche all'interno dei Corpi Armati dello Stato. E' un trend importante, e l'incorporazione nelle Forze Armate di tali capacità operative (e soprattutto del "milieu culturale" che le sottende...) rappresenta davvero una tappa significativa nella predisposizione di adeguate misure di prevenzione e tutela del personale operativo militare, che, strutturalmente, può essere sottoposto a stressors fuori dall'ordinario (che, conseguentemente, richiedono di essere correttamente e coerentemente riconosciuti, e gestiti in maniera adeguata).
Il cordoglio per l'evento si affianca anche alla consapevolezza che l'Esercito e l'Arma in anni recenti hanno sviluppato procedure ed inquadrato personale altamente qualificato per la gestione degli stress traumatici da evento critico; personale che, in patria, supporta direttamente i parenti delle vittime, e, proiettato in teatro operativo, è in grado di supportare efficacemente anche i colleghi delle FF.AA. che sono stati indirettamente coinvolti nell'evento. La cultura della psicologia dell'emergenza sta, gradualmente ma significativamente, iniziando a filtrare anche all'interno dei Corpi Armati dello Stato. E' un trend importante, e l'incorporazione nelle Forze Armate di tali capacità operative (e soprattutto del "milieu culturale" che le sottende...) rappresenta davvero una tappa significativa nella predisposizione di adeguate misure di prevenzione e tutela del personale operativo militare, che, strutturalmente, può essere sottoposto a stressors fuori dall'ordinario (che, conseguentemente, richiedono di essere correttamente e coerentemente riconosciuti, e gestiti in maniera adeguata).
25 aprile 2006
Ci risiamo...
Ci risiamo, a meno di un anno di distanza ecco il nuovo attentato alle mete turistiche del Sinai: a Dahab due o tre kamikaze si sono fatti saltare in aria, uccidendo 18 persone e ferendone altre decine.
Articolo di Repubblica
Come al solito, il "timing" di questi eventi è sempre molto preciso, e cerca di fondere insieme dimensioni psicologiche e politiche: interessanti a proposito le analisi strategiche di Debka, uno dei più imporanti siti di approfondimento sulle questioni medio-orientali.
Debka
Articolo di Repubblica
Come al solito, il "timing" di questi eventi è sempre molto preciso, e cerca di fondere insieme dimensioni psicologiche e politiche: interessanti a proposito le analisi strategiche di Debka, uno dei più imporanti siti di approfondimento sulle questioni medio-orientali.
Debka
24 aprile 2006
Uno strano modo per gestire il PTSD nei militari americani: rimandarli al fronte sotto terapia
Un interessante articolo dello Union-Tribune di San Diego (del resto, area "ad alta densità militare" della US Navy) propone un tema abbastanza scottante: il massiccio reinvio nel teatro operativo iracheno di militari con diagnosi di PTSD, e con trattamenti psicofarmacologici in corso.
Link all'articolo originale
La reimmissione in teatro di tale personale è principalmente dovuto al fatto che le forze armate statunitensi, ampiamente impegnate nei diversi teatri iracheno ed afghano (oltre che nei posizionamenti ordinari), sono ormai ai limiti delle loro potenzialità logistico-operative nel garantire i previsti turni di rotazione delle unità. Anche la Riserva è ormai utilizzata in maniera estremamente massiccia, e da almeno un paio di anni il problema del bassissimo numero dei nuovi arruolamenti volontari è al centro delle preoccupazioni dei vertici militari. Dunque, tutti le unità ed il personale in "active duty" si trova a dover gestire un "optempo", ovvero tempo impegnato in operatività fuori area, nettamente superiore a quanto "dovrebbe essere". Capita così che molti reparti e migliaia di uomini che in altre condizioni avrebbero potuto rimanere negli Stati Uniti per più lunghi periodi di riposo tra un periodo operativo ed un altro si ritrovino a partire prima ancora di aver potuto "rielaborare gli eventi vissuti"; per molti soldati, si tratta addirittura di ritornare in Iraq prima ancora di aver superato la traumatizzazione emotiva del precedente turno di servizio.
Ora, anche se è vero che la psicotraumatologia militare è nata con la "forward psychiatry" ed i Principi di Salmon (1917), che prevedono che il militare traumatizzato debba essere reinviato nel più breve tempo possibile al fronte, proprio per evitare che sviluppi la convinzione di essere "ammalato", in realtà quei principi sono da applicarsi in un altro senso e con ben altre modalità. Qui sembra invece che si stia parlando di sindromi psicotraumatiche strutturate, in corso di trattamento con psicofarmarci. La "ritraumatizzazione massiccia di soggetti vulnerabili" non è esattamente quello che intendevano Roussy, Lhermitte e Salmon quando, durante la prima guerra mondiale, cercavano di ipotizzare delle modalità di supporto immediato per i militari turbati dagli orrori cui avevano assistito al fronte...
Link all'articolo originale
La reimmissione in teatro di tale personale è principalmente dovuto al fatto che le forze armate statunitensi, ampiamente impegnate nei diversi teatri iracheno ed afghano (oltre che nei posizionamenti ordinari), sono ormai ai limiti delle loro potenzialità logistico-operative nel garantire i previsti turni di rotazione delle unità. Anche la Riserva è ormai utilizzata in maniera estremamente massiccia, e da almeno un paio di anni il problema del bassissimo numero dei nuovi arruolamenti volontari è al centro delle preoccupazioni dei vertici militari. Dunque, tutti le unità ed il personale in "active duty" si trova a dover gestire un "optempo", ovvero tempo impegnato in operatività fuori area, nettamente superiore a quanto "dovrebbe essere". Capita così che molti reparti e migliaia di uomini che in altre condizioni avrebbero potuto rimanere negli Stati Uniti per più lunghi periodi di riposo tra un periodo operativo ed un altro si ritrovino a partire prima ancora di aver potuto "rielaborare gli eventi vissuti"; per molti soldati, si tratta addirittura di ritornare in Iraq prima ancora di aver superato la traumatizzazione emotiva del precedente turno di servizio.
Ora, anche se è vero che la psicotraumatologia militare è nata con la "forward psychiatry" ed i Principi di Salmon (1917), che prevedono che il militare traumatizzato debba essere reinviato nel più breve tempo possibile al fronte, proprio per evitare che sviluppi la convinzione di essere "ammalato", in realtà quei principi sono da applicarsi in un altro senso e con ben altre modalità. Qui sembra invece che si stia parlando di sindromi psicotraumatiche strutturate, in corso di trattamento con psicofarmarci. La "ritraumatizzazione massiccia di soggetti vulnerabili" non è esattamente quello che intendevano Roussy, Lhermitte e Salmon quando, durante la prima guerra mondiale, cercavano di ipotizzare delle modalità di supporto immediato per i militari turbati dagli orrori cui avevano assistito al fronte...
19 aprile 2006
Un pò in ritardo...
Mi scuso per l'assenza di aggiornamenti nelle ultime settimane; la conclusione di una serie di lavori mi ha veramente fatto finire "con l'acqua alla gola", e la sospensione temporanea degli aggiornamenti del Blog, purtroppo, ne è stata conseguenza diretta.
Ma adesso si torna all'operatività "ordinaria", ed entro breve verranno aggiunte una serie di news e di risorse web che spero possano rivelarsi MOLTO utili per chi si interessa del settore...
Luca
Ma adesso si torna all'operatività "ordinaria", ed entro breve verranno aggiunte una serie di news e di risorse web che spero possano rivelarsi MOLTO utili per chi si interessa del settore...
Luca
29 dicembre 2005
Tsunami 2004, l'evoluzione della Psicologia dell'Emergenza Italiana
Il 26 dicembre 2004 lo Tsunami asiatico si abbatteva sulle coste di numerosi paesi affacciati sull'Oceano Indiano, causando oltre 230.000 vittime e circa due milioni di sfollati. I danni all'economia locale, soprattutto in alcune aree già duramente provate dalle lunghe guerre di indipendenza (Sri Lanka, Sumatra), sono stati gravissimi.
Un ottimo repertorio di risorse informative sullo Tsunami del 2004 è questo.
Al contempo, la solidarietà internazionale è stata enorme e si è prodotta in una sorta di forte "atto compensatorio", con un gigantesco afflusso di donazioni, attivazione di progetti importanti, collaborazioni internazionali.
Anche molti psicologi italiani sono stati impegnati dall'emergenza, sia in patria (con il supporto diretto, nelle fasi del rimpatrio, ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime; a Malpensa i colleghi del Servizio Psicologico d'Emergenza dell'OPL/Protezione Civile Lombardia, coordinato da Rita Fioravanzo, ed a Roma i colleghi del Dipartimento ed altri), sia recandosi in loco (in particolare in Sri Lanka), per collaborare a molti tipi di progetto psicosociale finalizzati al sostegno della popolazione.
L'Università Cattolica di Milano (ed il gruppo di Fabio Sbattella in particolare) ha operato a lungo e con impegno su questo versante; molti colleghi sono poi partiti volontariamente per dare il loro contributo e, dato assai importante, per la prima volta il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale ha deciso di inviare sul campo una psicologa, per verificare direttamente la qualità degli interventi psicosociali implementati dalle varie associazioni ed ONG.
Riflettiamoci bene: sono stati interventi numerosi, interventi organizzati, interventi verificati e qualificati, condotti quasi sempre da psicologi non certo "improvvisati" ma anzi con un robusto background formativo nel settore dell'Emergenza. In questo frangente, sia nella fase acuta che nei "meno visibili" ma non meno difficili mesi successivi, gli psicologi dell'emergenza italiani hanno, nella sostanza, operato tanto e bene, ad una scala forse mai raggiunta in passato.
A ripensare all'embrionale, incerta, psicologia dell'emergenza italiana di una decina di anni fa, si ha finalmente la sensazione di essersi avviati, seppur ancora un pò lentamente, sulla strada giusta...
Un saluto ed un augurio di buon 2006 !
Luca
Un ottimo repertorio di risorse informative sullo Tsunami del 2004 è questo.
Al contempo, la solidarietà internazionale è stata enorme e si è prodotta in una sorta di forte "atto compensatorio", con un gigantesco afflusso di donazioni, attivazione di progetti importanti, collaborazioni internazionali.
Anche molti psicologi italiani sono stati impegnati dall'emergenza, sia in patria (con il supporto diretto, nelle fasi del rimpatrio, ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime; a Malpensa i colleghi del Servizio Psicologico d'Emergenza dell'OPL/Protezione Civile Lombardia, coordinato da Rita Fioravanzo, ed a Roma i colleghi del Dipartimento ed altri), sia recandosi in loco (in particolare in Sri Lanka), per collaborare a molti tipi di progetto psicosociale finalizzati al sostegno della popolazione.
L'Università Cattolica di Milano (ed il gruppo di Fabio Sbattella in particolare) ha operato a lungo e con impegno su questo versante; molti colleghi sono poi partiti volontariamente per dare il loro contributo e, dato assai importante, per la prima volta il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale ha deciso di inviare sul campo una psicologa, per verificare direttamente la qualità degli interventi psicosociali implementati dalle varie associazioni ed ONG.
Riflettiamoci bene: sono stati interventi numerosi, interventi organizzati, interventi verificati e qualificati, condotti quasi sempre da psicologi non certo "improvvisati" ma anzi con un robusto background formativo nel settore dell'Emergenza. In questo frangente, sia nella fase acuta che nei "meno visibili" ma non meno difficili mesi successivi, gli psicologi dell'emergenza italiani hanno, nella sostanza, operato tanto e bene, ad una scala forse mai raggiunta in passato.
A ripensare all'embrionale, incerta, psicologia dell'emergenza italiana di una decina di anni fa, si ha finalmente la sensazione di essersi avviati, seppur ancora un pò lentamente, sulla strada giusta...
Un saluto ed un augurio di buon 2006 !
Luca
09 novembre 2005
Attentati e psicologi dell'emergenza
Sfuggo brevemente al mio "dovere", che in queste settimane sarebbe concentrarsi esclusivamente su una monografia sui disastri idrici che devo concludere entro breve… il materiale su New Orleans è lì, quasi risistemato, ma anche quello è ancora in stand-by per via delle mie scadenze lavorative. A breve arriverà, ma per adesso preferisco approfittare di queste brevi pause per parlare brevemente d'altro.
Si parla in questo periodo di possibili attentati terroristici anche in Italia; dopo Madrid e dopo Londra, si parla insistentemente di una grande città italiana come futuro, possibile, obbiettivo del terrorismo. Difficile sapere se e quando avverrà un evento del genere, ma, per quanto ci riguarda, ci si può chiedere se gli psicologi dell'emergenza italiani siano "preparati" per un evento del genere. "Essere preparati" e "attentato terroristico", messi nella stessa frase, sembrano un'impossibilità logica. Effettivamente, l'esperienza di altre città (Madrid in primis) insegna che "essere preparati" è praticamente impossibile.
Anche per gli psicologi, il lavoro in un contesto post-attentato riveste significati ed emozioni molto forti, che inevitabilmente non possono non invadere il campo della relazione di sostegno peritraumatico. Se già il lavoro in emergenza comporta la necessità "ordinaria" di elaborare carichi emotivi a volte molto intensi, il lavoro in uno scenario di "violenza organizzata di massa" impone allo psicologo l'incontro con un'ulteriore livello di emozioni profonde e magmatiche, che animano "fantasmi" individuali e sociali di difficile elaborazione.
Lo psicologo è parte della popolazione colpita, e nelle ore e giorni immediatamente successivi ad un grave attentato, che magari ha colpito proprio la sua città, le sue emozioni ed i suoi vissuti si muovono su due piani: quello di soccorritore che lavora con persone che hanno subito una forte traumatizzazione (quelle derivate da violenze terroristiche sono del resto tra le più difficili da elaborare), e quello di cittadino che sente, inevitabilmente, violato il suo personale senso di sicurezza individuale e collettiva.
Basta a questo proposito rileggere il lucidissimo, stimolante, articolo di John Jones, uno degli psicologi che coordinarono gli interventi clinici dopo l'attentato di Oklahoma City, nel 1995 (un camion-bomba causò 169 morti), reperibile su www.psychomedia.it, nella sezione "Società, Trauma, Solidarietà".
La sua riflessione critica sull'inevitabilità, per il terapeuta, del dover mettere in gioco i propri personali vissuti emotivi, quando l'attentato colpisce al cuore la stessa comunità sociale in cui il terapeuta vive e lavora, può fornire molti spunti di riflessione agli psicologi che purtroppo potrebbero trovarsi a vivere una situazione del genere in futuro.
A Madrid ci sono infatti stati diversi casi di psicologi che, accorsi per portare aiuto, sono stati in breve travolti dalle proprie emozioni personali di paura e confusione, ovviamente molto forti nelle ore successive all'attentato, e brutalmente riattivate dal contatto relazionale con le vittime ferite o i parenti dei deceduti. Questo ha portato, in alcuni (pochi) casi, a gravi problemi nel rapporto con i parenti, ed alla creazione di situazioni molto difficili e dolorose anche per alcune vittime.
Fortunatamente, nella grande maggioranza dei casi i colleghi spagnoli hanno lavorato con determinazione e professionalità, ottenendo comunque risultati importanti nell'opera di sostegno alla popolazione ed alle vittime.
Quindi, la riflessione teorico-clinica, la preparazione personale, e soprattutto, l'organizzazione di "Servizi" di psicologia dell'emergenza che permettano la costituzione una "struttura a rete" di sostegno reciproco tra gli psicologi coinvolti rappresentano degli assetti fondamentali, per l'intervento in tali contesti; fondamentale è poi il ruolo delle Esercitazioni specifiche di Protezione Civile per eventi di questo tipo.
Quelle tenute questo autunno in varie città d'Italia hanno visto la partecipazione di diversi nuclei e squadre organizzate di psicologi dell'emergenza (ad esempio, il Servizio Psicologico di Emergenza della P.C. - Regione Lombardia / OPL, in quella di Milano; dei gruppi convenzionati a quelle di Roma e di Napoli; di consulenti psicologi a quella internazionale di Catania, etc.). Nel complesso, l'efficienza e la funzionalità dei gruppi di psicologi dell'emergenza italiani si è dimostrata più che buona. Certamente, le simulazioni non possono mai garantire che il "comportamento reale" sia equivalente, ma la situazione italiana del settore, anche solo rispetto a qualche anno fa, è radicalmente migliorata: adesso esistono Servizi riconosciuti e convenzionati con enti pubblici; patrimoni di pratiche che iniziano a diffondersi nella comunità di settore; corsi universitari e post-universitari di buon livello; associazioni professionali molto attive e diffuse sul territorio; gruppi di lavoro ufficiali degli Ordini degli Psicologi, etc.
Se si pensa a "come eravamo messi" anche solo fino a otto o dieci anni fa, non si può non riconoscere l'enorme evoluzione del panorama italiano di settore in questi pochi anni.
Anche se, sicuramente, rimane da fare ancora molto (moltissimo, per certi versi).
Un saluto a tutti,
Luca
Si parla in questo periodo di possibili attentati terroristici anche in Italia; dopo Madrid e dopo Londra, si parla insistentemente di una grande città italiana come futuro, possibile, obbiettivo del terrorismo. Difficile sapere se e quando avverrà un evento del genere, ma, per quanto ci riguarda, ci si può chiedere se gli psicologi dell'emergenza italiani siano "preparati" per un evento del genere. "Essere preparati" e "attentato terroristico", messi nella stessa frase, sembrano un'impossibilità logica. Effettivamente, l'esperienza di altre città (Madrid in primis) insegna che "essere preparati" è praticamente impossibile.
Anche per gli psicologi, il lavoro in un contesto post-attentato riveste significati ed emozioni molto forti, che inevitabilmente non possono non invadere il campo della relazione di sostegno peritraumatico. Se già il lavoro in emergenza comporta la necessità "ordinaria" di elaborare carichi emotivi a volte molto intensi, il lavoro in uno scenario di "violenza organizzata di massa" impone allo psicologo l'incontro con un'ulteriore livello di emozioni profonde e magmatiche, che animano "fantasmi" individuali e sociali di difficile elaborazione.
Lo psicologo è parte della popolazione colpita, e nelle ore e giorni immediatamente successivi ad un grave attentato, che magari ha colpito proprio la sua città, le sue emozioni ed i suoi vissuti si muovono su due piani: quello di soccorritore che lavora con persone che hanno subito una forte traumatizzazione (quelle derivate da violenze terroristiche sono del resto tra le più difficili da elaborare), e quello di cittadino che sente, inevitabilmente, violato il suo personale senso di sicurezza individuale e collettiva.
Basta a questo proposito rileggere il lucidissimo, stimolante, articolo di John Jones, uno degli psicologi che coordinarono gli interventi clinici dopo l'attentato di Oklahoma City, nel 1995 (un camion-bomba causò 169 morti), reperibile su www.psychomedia.it, nella sezione "Società, Trauma, Solidarietà".
La sua riflessione critica sull'inevitabilità, per il terapeuta, del dover mettere in gioco i propri personali vissuti emotivi, quando l'attentato colpisce al cuore la stessa comunità sociale in cui il terapeuta vive e lavora, può fornire molti spunti di riflessione agli psicologi che purtroppo potrebbero trovarsi a vivere una situazione del genere in futuro.
A Madrid ci sono infatti stati diversi casi di psicologi che, accorsi per portare aiuto, sono stati in breve travolti dalle proprie emozioni personali di paura e confusione, ovviamente molto forti nelle ore successive all'attentato, e brutalmente riattivate dal contatto relazionale con le vittime ferite o i parenti dei deceduti. Questo ha portato, in alcuni (pochi) casi, a gravi problemi nel rapporto con i parenti, ed alla creazione di situazioni molto difficili e dolorose anche per alcune vittime.
Fortunatamente, nella grande maggioranza dei casi i colleghi spagnoli hanno lavorato con determinazione e professionalità, ottenendo comunque risultati importanti nell'opera di sostegno alla popolazione ed alle vittime.
Quindi, la riflessione teorico-clinica, la preparazione personale, e soprattutto, l'organizzazione di "Servizi" di psicologia dell'emergenza che permettano la costituzione una "struttura a rete" di sostegno reciproco tra gli psicologi coinvolti rappresentano degli assetti fondamentali, per l'intervento in tali contesti; fondamentale è poi il ruolo delle Esercitazioni specifiche di Protezione Civile per eventi di questo tipo.
Quelle tenute questo autunno in varie città d'Italia hanno visto la partecipazione di diversi nuclei e squadre organizzate di psicologi dell'emergenza (ad esempio, il Servizio Psicologico di Emergenza della P.C. - Regione Lombardia / OPL, in quella di Milano; dei gruppi convenzionati a quelle di Roma e di Napoli; di consulenti psicologi a quella internazionale di Catania, etc.). Nel complesso, l'efficienza e la funzionalità dei gruppi di psicologi dell'emergenza italiani si è dimostrata più che buona. Certamente, le simulazioni non possono mai garantire che il "comportamento reale" sia equivalente, ma la situazione italiana del settore, anche solo rispetto a qualche anno fa, è radicalmente migliorata: adesso esistono Servizi riconosciuti e convenzionati con enti pubblici; patrimoni di pratiche che iniziano a diffondersi nella comunità di settore; corsi universitari e post-universitari di buon livello; associazioni professionali molto attive e diffuse sul territorio; gruppi di lavoro ufficiali degli Ordini degli Psicologi, etc.
Se si pensa a "come eravamo messi" anche solo fino a otto o dieci anni fa, non si può non riconoscere l'enorme evoluzione del panorama italiano di settore in questi pochi anni.
Anche se, sicuramente, rimane da fare ancora molto (moltissimo, per certi versi).
Un saluto a tutti,
Luca
08 ottobre 2005
Piccole scuse...
Mi scuso per il ritardo nei post in questo periodo; mi sono anche arrivate un paio di email che mi chiedevano informazioni sul prossimo aggiornamento relativo a New Orleans, promesso qualche tempo fa. Purtroppo questo periodo per me è veramente frenetico, e fatico un pò ad aggiornare regolarmente il Blog; entro una o due settimane gli aggiornamenti riprenderanno però con maggior frequenza e regolarità :-D
Su New Orleans, una piccola osservazione: si parla spesso di "Empowerment di Comunità", ovvero il rendere maggiormente "autoefficace" ed autonoma una Comunità nella gestione delle situazioni di emergenza che la coinvolgono. Intorno ai fenomeni di New Orleans, che saranno oggetto di un approfondimento a breve, si sono sviluppati molti processi autorganizzati di empowerment, di grande rilievo pratico e di forte utilità psicosociale per chi li ha implementati.
La nascita di numerosi siti di questo tipo:
Katrina Survivors
ovvero di vere e proprie forme di "autoaiuto di Comunità", rappresenta un piccolo ma interessante esempio di quello che molti teorici dei disastri sostengono da tempo (e che gli psicologi faticano un pò ad accettare): le comunità sono spesso in grado di aiutarsi da sole, ed il ruolo dei soccorritori non deve essere quello di far "regredire a vittime impotenti" quelle che in realtà sono persone e gruppi attivi, efficaci e facilmente coinvolgibili negli sforzi di soccorso. L'azione di soccorso, e quella degli psicologi in particolare, diviene quindi un'azione "catalitica" psicosociale, di stimolo ed attivazione dei processi di autoguarigione ed autosoccorso della comunità, dei gruppi e delle persone colpite da un evento estremo.
Ma approfondiremo meglio questo discorso con il contributo su Katrina e New Orleans, che spero di completare e pubblicare presto...
Un saluto,
Luca
Su New Orleans, una piccola osservazione: si parla spesso di "Empowerment di Comunità", ovvero il rendere maggiormente "autoefficace" ed autonoma una Comunità nella gestione delle situazioni di emergenza che la coinvolgono. Intorno ai fenomeni di New Orleans, che saranno oggetto di un approfondimento a breve, si sono sviluppati molti processi autorganizzati di empowerment, di grande rilievo pratico e di forte utilità psicosociale per chi li ha implementati.
La nascita di numerosi siti di questo tipo:
Katrina Survivors
ovvero di vere e proprie forme di "autoaiuto di Comunità", rappresenta un piccolo ma interessante esempio di quello che molti teorici dei disastri sostengono da tempo (e che gli psicologi faticano un pò ad accettare): le comunità sono spesso in grado di aiutarsi da sole, ed il ruolo dei soccorritori non deve essere quello di far "regredire a vittime impotenti" quelle che in realtà sono persone e gruppi attivi, efficaci e facilmente coinvolgibili negli sforzi di soccorso. L'azione di soccorso, e quella degli psicologi in particolare, diviene quindi un'azione "catalitica" psicosociale, di stimolo ed attivazione dei processi di autoguarigione ed autosoccorso della comunità, dei gruppi e delle persone colpite da un evento estremo.
Ma approfondiremo meglio questo discorso con il contributo su Katrina e New Orleans, che spero di completare e pubblicare presto...
Un saluto,
Luca
19 settembre 2005
1.000 visite, partecipazione e New Orleans
Il blog ha superato le mille visite; il risultato mi fa indubbiamente molto piacere !
Invito quindi tutti coloro che ogni tanto leggono il blog a inserire i loro commenti e le loro riflessioni sui temi affrontati: si può fare, molto rapidamente, cliccando sulla voce "comments" che si trova in fondo ad ogni post. Mi piacerebbe davvero che il blog diventasse un luogo di dialogo !
P.S.: A breve aggiungerò alcune riflessioni sugli avvenimenti di New Orleans, derivate anche dalle discussioni che ho avuto recentemente con alcuni psicologi ed altri operatori statunitensi che hanno lavorato nell'ambito dei soccorsi.
Un saluto,
Luca
Invito quindi tutti coloro che ogni tanto leggono il blog a inserire i loro commenti e le loro riflessioni sui temi affrontati: si può fare, molto rapidamente, cliccando sulla voce "comments" che si trova in fondo ad ogni post. Mi piacerebbe davvero che il blog diventasse un luogo di dialogo !
P.S.: A breve aggiungerò alcune riflessioni sugli avvenimenti di New Orleans, derivate anche dalle discussioni che ho avuto recentemente con alcuni psicologi ed altri operatori statunitensi che hanno lavorato nell'ambito dei soccorsi.
Un saluto,
Luca
01 settembre 2005
Bagdad
Giornata drammatica, quella di ieri.
816 morti, come numero temporaneo, a Bagdad; centinaia di morti in Mississippi e Louisiana, e New Orleans sommersa dalle acque, che hanno rotto gli argini urbani in diversi punti.
Sulla tragedia di Bagdad si possono fare solo alcune osservazioni: come spesso accade in situazioni del genere, il maggior numero di morti sono stati causati dalla folla in fuga, in preda al panico. Meno di una decina sarebbero infatti i morti dovuti agli attacchi mortaio contro i fedeli raccolti fuori dal tempio, mentre tutte le altre centinaia sono stati causati dal crollo del ponte e dallo schiacciamento avvenuto all'interno della gigantesca folla in fuga, composta da molte decine di migliaia di persone. Come accade in queste situazioni, la maggior parte dei decessi sono di donne e bambini: le persone più deboli, in generali, sono quelle che in mezzo alle pressioni violentissime di una grande folla in movimento sono meno in grado di stare in piedi. Scivolare verso il basso, in questi casi, significa essere rapidamente sommersi e calpestati. Il panico, facilitato dai "rumors" di attentatori suicidi nella folla, è scattato facilmente su un terreno psicosociale già "ben aperto" verso questo tipo di voci. Paradossalmente, nessun attentatore suicida avrebbe potuto uccidere con una sola carica di esplosivo tante persone…
La diffusione di voci, anche in questo caso, si è dimostrato essere un comportamento collettivo, che in una situazione confusa e complessa ha elicitato una risposta comportamentale automatica di fuga. Del resto, la pressione psicologica di una folla enorme sul singolo individuo è fortissima, ed è estremamente difficile rimanerne immuni. Provate ad immaginarvi stretti in mezzo ad una grandissima folla, assiepata a perdita d'occhio in una città come Bagdad, dove gli attentati sono all'ordine del giorno, proprio in un momento di grande tensione politica (sono i giorni delle tensioni tra sunniti e sciiti sull'approvazione della Costituzione); di colpo vengono sparati colpi di mortaio in un angolo lontano della folla, e poco dopo tutte le persone intorno a voi iniziano a muoversi, prima gradualmente e poi sempre più freneticamente, spingendovi da tutte le parti, con un potente movimento collettivo; da tutte le parti, inizia a passare di bocca in bocca l'allarme: bisogna scappare subito, perché ci sono degli attentatori lì vicino, che si sono infilati a poca distanza con potenti cariche esplosive. Anche volendo, non si può che seguire la massa, strattonati in tutte le direzioni, cercando solo di non rimanere schiacciati. Psicologicamente, è un'esperienza difficile, in cui si percepisce la completa perdita di controllo su quello che sta accadendo.
A livello della diffusione dei rumors, sarà molto difficile capire se è stato un processo sociale autonomo, fondato su processi euristici,o se è stata diffusa ad arte, come raffinata forma di "operazione psicologica", per creare il panico in una grande massa di persone. In questo caso, i terroristi avrebbero dimostrato una buona competenza negli strumenti classici dello psychological warfare e delle tecniche psicologiche di crowd control.
816 morti, come numero temporaneo, a Bagdad; centinaia di morti in Mississippi e Louisiana, e New Orleans sommersa dalle acque, che hanno rotto gli argini urbani in diversi punti.
Sulla tragedia di Bagdad si possono fare solo alcune osservazioni: come spesso accade in situazioni del genere, il maggior numero di morti sono stati causati dalla folla in fuga, in preda al panico. Meno di una decina sarebbero infatti i morti dovuti agli attacchi mortaio contro i fedeli raccolti fuori dal tempio, mentre tutte le altre centinaia sono stati causati dal crollo del ponte e dallo schiacciamento avvenuto all'interno della gigantesca folla in fuga, composta da molte decine di migliaia di persone. Come accade in queste situazioni, la maggior parte dei decessi sono di donne e bambini: le persone più deboli, in generali, sono quelle che in mezzo alle pressioni violentissime di una grande folla in movimento sono meno in grado di stare in piedi. Scivolare verso il basso, in questi casi, significa essere rapidamente sommersi e calpestati. Il panico, facilitato dai "rumors" di attentatori suicidi nella folla, è scattato facilmente su un terreno psicosociale già "ben aperto" verso questo tipo di voci. Paradossalmente, nessun attentatore suicida avrebbe potuto uccidere con una sola carica di esplosivo tante persone…
La diffusione di voci, anche in questo caso, si è dimostrato essere un comportamento collettivo, che in una situazione confusa e complessa ha elicitato una risposta comportamentale automatica di fuga. Del resto, la pressione psicologica di una folla enorme sul singolo individuo è fortissima, ed è estremamente difficile rimanerne immuni. Provate ad immaginarvi stretti in mezzo ad una grandissima folla, assiepata a perdita d'occhio in una città come Bagdad, dove gli attentati sono all'ordine del giorno, proprio in un momento di grande tensione politica (sono i giorni delle tensioni tra sunniti e sciiti sull'approvazione della Costituzione); di colpo vengono sparati colpi di mortaio in un angolo lontano della folla, e poco dopo tutte le persone intorno a voi iniziano a muoversi, prima gradualmente e poi sempre più freneticamente, spingendovi da tutte le parti, con un potente movimento collettivo; da tutte le parti, inizia a passare di bocca in bocca l'allarme: bisogna scappare subito, perché ci sono degli attentatori lì vicino, che si sono infilati a poca distanza con potenti cariche esplosive. Anche volendo, non si può che seguire la massa, strattonati in tutte le direzioni, cercando solo di non rimanere schiacciati. Psicologicamente, è un'esperienza difficile, in cui si percepisce la completa perdita di controllo su quello che sta accadendo.
A livello della diffusione dei rumors, sarà molto difficile capire se è stato un processo sociale autonomo, fondato su processi euristici,o se è stata diffusa ad arte, come raffinata forma di "operazione psicologica", per creare il panico in una grande massa di persone. In questo caso, i terroristi avrebbero dimostrato una buona competenza negli strumenti classici dello psychological warfare e delle tecniche psicologiche di crowd control.
19 agosto 2005
Un altro paio di lanci di agenzia...
Appena recuperati in rete, a proposito della vicenda dell'ATR72:
"Alle 2.10 di domenica notte quando l'aereo atterra al «Falcone e Borsellino» non sanno ancora che figli, mariti e nipoti sono morti. Nessuno gli ha detto la verità. Un gruppo sale su un pullman, il secondo su un altro. Il primo è quello dei parenti che riabbracceranno i propri congiunti feriti negli ospedali, il secondo è quello del dolore. Quando arrivano all'Istituto di medicina legale del Policlinico, i parenti dei defunti dell'Atr 72 precipitato a Capo Gallo non sanno cosa li aspetta. E neppure i medici erano stati avvertiti che nessuno tra i parenti sapeva ancora la verità. La scopriranno subito dopo, quando i sanitari tolgono i veli dai cadaveri. Paolo Procaccianti, direttore del reparto di medicina legale, racconta la scomoda verità, poco prima del triste pellegrinaggio dei parenti nella camera ardente. «Non hanno detto a questa povera gente come stavano le cose - denuncia - Nessuno sapeva, pensavano di riabbracciare i propri cari e invece li hanno visti morti. E' stato uno choc, cui abbiamo dovuto rimediare con l'ausilio di un equipe di psicologi». Al dramma, poi, si è aggiunta la tragedia della famiglia di Raffaele Ditano, 32 anni, uno dei tre dispersi. «Gli abbiamo mostrato un cadavere - racconta Procaccianti - Quando lo hanno visto, si sono rassicurati: non era il loro Raffaele». Solo più tardi scopriranno che il papà di Maria Grazia La Catena di 11 anni, salva insieme alla madre Flora, probabilmente si trova in fondo al mare, a 1.200 metri di profondità e che difficilmente il suo corpo sarà recuperato." (Il Manifesto Online, 9/8/05).
Probabilmente nemmeno gli psicologi sapevano "chi sapeva cosa" in quella confusione.
Forse è per questo che (come indicato in altri lanci), alcuni avevano detto ripetutamente ai parenti dei morti di "sperare in un miracolo" ?
Ma il lungo lavoro svolto dagli psicologi, in condizioni non facili, è stato riconosciuto dai parenti delle vittime:
"Dopo l'omelia dell'arcivescovo di Bari, Francesco Cacucci, il toccante appello lanciato dalla zia di Barbara Baldacci. (...) La donna ha anche ricordato ''quegli eroi sconosciuti che qui e a Palermo ci sono stati vicini, quei medici, volontari, psicologi e assistenti sociali che ci hanno aiutato''". (AdnKronos)
"Alle 2.10 di domenica notte quando l'aereo atterra al «Falcone e Borsellino» non sanno ancora che figli, mariti e nipoti sono morti. Nessuno gli ha detto la verità. Un gruppo sale su un pullman, il secondo su un altro. Il primo è quello dei parenti che riabbracceranno i propri congiunti feriti negli ospedali, il secondo è quello del dolore. Quando arrivano all'Istituto di medicina legale del Policlinico, i parenti dei defunti dell'Atr 72 precipitato a Capo Gallo non sanno cosa li aspetta. E neppure i medici erano stati avvertiti che nessuno tra i parenti sapeva ancora la verità. La scopriranno subito dopo, quando i sanitari tolgono i veli dai cadaveri. Paolo Procaccianti, direttore del reparto di medicina legale, racconta la scomoda verità, poco prima del triste pellegrinaggio dei parenti nella camera ardente. «Non hanno detto a questa povera gente come stavano le cose - denuncia - Nessuno sapeva, pensavano di riabbracciare i propri cari e invece li hanno visti morti. E' stato uno choc, cui abbiamo dovuto rimediare con l'ausilio di un equipe di psicologi». Al dramma, poi, si è aggiunta la tragedia della famiglia di Raffaele Ditano, 32 anni, uno dei tre dispersi. «Gli abbiamo mostrato un cadavere - racconta Procaccianti - Quando lo hanno visto, si sono rassicurati: non era il loro Raffaele». Solo più tardi scopriranno che il papà di Maria Grazia La Catena di 11 anni, salva insieme alla madre Flora, probabilmente si trova in fondo al mare, a 1.200 metri di profondità e che difficilmente il suo corpo sarà recuperato." (Il Manifesto Online, 9/8/05).
Probabilmente nemmeno gli psicologi sapevano "chi sapeva cosa" in quella confusione.
Forse è per questo che (come indicato in altri lanci), alcuni avevano detto ripetutamente ai parenti dei morti di "sperare in un miracolo" ?
Ma il lungo lavoro svolto dagli psicologi, in condizioni non facili, è stato riconosciuto dai parenti delle vittime:
"Dopo l'omelia dell'arcivescovo di Bari, Francesco Cacucci, il toccante appello lanciato dalla zia di Barbara Baldacci. (...) La donna ha anche ricordato ''quegli eroi sconosciuti che qui e a Palermo ci sono stati vicini, quei medici, volontari, psicologi e assistenti sociali che ci hanno aiutato''". (AdnKronos)
ATR72
Alcune brevissimi spunti di riflessione sull'azione degli psicologi dopo l'incidente dell'ATR72.
ATTENZIONE:
quelle che seguono sono solo riflessioni personali, basate esclusivamente su fonti giornalistiche e lanci di agenzia nei giorni seguenti all'incidente dell'ATR72. Se qualche collega che ha partecipato all'intervento o è maggiormente informato dei fatti volesse completare o correggere quanto ho scritto, mi invii una mail: sarò ben felice di farlo.
L'intervento ha rappresentato un'importante occasione di attivazione e lavoro congiunto di diversi gruppi/unità di psicologia dell'emergenza. 20 Psicologi pugliesi e 25 siciliani, appartenenti a specifici gruppi organizzati per la gestione delle emergenze, si sono attivati già dalle prime ore del disastro, per continuare ininterrottamente la loro assistenza nei giorni successivi. La modalità di lavoro basata sui classici principi di outreaching/roaming ha fortemente caratterizzato l'intervento: gli psicologi si sono recati direttamente sul posto dell'evento ed hanno seguito vittime/parenti nelle varie sedi in cui si è articolato lo scenario operativo dell'emergenza (aeroporti, ospedali, obitori, chiese, etc.). I tempi di attivazione sono stati molto rapidi (meno di un paio d'ore), la continuità dell'intervento significativa (diversi giorni), la flessibilità operativa anche (gli psicologi pugliesi sono partiti con poche ore di preavviso con l'aereo che da Bari ha portato i parenti a Palermo; lì sono rimasti operativi per ulteriori 48 ore, coordinandosi con i colleghi siciliani).
Tra i principali problemi che sembra sia stato necessario affrontare, c'e' stata la forte necessità di coordinamento tra gruppi diversi: mentre i colleghi siciliani stavano seguendo i sopravvissuti, i colleghi pugliesi imbarcati sull'aereo seguivano i loro parenti; questo potrebbe diventare lo spunto per riflettere sulle migliori modalità di coordinamento tra gruppi territoriali diversi, che
spesso non hanno rapporti strutturali tra loro, in occasioni del genere. Ciò anche per ridurre il rischio di "moltiplicazione e sovrapposizione degli psicologi" in seguito al ricongiungimento delle famiglie (avendo così famiglie seguite
contemporaneamente dallo psicologo dell'emergenza "locale", dallo psicologo
dell'emergenza "arrivato a seguito dei parenti", e dallo psicologo strutturato dell'ospedale, ciascuno dei quali opera in autonomia con strumenti diversi). Questo è un problema già segnalato dalla letteratura anglosassone (si pensi a quanto segnalato da William Yule in seguito alla tragedia dell'Herald of Free Enterprise, quando sul luogo accorsero - disordinatamente - molti più psicologi che vittime, alcuni dei quali iniziarono a "contendersi" le vittime...), e l'unica soluzione possibile sembra essere lo sviluppo di protocolli comuni di intervento, e la costituzione di rapporti più frequenti e strutturati tra i vari gruppi di psicologi dell'emergenza operanti sul territorio.
(Attenzione ! La situazione dell'Herald of Free Enterprise non è nemmeno lontanamente analoga a quanto successo a Palermo, dove anzi i diversi gruppi sembrano aver lavorato abbastanza bene insieme: questo vuole essere solo uno spunto di riflessione relativo ad eventuali situazioni, analoghe ma molto meno strutturate, che si potrebbero venire a creare in futuro).
Un'altra problematica interessante è appunto quella logistica: gli psicologi pugliesi, sempre da quello che si riesce a capire dai giornali, sono stati allertati e sono arrivati in aereoporto, per poi partire nel giro di poche ore alla volta di Palermo (dove sono rimasti fino al rientro delle famiglie a Bari, due giorni dopo). L'utilità di avere sempre pronto il celebre "zaino dello psicologo", con un paio di ricambi di abito e qualche accessorio, appare significativa in un caso del genere (per poter avere almeno un paio di giorni di autonomia). Si ricorda del resto che secondo le procedure di Protezione Civile ogni soccorritore deve essere assolutamente autonomo per almeno le prime 12/24 ore, anche per quanto riguarda l'alimentazione...
Una nota finale è relativa all'operatività degli psicologi in situazioni di lutto diffuso, ed alla percezione che si può avere del nostro ruolo: si leggeva sui giornali che in un paio di momenti sembra esserci stata una certa tensione tra parenti delle vittime ed alcuni psicologi, percepiti a tratti come un pò invasivi: "non abbiamo bisogno di essere psicoanalizzati, ma solo che ci lasciate un pò in pace con il nostro dolore", sembrano aver detto dei parenti ad un paio di colleghi, forse calatisi un pò troppo nella parte di "premurosi soccorritori".
Non so cosa sia successo esattamente nel caso specifico, ma, più in generale, lo psicologo in emergenza deve sempre ricordarsi che è solo un sostegno temporaneo ed un piccolo "catalizzatore" dei normali processi di recovery psicologica dei suoi assistiti, e "fare troppo lo psicologo" serve solo al suo narcisismo, ed a bloccare le persone che hanno subito il dramma ad una pericolosa attribuzione di impotenza e passività...
ATTENZIONE:
quelle che seguono sono solo riflessioni personali, basate esclusivamente su fonti giornalistiche e lanci di agenzia nei giorni seguenti all'incidente dell'ATR72. Se qualche collega che ha partecipato all'intervento o è maggiormente informato dei fatti volesse completare o correggere quanto ho scritto, mi invii una mail: sarò ben felice di farlo.
L'intervento ha rappresentato un'importante occasione di attivazione e lavoro congiunto di diversi gruppi/unità di psicologia dell'emergenza. 20 Psicologi pugliesi e 25 siciliani, appartenenti a specifici gruppi organizzati per la gestione delle emergenze, si sono attivati già dalle prime ore del disastro, per continuare ininterrottamente la loro assistenza nei giorni successivi. La modalità di lavoro basata sui classici principi di outreaching/roaming ha fortemente caratterizzato l'intervento: gli psicologi si sono recati direttamente sul posto dell'evento ed hanno seguito vittime/parenti nelle varie sedi in cui si è articolato lo scenario operativo dell'emergenza (aeroporti, ospedali, obitori, chiese, etc.). I tempi di attivazione sono stati molto rapidi (meno di un paio d'ore), la continuità dell'intervento significativa (diversi giorni), la flessibilità operativa anche (gli psicologi pugliesi sono partiti con poche ore di preavviso con l'aereo che da Bari ha portato i parenti a Palermo; lì sono rimasti operativi per ulteriori 48 ore, coordinandosi con i colleghi siciliani).
Tra i principali problemi che sembra sia stato necessario affrontare, c'e' stata la forte necessità di coordinamento tra gruppi diversi: mentre i colleghi siciliani stavano seguendo i sopravvissuti, i colleghi pugliesi imbarcati sull'aereo seguivano i loro parenti; questo potrebbe diventare lo spunto per riflettere sulle migliori modalità di coordinamento tra gruppi territoriali diversi, che
spesso non hanno rapporti strutturali tra loro, in occasioni del genere. Ciò anche per ridurre il rischio di "moltiplicazione e sovrapposizione degli psicologi" in seguito al ricongiungimento delle famiglie (avendo così famiglie seguite
contemporaneamente dallo psicologo dell'emergenza "locale", dallo psicologo
dell'emergenza "arrivato a seguito dei parenti", e dallo psicologo strutturato dell'ospedale, ciascuno dei quali opera in autonomia con strumenti diversi). Questo è un problema già segnalato dalla letteratura anglosassone (si pensi a quanto segnalato da William Yule in seguito alla tragedia dell'Herald of Free Enterprise, quando sul luogo accorsero - disordinatamente - molti più psicologi che vittime, alcuni dei quali iniziarono a "contendersi" le vittime...), e l'unica soluzione possibile sembra essere lo sviluppo di protocolli comuni di intervento, e la costituzione di rapporti più frequenti e strutturati tra i vari gruppi di psicologi dell'emergenza operanti sul territorio.
(Attenzione ! La situazione dell'Herald of Free Enterprise non è nemmeno lontanamente analoga a quanto successo a Palermo, dove anzi i diversi gruppi sembrano aver lavorato abbastanza bene insieme: questo vuole essere solo uno spunto di riflessione relativo ad eventuali situazioni, analoghe ma molto meno strutturate, che si potrebbero venire a creare in futuro).
Un'altra problematica interessante è appunto quella logistica: gli psicologi pugliesi, sempre da quello che si riesce a capire dai giornali, sono stati allertati e sono arrivati in aereoporto, per poi partire nel giro di poche ore alla volta di Palermo (dove sono rimasti fino al rientro delle famiglie a Bari, due giorni dopo). L'utilità di avere sempre pronto il celebre "zaino dello psicologo", con un paio di ricambi di abito e qualche accessorio, appare significativa in un caso del genere (per poter avere almeno un paio di giorni di autonomia). Si ricorda del resto che secondo le procedure di Protezione Civile ogni soccorritore deve essere assolutamente autonomo per almeno le prime 12/24 ore, anche per quanto riguarda l'alimentazione...
Una nota finale è relativa all'operatività degli psicologi in situazioni di lutto diffuso, ed alla percezione che si può avere del nostro ruolo: si leggeva sui giornali che in un paio di momenti sembra esserci stata una certa tensione tra parenti delle vittime ed alcuni psicologi, percepiti a tratti come un pò invasivi: "non abbiamo bisogno di essere psicoanalizzati, ma solo che ci lasciate un pò in pace con il nostro dolore", sembrano aver detto dei parenti ad un paio di colleghi, forse calatisi un pò troppo nella parte di "premurosi soccorritori".
Non so cosa sia successo esattamente nel caso specifico, ma, più in generale, lo psicologo in emergenza deve sempre ricordarsi che è solo un sostegno temporaneo ed un piccolo "catalizzatore" dei normali processi di recovery psicologica dei suoi assistiti, e "fare troppo lo psicologo" serve solo al suo narcisismo, ed a bloccare le persone che hanno subito il dramma ad una pericolosa attribuzione di impotenza e passività...
Un'estate complessa...
Dopo una breve pausa estiva, riprendono le pubblicazioni del Blog.
L'estate è stata foriera di eventi drammatici, sia sul versante terroristico (dopo gli attentati di Sharm e quelli di Londra del 7 luglio, di cui al post precedente, ci sono stati i tentativi di strage del 21 luglio), sia su quello aeronautico: tre aerei precipitati in pochi giorni, di cui uno in Italia.
Gli eventi dell'ATR72 caduto a Palermo, ancora sotto inchiesta, hanno visto una forte mobilitazione di gruppi di psicologi dell'emergenza italiani. In particolare, si sono attivati 20 psicologi pugliesi coordinati da Michele Cusano (SIPEM) e 25 siciliani coordinati da Daniele La Barbera (dell'Università di Palermo). I gruppi coinvolti, in collaborazione con i colleghi strutturati nelle ASL e negli ospedali siciliani, hanno garantito un supporto psicologico continuativo ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime, per tutti i giorni successivi all'evento. Entro breve saranno postate alcune riflessioni su quello che è successo, almeno a valutare dai lanci di agenzia.
L'estate è stata drammatica anche sul fronte della guerra irachena: sono ripresi gli attentati in diverse città, e si sono intensificati gli attacchi contro i contingenti occidentali. L'effetto psicologico delle continue traumatizzazioni belliche sui militari statunitensi, e le procedure di Combat Stress Control implementate per mitigarli sono stati delineati da un recente rapporto dell'U.S.Army: trovate qui un interessante articolo in proposito.
L'estate è stata foriera di eventi drammatici, sia sul versante terroristico (dopo gli attentati di Sharm e quelli di Londra del 7 luglio, di cui al post precedente, ci sono stati i tentativi di strage del 21 luglio), sia su quello aeronautico: tre aerei precipitati in pochi giorni, di cui uno in Italia.
Gli eventi dell'ATR72 caduto a Palermo, ancora sotto inchiesta, hanno visto una forte mobilitazione di gruppi di psicologi dell'emergenza italiani. In particolare, si sono attivati 20 psicologi pugliesi coordinati da Michele Cusano (SIPEM) e 25 siciliani coordinati da Daniele La Barbera (dell'Università di Palermo). I gruppi coinvolti, in collaborazione con i colleghi strutturati nelle ASL e negli ospedali siciliani, hanno garantito un supporto psicologico continuativo ai sopravvissuti ed ai parenti delle vittime, per tutti i giorni successivi all'evento. Entro breve saranno postate alcune riflessioni su quello che è successo, almeno a valutare dai lanci di agenzia.
L'estate è stata drammatica anche sul fronte della guerra irachena: sono ripresi gli attentati in diverse città, e si sono intensificati gli attacchi contro i contingenti occidentali. L'effetto psicologico delle continue traumatizzazioni belliche sui militari statunitensi, e le procedure di Combat Stress Control implementate per mitigarli sono stati delineati da un recente rapporto dell'U.S.Army: trovate qui un interessante articolo in proposito.
07 luglio 2005
Londra
Ed ecco che dopo gli attentati di Madrid del 2004, con metodologia apparentemente molto simile sono stati condotti gli attentati di Londra 2005, in corrispondenza del G8:
link su Repubblica Online
Delle conseguenze psicologiche individuali degli attentati terroristici è stato scritto tanto; ampie sintesi si possono trovare sul sito del National Center for Post-Traumatic Stress Disorder o sulle ampie Trauma Pages di David Baldwin.
Ma quello che veramente colpisce in eventi di questo tipo sono le conseguenze psicosociali a medio termine: il senso di insicurezza, la confusione, le ferite al senso di sicurezza comunitario.
Janoff-Bulman, parlando della "crisi" delle sicurezze assiomatiche che ogni uomo si trova a provare davanti alle situazioni traumatiche (gli assunti di base secondo cui "il mondo è sicuro", "nessuno mi vuole fare del male", "il mondo è prevedibile", etc.), forse si è focalizzato troppo sulla dimensione individuale; queste certezze, davanti a certi eventi, vengono meno anche a livello collettivo, e l'obbiettivo psicologico degli attacchi terroristici è proprio questo: l'insensatezza individuale dell'evento (per chi ne è vittima) come fondamento di un disorientamento collettivo.
link su Repubblica Online
Delle conseguenze psicologiche individuali degli attentati terroristici è stato scritto tanto; ampie sintesi si possono trovare sul sito del National Center for Post-Traumatic Stress Disorder o sulle ampie Trauma Pages di David Baldwin.
Ma quello che veramente colpisce in eventi di questo tipo sono le conseguenze psicosociali a medio termine: il senso di insicurezza, la confusione, le ferite al senso di sicurezza comunitario.
Janoff-Bulman, parlando della "crisi" delle sicurezze assiomatiche che ogni uomo si trova a provare davanti alle situazioni traumatiche (gli assunti di base secondo cui "il mondo è sicuro", "nessuno mi vuole fare del male", "il mondo è prevedibile", etc.), forse si è focalizzato troppo sulla dimensione individuale; queste certezze, davanti a certi eventi, vengono meno anche a livello collettivo, e l'obbiettivo psicologico degli attacchi terroristici è proprio questo: l'insensatezza individuale dell'evento (per chi ne è vittima) come fondamento di un disorientamento collettivo.
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